Senza Filtro -DALLA FINESTRA DI IPAZIA. LA LEGGE E I COLLAUDINI

Roberta Simone, Consulente del Lavoro in Milano

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Quel giovedì scivolava lento, come in alcuni pomeriggi di primavera inoltrata, quando l’odore dell’aria annuncia che qualcosa cambierà presto.

Un temporale in arrivo? O forse soltanto una brezza più fresca che scendeva dai tetti senza chiedere permesso.

Ipazia era seduta sulla sua poltrona consumata, che aveva il preciso difetto di essere perfetta: morbida per saper accogliere, solida per non lasciar sprofondare.

Dario, dodici anni, zaino abbandonato in corridoio, era lì come quasi ogni pomeriggio. I genitori rientravano tardi, e lui aveva imparato da solo che le conversazioni con la vicina anziana valevano più di qualsiasi inutile passatempo digitale.

Non sapeva con certezza da dove provenisse Ipazia. Lei non lo aveva mai detto chiaramente, e lui aveva capito che talvolta le risposte migliori sono quelle che scelgono da sole il momento di arrivare.

«Da noi» disse Ipazia, con quella cadenza misurata che adottava quando parlava di questioni importanti «ogni nuova ‘cosa’ che si voleva immettere nel mondo, un bene, un servizio, non importa, doveva passare attraverso due procedimenti prima di poter essere consegnata al terzo.»

Dario alzò gli occhi dal nulla in cui li aveva posati. «Due… tre procedimenti?»

«Primo, chi l’aveva concepita.» proseguì Ipazia «Doveva usarla, sperimentarla, farla propria. Nessuna scusa: se tu l’hai creata, tu sei il primo a doverla utilizzare. Poi arrivavano i Collaudini.»

«I Collaudini?» Dario non poté nascondere un sorriso.

«Erano chiamati in questo modo. Un gruppo di tecnici bizzarri, quasi sempre scontrosi e di poche parole, ma pragmatici. Incaricati di trovare tutto ciò che non funzionava. Il loro compito era rendere perfetta quella nuova creazione, anche a costo di diventare pedanti e antipatici. Non erano amati, ma erano necessari, preziosi.»

Dario rise piano. «E il terzo passaggio?»

«I Cittadini, cioè le persone comuni. Quelle che non sanno nulla di come è costruito un oggetto, ma sanno con infallibile certezza se funziona nella vita reale. La signora con le borse della spesa, il ragazzo che ha fretta, l’anziano che non legge le istruzioni perché non dovrebbe essere necessario farlo.»

Dario rimase in silenzio un momento. «E questo valeva solo per le nuove ‘cose’?»

Ipazia aprì la bocca per parlare, ma subito la richiuse. Le parole strette nella gola, nella morsa di un doloroso ricordo.

Dario la conosceva abbastanza da sapere che quel silenzio non andava riempito. Si alzò, raggiunse la cucina, tornò con un bicchiere d’acqua fresca che le porse, tenendolo con entrambe le mani, come si fa con la cura e l’attenzione che meritano gli affetti fragili.

Ipazia lo prese con un sorriso che era anche un grazie, un senso di riconoscimento per quel piccolo grande gesto di premura.

«No.» disse alla fine «Non valeva solo per le nuove cose, anzi… quel rigore era stato concepito per l’architettura stessa del vivere comune. Le regole. Le Leggi. Le norme che decidono come si vive insieme.»

«A Eunomia» spiegò «in epoche remote i Saggi avevano compreso una verità semplice ma rivoluzionaria: una norma scritta male è più pericolosa della sua assenza, perché genera l’illusione dell’ordine mentre semina confusione.»

Dario annuì in silenzio, con lo sguardo di chi ha appena sfiorato una verità che ancora non sa tradurre in parole.

«E così avevano edificato un sistema.» continuò Ipazia «Le proposte venivano elaborate dalla Commissione dei Concreti, composta da chi quel problema lo attraversava ogni giorno, non da chi lo osservava da una distanza comoda. Poi passavano ai Sapienti della Scrittura: persone che non padroneggiavano necessariamente il merito, ma sapevano con precisione come costruire un testo giuridico affinché non venisse franteso.»

«E i Collaudini?» chiese Dario «Anche lì?»

Ipazia sorrise. «Anche lì. I Collaudini delle Norme, i vecchi antenati di quelli di prima, ugualmente scontrosi, setacciavano ogni caso reale in cui la norma potesse incepparsi, contraddirsi, o produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. Se qualcosa non funzionava, non andavano dai Sapienti ma dalla Commissione dei Concreti, perché probabilmente erano stati loro ad aver formulato male il concetto, e insieme, Collaudini e Commissione, rivedevano il testo per suggerirne ai Sapienti la correzione, in un linguaggio ancor più chiaro e soprattutto inequivocabile.»

«Era un lavoro necessariamente lento, perché curato e minuzioso» ammise Ipazia «ma ogni legge che risultava da quel processo funzionava. Potevi applicarla. Potevi attraversare la notte senza svegliarti con il dubbio di aver sbagliato tutto.»

Si fermò un istante, quasi alla ricerca delle parole migliori.

«Soprattutto, eri certo che la regola non sarebbe stata travolta di lì a poco da una norma contraddittoria, né eliminata da una successiva avente effetto retroattivo, perché ad Eunomia era semplicemente impensabile. Le Leggi Arcaiche lo vietavano con fermezza, ma ancor prima del loro rispetto, era una questione di etica: intervenire su una legge con effetto retroattivo era considerata una slealtà nei confronti dei Cittadini, una violazione del patto silenzioso tra chi governa e chi è governato. Quando la Commissione dei Concreti tracciava una strada, era perché era consapevole del suo impatto nel presente e nel futuro, la percorreva con coerenza e intelligenza, affinando la norma nel tempo, anche ammettendone i propri errori, ma mai commettendoli per solo capriccio o convenienza né, tantomeno, per inettitudine.»

Tacque.

Fuori, una rondine aveva appena attraversato il rettangolo d’azzurro visibile dalla finestra, disegnando una traiettoria netta e sicura. La seguì un’altra, poi un’altra ancora, gareggiando con grazia nell’aria come se il cielo fosse tutto loro e forse, in quel momento, lo era davvero.

«Quando sono arrivata qui» disse Ipazia, posando il bicchiere sul tavolino «ero animata da una curiosità genuina. Ho guardato attraverso le vostre regole, ho letto i vostri codici affannati, e ho creduto, con un candore di cui oggi mi vergogno, che la mia esperienza potesse esservi utile. Pensavo che gli uomini e le donne di questa epoca, tanto fieri della loro cultura e modernità, avessero solo bisogno di vedere una via alternativa, un modo diverso ma percorribile e concreto per governare il vivere comune. Credevo bastasse mostrare il disegno del buonsenso per convincere qualcuno a provarci.»

Un sorriso amaro le piegò le labbra, mentre scuoteva lentamente il capo.

«Ma ho scoperto che si preferisce la comodità del caos e l’ingenuità degli stolti, che si insegna che la competenza è un fastidio, che la tecnica giuridica è un inutile orpello, che il buonsenso è negoziabile. Si fanno e disfano norme come chi, in una stanza, sposta il disordine e la polvere da un angolo all’altro, orchestrando l’inganno di aver fatto pulizia. Questo mondo nutre un’inclinazione quasi voluttuosa per la farsa, come quella del mercante disonesto che regala un pane al mattino, e nella notte prosciuga il pozzo del villaggio.»

Dare voce a quei pensieri la addolorava, ma tacere era la peggiore delle rese.

«A un certo punto ho smesso di credere in un vivere diverso, giusto e concreto. Non per stanchezza, o almeno non solo, ma perché ho capito che non si può mostrare una strada a chi ha scelto di camminare a occhi chiusi.»

Il pomeriggio stava volgendo al termine. Si intuiva dal colore della luce, diventata color ambra e obliqua, e dalle ultime evoluzioni delle rondini nel cielo, che tracciavano gli ultimi cerchi sempre più stretti, prima di cedere all’imbrunire e rientrare ai propri nidi.

Dario rimase in silenzio a riflettere. La sua mente cercava di costruire un’immagine di Eunomia, la Commissione, i Sapienti, i Collaudini, quella pazienza antica e metodica, ma era ancora troppo giovane per misurare fino in fondo il peso di ciò che aveva udito. Sentiva però che qualcosa di importante lo aveva attraversato, lasciando dentro di lui un segno indelebile.

Ipazia si alzò dalla poltrona, con la lentezza di chi ha imparato a non contrastare il proprio corpo terrestre, prese il bastone appoggiato al bracciolo e raggiunse la finestra.

Rimase lì, lo sguardo perso nell’oltre, a cercare tra i primi barlumi della sera la luce delle sue conosciute stelle lontane.

«Sai cosa mi manca di più?» disse infine, senza girarsi «Non la perfezione. Mi manca la buona fede di chi scrive una norma con l’intenzione che essa funzioni, e la certezza che se ne senta responsabile, anche per il futuro.»

Restò a lungo immobile, il bastone stretto in una mano e il tramonto nell’altra.

Poi, sottovoce, una promessa fatta solo a sé stessa.

«Prima o poi torno.»

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