CREDITI RETRIBUTIVI: la prescrizione corre sempre dalla data di cessazione

Laura Antonia di Nunzio, Avvocato  in Milano (*)

Ennesima stoccata della magistratura alla vigente disciplina sanzionatoria contro i licenziamenti illegittimi: questa volta è la Corte di Cassazione ad infliggerla con la sentenza n. 26246 del 6 luglio scorso (pubblicata il successivo 6 settembre), nella quale viene di fatto affermato che oggi nessun lavoratore – se non i dipendenti pubblici – gode di tutela stabile in caso di licenziamento illegittimo, nemmeno coloro ai quali si applica l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori o la normativa sulle tutele crescenti. Non garantendo la legge la libertà di rivendicare i propri diritti senza il timore di perdere definitivamente il proprio posto di lavoro, la prescrizione dei diritti di credito da lavoro decorre sempre dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Il caso su cui la Cassazione si è pronunciata riguarda due lavoratrici che avevano chiesto al giudice di condannare l’ex datore di lavoro al pagamento di differenze retributive per il lavoro notturno prestato e mai retribuito. Per le corti territoriali il diritto di credito rivendicato era parzialmente estinto: le pretese infatti avrebbero dovuto essere azionate già nel corso del rapporto di lavoro e precisamente entro cinque anni dall’insorgenza del credito rivendicato, attesa la stabilità di tutela apprestata dalla legge ai loro rapporti di lavoro in caso di licenziamento illegittimo. Ma la Suprema Corte non è stata dello stesso avviso, escludendo che le lavoratrici fossero libere di rivendicare i loro diritti in costanza di rapporto per il sol fatto che si applicasse ai loro rapporti una tutela sanzionatoria che, in alcune ipotesi di grave illegittimità del licenziamento, prevede la reintegrazione. Nonostante la pronuncia in commento abbia una portata dirompente e comporti una vera e propria rottura rispetto al passato, la Corte di Cassazione tiene a sottolineare come in realtà la conclusione alla quale è pervenuta con la sentenza in commento si collochi esattamente nel solco dell’orientamento precedente, non costituendo affatto un ripensamento del noto principio del doppio regime di (decorrenza della) prescrizione, a seconda della stabilità o meno del rapporto di lavoro. Infatti, il principio di non decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro durante il rapporto di lavoro può essere previsto solo per quei rapporti non assistiti dalla garanzia della stabilità, “dovendosi invece ritenere stabile ogni rapporto che, indipendentemente dal carattere pubblico o privato del datore di lavoro, sia regolato da una disciplina la quale, sul piano sostanziale, subordini la legittimità e l’efficacia della risoluzione alla sussistenza di circostanze obbiettive e predeterminate e, sul piano processuale, affidi al giudice il sindacato su tali circostanze e la possibilità di rimuovere gli effetti del licenziamento illegittimo”. Tale stabilità, secondo i giudici della Suprema Corte, era ravvisabile nella disciplina prevista dall’art. 18 dello Statuto prima della novella apportata dal Legislatore del 2012, oppure si realizza ogni qual volta siano applicabili le norme del pubblico impiego o leggi speciali o specifiche pattuizioni che diano al prestatore una tutela che preveda quale sanzione automatica, in ogni caso di recesso, il ripristino del rapporto di lavoro (ossia la reintegrazione).

Non vi è dubbio invece che le modifiche apportate dalla Legge Fornero (n. 92 del 2012) e poi dal D.lgs. n. 23 del 2015 all’art. 18 della Legge n. 300 del 1970 abbiano comportato il passaggio da un’automatica applicazione, per ogni ipotesi di illegittimità del licenziamento, della tutela reintegratoria e risarcitoria in misura predeterminabile (pari al periodo di maturazione dalla data di licenziamento a quella di effettiva reintegrazione dell’ultima retribuzione globale di fatto) “ad un’applicazione selettiva delle tutele, in esito alla scansione delle due diverse fasi di qualificazione della fattispecie (di accertamento di legittimità o illegittimità del licenziamento intimato e della sua natura) e di scelta della sanzione applicabile (reintegratoria e risarcitoria ovvero soltanto risarcitoria), con una sua diversa commisurazione (se in misura cd. “piena” o “ forte”, ovvero “attenuata” o “debole”)”.

Il lavoratore oggi non sa – in costanza di rapporto – a quale tutela avrà diritto nel caso in cui venga licenziato illegittimamente. Il tipo di sanzione (se solo risarcitoria o anche reintegratoria) è stabilito dal giudice ex post, ossia a licenziamento irrogato, sulla base di molteplici valutazioni imposte per legge e dettate da una stratificazione di ipotesi di illegittimità del recesso alle quali si ricollega un altrettanto ampio ventaglio di sanzioni, tra le quali la predominante è sicuramente quella risarcitoria, non già quella reintegratoria. Pertanto, secondo i giudici di legittimità, nessuna tutela oggi in vigore è in grado di eliminare nel lavoratore il timore di perdere il proprio posto di lavoro nel caso di esercizio dei suoi diritti di credito in costanza di rapporto. È sulla base delle motivazioni sopra sintetizzate che la Suprema Corte ha affermato il seguente principio di diritto: “Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, così come modulato per effetto della legge n. 92 del 2012 e del decreto legislativo n. 23 del 2015, mancando dei presupposti di predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e di una loro tutela adeguata, non è assistito da un regime di stabilità. Sicché, per tutti quei diritti che non siano prescritti al momento di entrata in vigore della legge n. 92 del 2012, il termine di prescrizione decorre, a norma del combinato disposto degli artt. 2948, n. 4 e 2935 c.c., dalla cessazione del rapporto di lavoro”.

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LICENZIAMENTI ILLEGITTIMI: la Corte Costituzionale mette in discussione il criterio dei 15 dipendenti per la tutela applicabile

di Paolo Galbusera e Andrea Ottolina, Avvocati in Milano

 

Con ordinanza del 26 febbraio 2021, il Tribunale del Lavoro di Roma aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 9, D.lgs. n. 23/2015 che, nell’ambito delle c.d. Tutele Crescenti, regola l’indennità spettante nel caso di licenziamento illegittimo intimato dalle c.d. piccole imprese, cioè da datori di lavoro che non occupano più di 15 dipendenti e che quindi non possiedono i requisiti dimensionali di cui all’art. 18, Statuto dei lavoratori.

Come noto, tale norma dispone che per le piccole imprese, in caso di licenziamento dichiarato illegittimo, il risarcimento spettante al lavoratore sia compreso tra un minimo di 3 e un massimo di 6 mensilità. 

Secondo il Tribunale di Roma rimettente, l’art. 9 in argomento, nel prevedere un limite massimo di sole 6 mensilità di risarcimento, definito “del tutto inadeguato e per nulla dissuasivo”, non attuerebbe un adeguato contemperamento degli interessi in conflitto, in quanto, dando rilevanza esclusivamente al numero di dipendenti, non permetterebbe di valorizzare le peculiarità di ciascun caso concreto, non garantirebbe un giusto ristoro del pregiudizio subito dal lavoratore e non assolverebbe alla necessaria funzione deterrente rispetto a licenziamenti comminati in assenza di idonea giustificazione.

Con la sentenza n. 183 del 22 luglio 2022, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tribunale di Roma, pur riconoscendone la fondatezza. In sostanza, la Corte ha effettivamente dato atto che il sistema di tutele previsto dall’art. 9 in questione “non attua quell’equilibrato componimento tra i contrapposti interessi, che rappresenta la funzione primaria di un’efficace tutela indennitaria contro i licenziamenti illegittimi”, evidenziando tuttavia di non poter porre rimedio a tale problematica, essendo il Legislatore il soggetto preposto a scegliere la più idonea tra la vasta gamma di alternative e soluzioni atte a superare le incongruenze censurate.

La Corte Costituzionale ha in ogni caso osservato che, in una realtà economica dominata dall’incessante evoluzione della tecnologia e dalla trasformazione dei processi produttivi, la determinazione della tutela applicabile ai licenziamenti sulla base del numero di dipendenti occupati dal datore di lavoro non è più logica né legittima, in quanto nell’attuale sistema di produzione, fortemente informatizzato, è possibile che imprese capaci di cospicui investimenti di capitali e di un consistente volume di affari possano comunque occupare un numero esiguo di dipendenti.

Alla luce di cio’, non sarebbe più necessario prevedere un sistema di tutele incentrato sul solo numero di dipendenti, avente quindi la finalità di non gravare di costi sproporzionati realtà produttive e organizzative che non siano  effettivamente inidonee a sostenerli

Nonostante la pronuncia di inammissibilità, la Corte ha quindi sottolineato l’urgenza di un intervento da parte del Legislatore, avvisando che “un ulteriore protrarsi dell’inerzia legislativa non sarebbe tollerabile” e la indurrebbe, ove nuovamente investita della medesima questione costituzionale, a provvedere direttamente ad intervenire sulla disciplina censurata.

Insomma, il percorso tracciato dalla Corte Costituzionale sembra chiaro: la storica distinzione tra aziende con più o meno di 15 dipendenti è destinata a venire meno? È possibile, anche se è difficile immaginare che il Legislatore, in particolare nella fase storica e politica che stiamo vivendo, possa in tempi brevi decidere di mettere mano ad un sistema che caratterizza in modo radicato la realtà socio-economica italiana. D’altra parte, non sempre l’evoluzione normativa riesce a stare al passo con l’evoluzione del mondo reale.

Il monito dato dalla Corte Costituzionale non puo’ tuttavia essere ignorato e sarà pertanto necessario tenere monitorate eventuali nuove questioni di legittimità costituzionale sollevate in futuro dalle sezioni Lavoro dei Tribunali italiani, in modo da non rischiare di trovarsi impreparati davanti alla possibilità di un cambio di sistema che avrebbe certamente una portata epocale.

 

 

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