Senza filtro -L’UOMO CHE SUSSURRAVA ai professionisti

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

L’uomo che sussurrava (in realtà pare che sussurri ancora, purtroppo) ai professionisti si materializza in Studio una mattina, preceduto da una mail ed una serie di telefonate insistenti per proposte, a suo dire, interessanti e di prospettiva per lo Studio.

Quando arriva, assieme ad un segretario che nulla dirà in tutto il corso dell’incontro, nel look e nei modi di fare manifesta immediatamente il classico proto-tipo fisico del rampante.

Il nostro sussurrante si manifesta come responsabile di una società che per mantenere il riserbo qualificheremo qui d’ora in poi come SAA (nome di fantasia, acronimo di Società Assolutamente Anonima) e la prima presentazione magnifica le attività della SAA (compreso paventare presunti accreditamenti vari, fra cui Compagnia delle Opere dell’Insubria, il CNO dei Consulenti del lavoro per corsi in materia di sicurezza, l’Ordine dei Commercialisti di Milano con convenzioni e corsi etc.). Una società, insomma, che si dà da fare in modo (apparentemente) qualificato occupandosi di varie attività.

“Ma non è per queste cose che siamo qui, ma per una grande opportunità per il Suo Studio” esordisce il sussurratore, che per comodità d’ora in poi chiameremo Al (come Al Pacino o Al Capone, tanto per dire; vedete voi a quale Al accostare il nostro sussurratore). E già l’inizio è un po’ da imbonitore da fiera, immaginatevi il tono, tipo “non siamo qui per vendere, siamo qui per regalare”.

Ma qui Al, prima di arrivare al punto, si lancia in una lunga premessa: parla degli Enti Bilaterali, dell’insoddisfazione delle aziende per questi “carrozzoni” a cui si versano tanti soldi, in cambio dei quali arrivano prestazioni risibili e di cui anche molti professionisti sono perplessi, chiedendosi come potrebbero essere spese meglio tali risorse. Cerca anche più volte una sorta di assenso da parte mia, come se parlasse di cose scontate e non di un nervo scoperto che certo richiede un affronto meno superficiale.

“Ma finalmente – qui Al cambia sapientemente tono, un po’ come quando in TV arriva la pubblicità roboante e devi abbassare il volume – siamo in grado di proporre alle aziende un Ente Bilaterale che si rispetti, e che eroga prestazioni davvero interessanti ed utili per i lavoratori!”. Freno alla tentazione di chiedergli cosa c’entri lui con un Ente Bilaterale, ma gli faccio la seconda domanda possibile e cioè quali sarebbero queste fantastiche prestazioni.

La risposta è francamente sconcertante: “Le prestazioni le può trovare tranquillamente sul sito, ma non parliamo di quello adesso, ora Le spiego perché Lei non potrà non essere interessato da quanto stiamo dicendo”.

[prima notazione: non puoi, proprio non puoi, se vuoi avere un minimo di credibilità, comportarti così; se magnifichi le prestazioni dell’Ente – così come di qualsiasi altra cosa che stai proponendo – devi essere in grado di dirmene almeno qualcuna, se invece non consideri la cosa tanto interessante il punto è un altro, come infatti vedremo].

Segue un altro preambolo in cui Al spiega che gli Enti Bilaterali, per poter divulgare la propria opera, a suo dire hanno legittimamente – cioè pare sia previsto nelle regole di istituzione di tali entità – la possibilità di destinare parte dei propri introiti ad azioni di “propaganda e proselitismo” (usa proprio questi termini). E qui arriva al punto. Sfruttando questa quota di proselitismo, la SAA sta visitando molti professionisti proponendo loro di far iscrivere le aziende propri clienti a questo Ente Bilaterale, contando (se il datore non è iscritto ad alcuna associazione di categoria) sulla libertà di scelta di Ente Bilaterale (cioè non condizionata dal Ccnl adottato) sancita da diverse sentenze ed anche da prassi del Ministero del Lavoro (cfr. circ. n. 43/2010 e nota n. 80/2010). Diciamo subito, qui il nome sarà opportuno metterlo in chiaro, che l’Ente Bilaterale in questione è l’E.BI.L.P.

Per non rischiare di dire cose inesatte copiamo dal sito dell’Ente e dalla brochure che Al ci ha lasciato la sua presentazione.

E.BI.L.P. – ENTE BILATERALE DELLE LIBERE PROFESSIONI E DEL SETTORE PRIVATO – è un Ente Bilaterale nato dalle interazioni fra diverse Parti Sociali, quella Datoriale, rappresentata da FISAPI (Confederazione Generale Professioni Intellettuali) e quella Sindacale rappresentata da CONFSAL e da FISALP CONFSAL. In applicazione dei contratti collettivi nazionali (CCNL) stipulati fra le parti, E.BI.L.P. eroga servizi e prestazioni per i datori di lavoro ed i lavoratori con lo scopo di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e favorire la crescita e lo sviluppo delle imprese. E.BI.L.P. è uno strumento mediante il quale si assegnano ruoli, compiti e funzioni finalizzati ad offrire un sistema plurimo di servizi qualitativi che, in coerenza con gli obiettivi richiamati nei C.C.N.L. – Studi Professionali e Intersettoriale –, è rivolto a tutti gli addetti (datori e lavoratori) che operano nei settori delle attività Professionali e delle attività del Commercio, Terziario, Distribuzione, Servizi, Pubblici Esercizi E Turismo. Inoltre costituisce lo strumento per lo svolgimento delle attività individuate dalle Parti stipulanti in materia di occupazione, mercato del lavoro, formazione e qualificazione professionale.

E.BI.L.P. è anche un Sistema di Organizzazioni che opera su tutto il territorio nazionale, e consente agli operatori che lavorano a livello territoriale di proporre un’ampia offerta di servizi e opportunità per rappresentare e assistere tutte le categorie del mondo dell’impresa e del lavoro.

E.BI.L.P opera su tutto il territorio nazionale  attraverso un Sistema di Organizzazioni  che consente agli operatori  di assistere capillarmente  livello locale  tutte le categorie del mondo dell’impresa e del lavoro:

  • Ente bilaterale (EBILP)
  • Caf e patronato (CONFSAL-INPAS)
  • Confederazione Generale Professioni    Intellettuali  (FISAPI)
  • Sindacato dei lavoratori e dei pensionati   (FISALP CONFSAL)
  • Fondo di Assistenza Sanitaria   Integrativa (SANISP)
  • Fondo Interprofessionale per la   Formazione Continua (FONARCOM)

 

Aggiungiamo per completezza solo le quote di adesione, anche qui copiamo pedissequamente dal sito

• Per i SETTORI LAVORATORI PRIVATI, l’adesione ad E.BI.L.P. è pari ad euro 22,00 mensili, per 12 mensilità, di cui euro 10,00 (euro 6,00 a carico del datore di lavoro ed euro 4,00 a carico del dipendente) sono destinati ai servizi offerti dall’Ente ed euro 12,00 (interamente a carico del datore di lavoro) sono destinati alle prestazioni sanitarie integrative al SSN, gestite dal FONDO SALUTE SANISP.

• Per il SETTORE LAVORATORI STUDI PROFESSIONALI l’adesione ad E.BI.L.P. è pari ad euro 16,00 mensili, per 12 mensilità, di cui euro 4,00 (euro 2,00 a carico del datore di lavoro ed euro 2,00 a carico del dipendente) sono destinati ai servizi offerti dall’Ente ed euro 12,00 (interamente a carico del datore di lavoro) sono destinati alle prestazioni sanitarie integrative al SSN gestite dal FONDO SALUTE SANISP.

  • PER ENTRAMBI I SETTORI, E’ PREVISTO, IN FASE DI ADESIONE, IL VERSAMENTO DI UN CONTRIBUTO UNA TANTUM, pari ad euro 20,00 a dipendente.

Ora, cosa offra di diverso, alternativo e migliore questo Ente rispetto agli altri il simpatico Al proprio non vuole dirlo (vorrà non svelare la sorpresa?) ma in compenso assicura che allo Studio che indirizzerà o dirotterà all’E.BI.L.P. i propri clienti (e conseguentemente i dipendenti degli stessi) verrà riconosciuta una “provvigione” mensile pari ad euro 2 iva compresa per ogni dipendente iscritto (a E.BI.L.P.).

[E qui parte il secondo interrogativo, nel cuore della questione: ma gli Enti Bilaterali (art. 2, D.lgs. n. 276/03) non sono quegli  “organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro”? E se sono costituiti da organizzazioni rappresentative, e se le organizzazioni più rappresentative hanno degli associati che vi aderiscono in forza, appunto, del riconoscimento della loro rappresentatività – che vuol dire rappresentare gli interessi degli associati – perché mai gli Enti Bilaterali, che di tutta questa rappresentatività e fiducia sono il fulcro, avrebbero necessità di fare “proselitismo”? Non sono mica oggetti di mercato, non è che all’uscita del supermercato qualcuno ti ferma, come in una vecchia pubblicità, offrendoti due Enti Bilaterali contro il tuo, al che tu rifiuti perché “il mio Ente lava così bianco che più bianco non si può”. E giustamente rifiuteresti, dato che il tuo Ente Bilaterale è quello costituito dall’associazione di cui ti fidi e che su ogni tavolo parla per te. O c’è qualcosa che non comprendo?]

Ma proseguiamo. Nel disvelamento della proposta, mi e gli (al nostro Al) pongo ancora un paio di quesiti (oramai ho deciso di stare al gioco e di capire fino in fondo cosa succede, invece di aderire al primo istinto e cacciare seccamente Al e il suo segretario). Il primo riguarda la contrattualizzazione e corresponsione di tale prebenda provvisionale: come avviene?

La seconda è che non mi appare così facile convincere i clienti a passare ad un misterioso Ente Bilaterale caduto dal cielo, già sono diffidenti sugli Enti “classici”, oltre che su qualsiasi cosa ci sia da pagare (il secondo quesito, lo confesso, è perché spero ardentemente che almeno adesso Al mi disveli i magnificati servizi dell’Ente, ma niente da fare; andrò per curiosità a vedermeli io dopo l’incontro – sul sito – non trovando niente di così mirabolante, anzi, e soprattutto davvero poche cose verso i lavoratori).

La risposta alla prima domanda sta in un modello che esce dalla nutrita brochure con cui Al accompagna la sua presentazione: una lettera di incarico professionale da parte della SAA allo Studio (“su incarico diretto del Presidente Nazionale dell’ E.BI.L.P.” – che suona un po’ pomposo, quasi un “by appointment of Her Majesty”) per consulenza varia (sul lavoro, per analisi e fabbisogni del mercato del lavoro, sicurezza, bilateralità, conciliazioni, welfare aziendale e tante altre cosucce) ovviamente senza nessun preventivo accertamento delle qualifiche e/o competenze con cui potrei svolgere tutte queste attività. Ma niente paura, dice Al, questo è solo un artificio formale per poter fatturare le provvigioni suddette: “noi SAA fatturiamo in questo modo ad E.BI.L.P. e quindi riceviamo identica fattura da voi professionisti”. Mi chiedo ad alta voce se non si profili in tal modo una fattispecie di fatturazione inesistente, ma qui Al subito invita a sdrammatizzare, non usiamo parole grosse, in fondo la consulenza è qualcosa di impalpabile e poi i professionisti la consulenza la fanno, no? Chi vuoi che vada a questionare entrando nel merito di cosa sia stata la consulenza effettiva…

La risposta al secondo dubbio (sul convincimento dei clienti) Al la cava fuori sempre dalla brochure: ovviamente “è solo un consiglio”, ma si tratta di una lettera fac-simile da mandare ai clienti in cui li si informa che dal prossimo mese lo Studio li farà aderire ad E.BI.L.P. e “in mancanza di diverse indicazioni, si proseguirà con l’adesione”, una sorta di silenzio-assenso. E qui Al sfodera una perla di pseudo-saggezza: tanto, quanti clienti leggono le circolari che mandate? Quindi con questa comunicazione voi li avete informati e tutto procede (e, soprattutto, voi cominciate ad intascare i due euro a dipendente). La chiacchierata si chiude con un “a risentirci” da parte mia per concludere il mesto incontro (la mia intenzione reale sarebbe stata quella di organizzare un secondo incontro con tanto di Ispettorato e GDF a vedere se tutto fili così liscio come l’espressione raggiante di Al faceva intendere, appuntamento che più volte Al ha sollecitato, poi impegni e casi della vita hanno avuto il sopravvento) e con Al che mi mostra “a convincimento” un discreto pacco di cartelline, a suo dire adesioni già ricevute da altri professionisti (e purtroppo temo anche sia vero).

Tutto quello che vi ho raccontato fin qui è vero e perfettamente documentabile, anzi forse per brevità ho omesso qualche altro particolare raccapricciante. Lo riassumo, per vostra comodità, in poche righe:

  • una società che si occupa di molte cose importanti e che vanta presunti importanti accreditamenti si occupa di propagandare un Ente Bilaterale, sputando addosso agli (altri) Enti Bilaterali in quanto tali;
  • la propaganda consiste non nella bontà di tale Ente, ma più prosaicamente nel contattare professionisti proponendogli una provvigione se faranno aderire i loro clienti (e conseguentemente ai dipendenti degli stessi) a tale Ente Bilaterale;
  • come modalità dell’adesione del cliente propone una via “poco trasparente” (eufemismo);
  • come modalità della percezione della provvigione si propone una contrattualizzazione altrettanto “poco trasparente” (secondo eufemismo).

Ma ora, con il solito vizio del pensiero (come direbbe il Guccini) vorrei sottoporvi alcune riflessioni; confesso anzi che mi piacerebbe che queste riflessioni coinvolgessero non solo gli affezionati lettori di questa Rivista (sì, potete scriverci e potremmo pubblicare le vostre mail in un dialogo continuo), magari mi farebbe piacere che a dialogare fossero gli artefici, individuali o collettivi, di queste architetture sbilenche (confrontandomi con altri colleghi ho scoperto che in un meccanismo simile sono coinvolti anche altri Enti Bilaterali; inoltre qualcuno mi ha sussurrato che a suggerire questo meccanismo perverso sarebbero anche nomi noti), ma chissà che ne pensano anche i fautori delle relazioni industriali e della bilateralità come panacea universale, i professionisti abbraccianti questa e altre proposte; non disdegnerei di conoscere il parere dell’Ispettorato Nazionale o della Guardia di Finanza, ma pure degli Ordini (nazionali o provinciali) che “darebbero corda” a certi soggetti.

La prima domanda è questa: ma quale razza di idea della bilateralità emerge da queste pratiche poco ortodosse? Un obolo da pagare, senza grosse speranze (in fondo) sul suo significato o la sua utilità, e con un giro di affari sicuramente depauperante le risorse dell’Ente (facciamo due conti: non considerando la parte sulla sanità, l’adesione costa 10 o 4 euro al mese – di cui rispettivamente 4 o 2 sono a carico del dipendente, ma di cui 2 vanno come provvigione al professionista e si suppone altrettanta quota vada ad Al e alla sua società. Cosa resta? Insomma, un business fine a sé stesso).

Eppure se uno credesse a quello che c’è scritto sulle leggi, a quello che ha ideato chi ha pensato alla bilateralità come a una cosa buona e giusta, il concetto sarebbe diverso. Proviamo a scorrere fino in fondo la definizione di Ente Bilaterale del D.lgs. n. 276/03: “organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro attraverso: la promozione di una occupazione regolare e di qualità; l’intermediazione nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro; la programmazione di attività formative e la determinazione di modalità di attuazione della formazione professionale in azienda; la promozione di buone pratiche contro la discriminazione e per la inclusione dei soggetti più svantaggiati; la gestione mutualistica di fondi per la formazione e l’integrazione del reddito; la certificazione dei contratti di lavoro e di regolarità o congruità contributiva; lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro; ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla legge o dai contratti collettivi di riferimento”.

Non è solo che gli E.B. possono fare tante cose, è che a tutta questa roba è affidato un importante compito regolatorio del mercato del lavoro che tocca aspetti importanti, anzi cruciali: la sicurezza, la formazione, la certificazione dei contratti, la regolarità contributiva, l’inclusione di soggetti svantaggiati etc. Ed ecco perché quando si parla di sicurezza, ad esempio, i tecnici tengono subito ad evidenziare la distinzione fra Enti Bilaterali ed Organismi Paritetici, ecco perché l’Ispettorato Nazionale (vedi circ. n. 4/2008) è costretto ogni tre per due a ricordare che certificazioni ed altre azioni messe in campo da E.B. non rappresentativi non valgono una cicca: perché ci sono in giro Enti Bilaterali di dubbia formazione e di altrettanto dubbia rappresentatività (non dico quello di cui parliamo oggi, ci mancherebbe, già da come viene presentato – pardon, propagandato – se ne deduce l’estrema serietà ed il rigore, facciamo un discorso in generale). Qui parte la seconda riflessione, sul tema della rappresentatività e dei mille e passa contratti collettivi nazionali registrati al Cnel e degli infiniti rivoli associativi attraverso cui, con mezzi e mezzucci, organizzazioni poco rappresentative si conquistano fette di rappresentatività con prebende varie: dal campo della sicurezza a quello della formazione, con attestati per così dire compiacenti, dalla promozione di contratti collettivi di chiara finalità di dumping retributivo e normativo, fino ad arrivare a promuovere o legittimare (internamente o esternamente, magari con qualche certificazione di  comodo) catene e filiere di intermediazione o caporalato. Il tutto al grido della libertà sindacale.

Abbiamo pertanto una rappresentatività ed una contrattazione collettiva (ed in genere un mercato del lavoro, nei suoi aspetti tipicamente più garantisti, almeno sulla carta) sporcati da interessi di dubbio profilo. Che poi qualche mossa poco simpatica talvolta si osservi anche in sindacati particolarmente rappresentativi non dovrà stupirci: nella giungla l’unica legge è quella del più forte, di quello che grida di più, oppure del più furbo, di quello che usa gli stratagemmi più efficaci. Al di là di tante lodevoli e pregevoli eccezioni, davvero pensiamo che si esca da questa palude con il metodo delle relazioni, se prima non si mettono le regole e, anche attraverso di esse, non si tenta di pulire un mercato “sacro” in cui però si affacciano troppi mercanti del tempio?

La terza riflessione dobbiamo porcela, con estrema onestà intellettuale, noi professionisti. Qual è il nostro ruolo nel mercato del lavoro? Quello di agenti (e magari fossimo almeno agenti proattivi di buone relazioni, in certi meccanismi appariamo piuttosto squallidi lacchè pagati con prebende – soldi o vantaggi che siano – non pulite) di questo universo di falsa rappresentanza? I modi sono tanti, non solo quello che ha preso lo spunto dell’articolo, si può anche diventare, che so:

  • ufficio di zona della tal categoria misconosciuta (ovviamente se convinci le aziende ad associarsi, magari forte della proposizione di un Ccnl pirata o simil-pirata, acquisirai nuovi clienti, oppure speri che te li porti l’associazione);
  • procacciatori a provvigione di Enti Bilaterali, di Enti di formazione, di Sicurezza sul lavoro, di Sanità integrativa, di Organizzazioni che procurano bandi, finanziamenti posizioni, conoscenze (la cosa drammaticamente fondamentale è che gli scopi ideali dei finanziamento, della formazione , delle relazioni rimangono, per così dire, sottotraccia, l’importante è cosa ci si ricava economicamente);
  • prestanomi di servizi di associazioni di categoria, sotto lo scudo di un’interpretazione troppo compiacente della L. n. 12/79;
  • fornitori (per mezzo di tali Enti) di servizi di certificazione, asseverazione, qualità un po’ compiacenti (eufemismo);
  • ultimamente – vista sui social – la possibilità di diventare anche “conciliatore sindacale”, “operatore di patronato” o qualche altra attribuzione, più o meno sballata, giusto per portare a casa le briciole di qualche pagnotta il cui prezzo è pagato da lavoratori e, non di rado, anche da aziende.

Pensate al caso qui esposto: ma con quale coraggio, con quale dignità tu professionista vai a distribuire al cliente una circolare, che non leggerà, in cui lo informi (senza informarlo) che stai per iscriverlo ad un Ente Bilaterale che costerà a lui ed ai suoi dipendenti qualche soldo, che poi viene intascato da te e dai faccendieri come Al e la sua società? E comunque, con quale fegato lucri su queste cose?

E per finire: abbiamo qui forse una chiave di lettura per capire perché in Italia quando parliamo di formazione professionale, di tirocini, di domanda-offerta del mercato del lavoro, di contrattazione, di certificazione, di sicurezza sul lavoro abbiamo sempre la sensazione di girare in tondo, in un circolo vizioso, come una vite senza fine in cui si vedono poche cose efficaci (al di là di tanti convegni e bla bla, anche sponsorizzati dalle Parti Sociali simil-rappresentative, perché un tono e un’immagine bisogna pur darseli!) e tanta, tanta elusione, tanto fumo e poco arrosto? Poi arriva qualcuno, ogni tanto, che non avendo la minima idea di quello di cui si sta occupando, butta via il bambino insieme con l’acqua sporca, perché non ha i mezzi intellettuali e materiali per distinguerli (vedi ultima stretta sui tirocini, tanto per fare l’ultimo esempio).

Noi professionisti non possiamo, ammesso che lo vogliamo, risolvere tutto. Ma dal momento che un ruolo importante nel Paese ce l’abbiamo (e quelli che vorrebbero negarcelo, guarda caso, hanno parentele molto strette con i furboni che vendono fumo per arrosto e sono pronti a spartirsi le attività che vorrebbero sottrarci)  e che la maggior parte di noi ha onestà intellettuale e si merita la fiducia che i nostri clienti ripongono in noi, cominciamo per primi a  non cedere a facili lusinghe e a mettere alla porta, insieme ai tanti abusivi, chi  – magari talvolta anche dietro una patina pseudo-ordinistica  – propugna o accetta soluzioni indegne e mercantilistiche.

O, ancora, mi sfugge qualcosa?

 

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Senza filtro – COMUNICAZIONE E LIBERAZIONE (ovvero: tutti i mali del D.M. n. 205/2021)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

 

Il D.M. n. 205 del 29 ottobre 2021 impone nuovi obblighi ai datori di lavoro i cui lavoratori siano coinvolti in un contratto di rete fra imprese – stipulato ai sensi dell’art. 3 del D.l. n. 5/2009 – attraverso gli istituti del distacco e della codatorialità.

Riassumiamo sinteticamente tali obblighi:

  1. comunicazioni di “inizio, trasformazione, proroga e cessazione” dei rapporti di lavoro in codatorialità e distacco conseguenti ad un contratto di rete sono effettuate al Ministero del Lavoro attraverso il nuovo modello “Unirete” disponibile sul sito servizi.lavoro.gov.it;
  2. individuazione, da parte delle imprese retiste, di un “soggetto” unico incaricato alle comunicazioni suddette; solo e soltanto in capo a questo oggetto, in caso di inadempimento alle comunicazioni, saranno applicabili le sanzioni (le medesime previste per la mancata o tardiva comunicazione di modelli UniLav);
  3. indicazione, nella suddetta comunicazione, dell’impresa a cui imputare il rapporto di lavoro del lavoratore in regime di codatorialità; d. obbligo di adeguare il versamento della contribuzione alla maggiore retribuzione imponibile desumibile dal contratto applicato dall’impresa presso cui il lavoratore in codatorialità ha svolto prevalentemente la propria attività;
  4. obbligo di iscrizione del lavoratore sul libro unico del lavoro dell’impresa di cui al punto c) che precede (quella che in pratica lo ha assunto) però con le annotazioni che evidenzino separatamente l’impiego orario del lavoratore in codatorialità presso ciascun datore di lavoro.

La lettura del suddetto decreto dovrebbe esser resa obbligatoria in qualsiasi facoltà in cui si studi il diritto e la sua formazione per la quantità, tutto sommato in poche righe, di tutto ciò che normativamente si dovrebbe non fare: ripetuto eccesso di delega, sciatteria di scrittura, illogicità e ridondanza degli adempimenti, inefficacia degli stessi rispetto ai fini che si propone la norma. Data la prevedibile incredulità verso un’affermazione così perentoria, cominciamo dunque l’esame, che purtroppo non sarà breve, e partiamo dal principio con un po’ di normativa.

L’art. 3, comma 4-ter del D.l. n. 5/2009 ha previsto la possibilità di instaurazione del contratto di rete, un’ottima possibilità per le imprese, soprattutto quelle piccole e medie (e dopo la L.n. 81/2017 anche per i lavoratori autonomi, professionisti compresi, sia pure con alcuni limiti), per fare sinergie con la finalità di crescere e/o di difendersi sul mercato.

“Con il contratto di rete più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato e a tal fine si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa”.

 

Al riguardo, il D.l. 28 giugno 2013, n. 76 ha aggiunto all’art. 30 del D.lgs. n. 276/03, disciplinante il distacco di personale, il comma 4-ter (attenti a non confondervi col 4-ter di prima) che prevede un’ulteriore e peculiare possibilità di distacco, proprio per le imprese legate da un contratto di rete. Vale la pena citarlo per intero.

4-ter. Qualora il distacco di personale avvenga tra aziende che abbiano sottoscritto un contratto di rete di impresa che abbia validità ai sensi del Decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla Legge 9 aprile 2009, n. 33, l’interesse della parte distaccante sorge automaticamente in forza dell’operare della rete, fatte salve le norme in materia di mobilità dei lavoratori previste dall’articolo 2103 del codice civile. Inoltre per le stesse imprese è ammessa la codatorialità dei dipendenti ingaggiati con regole stabilite attraverso il contratto di rete stesso.

Il D.l. n. 34/2020 ha invece introdotto all’art. 3 del D.l. n. 5/2009 alcuni commi (da 4-sexies e 4-octies) per disciplinare il contratto di rete con specifica finalità di solidarietà occupazionale in vista dell’emergenza pandemica (e non solo).

4-sexies. Per gli anni 2020 e 2021, il contratto di rete può essere stipulato per favorire il mantenimento dei livelli di occupazione delle imprese di filiere colpite da crisi economiche in seguito a situazioni di crisi o stati di emergenza dichiarati con provvedimento delle autorità competenti. Rientrano tra le finalità perseguibili l’impiego di lavoratori delle imprese partecipanti alla rete che sono a rischio di perdita del posto di lavoro, l’inserimento di persone che hanno perso il posto di lavoro per chiusura di attività o per crisi di impresa, nonchè l’assunzione di figure professionali necessarie a rilanciare le attività produttive nella fase di uscita dalla crisi. Ai predetti fini le imprese fanno ricorso agli istituti del distacco e della codatorialità, ai sensi dell’articolo 30, comma 4-ter, del Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, per lo svolgimento di prestazioni lavorative presso le aziende partecipanti alla rete. 4-septies. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentiti gli enti competenti per gli aspetti previdenziali e assicurativi connessi al rapporto di lavoro, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono definite le modalità operative per procedere alle comunicazioni da parte dell’impresa referente individuata dal contratto di rete di cui al comma 4-sexies necessarie a dare attuazione alla codatorialità di cui all’articolo 30, comma 4-ter, del Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276. 4-octies. Ferme restando le disposizioni di cui al presente articolo, ai fini degli adempimenti in materia di pubblicità di cui al comma 4-quater, in deroga a quanto previsto dal comma 4-ter, il contratto di rete di cui al comma 4-sexies deve essere sottoscritto dalle parti ai sensi dell’articolo 24 del codice dell’amministrazione digitale, di cui al Decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, con l’assistenza di organizzazioni di rappresentanza dei datori di lavoro rappresentative a livello nazionale presenti nel Consiglio nazionale dell’ economia e del lavoro ai sensi della Legge 30 dicembre 1986, n. 936, che siano espressione di interessi generali di una pluralità di categorie e di territori.

 

 

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Senza filtro – Dipendente 451 (storia di fantasia)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

L’ispettore del lavoro Mario Rossi pigiò con risolutezza il tasto n. 16 del lussuoso ascensore del lussuoso palazzo della lussuosa zona del centro, preparandosi per la consueta entrata in scena in azienda con cui era solito iniziare l’accertamento.

All’apertura della porta dell’ascensore, tuttavia, si trovò direttamente all’interno dell’ufficio reception e lo colse un leggero senso di stordimento. Una luce diffusa, diafana, nell’ambiente dominato dai colori bianco azzurrognoli delle pareti e dell’arredamento, coordinatissimo nei minimi dettagli, dava la sensazione di essere in un ambiente fantascientifico. L’aria aveva il sentore di una fragranza impercettibilmente balsamica, che più avanti l’ispettore avrebbe scoperto ricavata dalla corteccia della rarissima sequoia nana dell’Oregon. Una musica senza struttura si espandeva a basso volume nello spazio, un fastidioso mix strumentale fra una fusion elettronica ed una melodia orientale. Con il suo impermeabile color kaki e la borsa marrone in similpelle, all’interno di quel contesto l’ispettore sembrava il Tenente Colombo catapultato nell’astronave di Star Trek.

Ma quello che colpì di più l’ispettore fu la figura dietro il bancone: sopra una tuta intera unisex, perfettamente coordinata coi colori dell’ambiente, a coprire interamente il volto e il capo troneggiava la maschera a testa intera di Paperino. Una voce vagamente elettronica gracchiò dalla maschera.

Buongiorno sono dipendente 451. Posso esserle utile?

Buongiorno sono un ispettore, dovrei esaminare la vostra azienda. Ma mi perdoni, c’è per caso una festa in atto?”

No, perchè?”, rispose Paperino.

La maschera, anzi le maschere …”

Da dietro la vetrata della reception, infatti, si apriva un illuminato open space di persone nelle tute coordinate, tutte identiche nella foggia e nel colore, che indossavano maschere. All’ispettore nel marasma di figure in movimento parve di riconoscere Zagor, Snoopy, Batman, Mafalda, Rat-man ed altri.

 “Mi scusi, lei non ha sentito parlare di privacy, GDPR, pseudonimizzazione?”

 “Sì certo ma che c’entra …”

Nella nostra azienda, sempre all’avanguardia non solo nei servizi offerti ai nostri clienti – la voce metallica sembrava ripetere una cantilena – abbiamo semplicemente applicato il concetto in modo serio ed efficace. Dopo un sondaggio di gradimento fra dipendenti, abbiamo pensato che le tute indifferenziate e le maschere dei personaggi dei fumetti rendessero bene il senso di appartenenza aziendale (sa, ci occupiamo di grafica), e garantissero la piena disidentificazione personale”.

Ma quindi … fra di voi … vi chiamate coi nomi dei fumetti?”  disse l’ispettore mentre dal corridoio laterale osservava passare velocemente un Alan Ford con un faldone sotto il braccio.

Assolutamente no. Siamo identificati con un numero. Vede il cartellino? Come le ho detto all’inizio, sono dipendente 451”.

Ma che voce ha, scusi? Sembra che stia parlando con un microfono…”

Pseudonimizzazione vocale – sospirò Paperino con una certa impazienza che la voce metallica non riuscì a coprire del tutto –. Nelle maschere abbiamo un deformatore che impedisce qualsiasi tentativo di identificazione personale o riconoscimento attraverso il timbro della voce”.

Ma infatti! E io come faccio? Io non riesco a capire nemmeno se lei sia un uomo o una donna! Anche se, con la maschera di Paperino, posso immaginarlo …”

Con gesto istantaneo, dipendente 451 estrasse dalla tasca della tuta un piccolo taccuino nero ed un lapis bicolore blu-rosso e scrisse qualcosa con la punta blu.

Ma cosa sta scrivendo?”

Annoto sul <taccuino personale dei fatti e delle espressioni inappropriate> quanto appena successo: lei ha usato l’espressione “uomo o donna” cercando anzitutto di carpire il riferimento alla mia persona e quindi con un chiaro tentativo di violazione della nostra policy di pseudonimizzazione sessuale (tra l’altro, la tuta serve proprio per quello) ed inoltre dando una polarizzazione di genere assolutamente discriminatoria verso le altre diverse categorie (esempio i transgender). E comunque le dico subito che il tipo di maschera non è identificativo del genere: Paperino non deve necessariamente essere “un” Paperino.”

Ma è assurdo! Ma mi dica un’altra cosa, perché indossa i guanti?”

Questi sono guanti particolari, caro signore, in lattice di caucciù amazzonico (prodotti nel rispetto delle regole ambientali e del lavoro, vede il logo di garanzia della Rainforest Foundation?). Impediscono il rilascio di impronte digitali o altri elementi fisici che potrebbero subitaneamente portare ad una possibile identificazione personale”.

Va bene, senta mi chiami cortesemente un responsabile”.

Taccuino e lapis balenarono nelle mani guantate di Paperino – 451.

Cos’ho detto di male stavolta?” chiese l’ispettore, visibilmente intimorito.

Mi perdoni, con l’espressione “un” responsabile lei ha sottinteso che a dirigere questa azienda fosse un individuo di sesso maschile. Ciò è evidentemente altamente discriminatorio ma siccome ritengo vi fosse anche una dose di involontarietà ho annotato la cosa con la punta blu – disse compunto Paperino che, mentre parlava, batteva dei tasti sul computer ed esaminava con soddisfazione la risposta sullo schermo – Dirigente 111 sarà da lei fra 120 secondi.

Ma senta, mi faccia capire. – insistè l’ispettore – Mica andrete in giro così anche fuori, no? Dovrete pur cambiarvi per andare a casa … e lì fatalmente cadranno le maschere e tutto il resto…”

Ci sono degli spogliatoi collegati direttamente all’entrata e all’uscita, che procedono a scaglionamento di tre minuti. Ha presente gli spogliatoi delle sale radiografiche, a doppia porta? Entriamo, lasciamo lì tuta e maschera, che ritroviamo il giorno dopo e usciamo dall’altra parte. Fuori è fuori, dentro non sappiamo nulla l’uno dell’altro. È molto meglio, no? Niente personalizzazioni, niente discriminazioni, niente molestie, solo fasci di competenze e ruoli”.

“E vabbè ma se uno si appropria della maschera di un altro? Poi, come sarebbe possibile identificarvi esattamente?”

È assolutamente impossibile che ciò avvenga, ma l’identificazione è molto facile” disse una voce ugualmente metallica alle spalle dell’ispettore che si girò spaventato.

“Diabolik!”

Prego, sono dirigente 111” disse la figura che effettivamente indossava la maschera del noto criminale a fumetti, porgendogli la mano.

Mi scusi, è stata la suggestione – disse l’ispettore, stringendo la mano –  ma mi sembrano un po’ cose da pazzi”.

Diabolik e Paperino tirarono fuori il taccuino.

Perdoni” spiegò Diabolik – 111 “ma con l’espressione <pazzi> lei ha evidentemente usato un tono dispregiativo verso una disabilità cognitiva, emozionale e/o relazionale, adoperando un’espressione sdoganata fin dai tempi della Legge 13 maggio 1978, n. 180”.

La legge Basaglia” disse l’ispettore, che non voleva mostrarsi impreparato.

La prego, abbandoni questa usanza barbara di battezzare la legge con il nome dell’ispiratore” esclamò Diabolik!

Eh così almeno uno si ricorda nel tempo chi è il genio (o il cretino) che ha fatto certe norme – pensò l’ispettore (ma non lo disse). Vedendo invece l’alacre immancabile annotazione sospirò:

“E annotate tutto sul vostro taccuinoMa a che vi serve?”

Per la riunione di confronto settimanale con i GATTI” si inserì 451 con orgoglio.

I … gatti?”

I Grandi Ambasciatori della Tolleranza Trasversale Impersonale” precisò enfaticamente 451.

Sono persone esperte nella comunicazione e nella team disidentification – intervenne dirigente – 111 – ci aiutano a slegarci da pregiudizi intellettuali e comunicativi, che come vede sono radicati nella nostra cultura, nell’intento di arrivare ad una totale, pacifica e liberante spersonalizzazione”.

Torniamo all’identificazione … È possibile?” disse l’ispettore che stava per essere invaso da un senso di stordimento e voleva tornare su qualcosa di concreto.

Ma certamente. Vede questo quadratino sul cartellino di ognuno di noi? – l’ispettore individuò, seguendo il gesto diaboliko, un piccolo quadratino di puntini e svirgoli neri – È un QR code che può essere letto con uno scanner di nostra ideazione, questo. Glielo lascio”.

Diabolik tirò fuori di tasca una specie di telefonino piccolo e lo porse all’ispettore.

Sì ma, e se i dipendenti si scambiano maschera e cartellino?” affondò l’ispettore.

Come le dicevo, è impossibile. Sia maschera che cartellino contengono un chip elettronico in grado di leggere dal contatto epidermico (attraverso peli o sudore o quant’altro) il DNA di ciascun dipendente, che abbiamo diligentemente raccolto in fase di assunzione. Una volta assegnati, cartellino e maschera non sono più intercambiabili né indossabili da qualcun altro. D’altronde abbiamo calcolato che la produzione fumettistica e cartoonistica mondiale ci assicura oltre 350.000 possibili personaggi, senza contare quelli in continua evoluzione” nel frattempo stava passando un Pokemon Bulbasaur.

Ma …”

“Lo so già cosa mi sta chiedendo, abbiamo ottenuto ovviamente l’autorizzazione preventiva del Garante alla raccolta ed al trattamento di questi dati genetici e di profilazione, visto lo scopo di ridurre significativamente l’impatto identificativo. Anzi, insieme all’autorizzazione abbiamo ricevuto una lettera di elogio, sia dal Garante che dalla Direzione Generale di Roma del Ministero a cui lei appartiene, sa?”

Sì, tanto quelli dei piani alti non ci dicono mai nulla” pensò l’ispettore …

Purtroppo però ora la devo lasciare perché ho un appuntamento per un colloquio scolastico” disse Diabolik 111.

A questo sprazzo inatteso di umanità, il viso dell’ispettore si illuminò.

Eh i figli … ne ho due anch’io, una meraviglia guardi – disse con orgoglio estraendo lo smartphone di cui proprio qualche giorno prima aveva imparato ad utilizzare la cartella “foto” e mostrandole a Diabolikguardi, guardi …”

Mi scusi ma lei mi sta sottoponendo immagini di minori con il volto non oscurato …” disse con tono inorridito Diabolik – 111 indietreggiando e brandendo il taccuino.

“Sono i miei figli …” balbetto l’ispettore

“… e potenzialmente pedopornografiche …” continuò Diabolik (l’ispettore notò l’annotazione con la punta rossa).

“Ma è la mia bambina di 4 anni in spiaggia!”protestò.

Va bene, va bene, ma ora devo proprio andare – si riprese frettolosamente DiabolikIn qualità di genitore 2 di familiare 4, che è anche discente 27, devo andare a colloquio con docente 72, che insegna la materia 8. Ho un appuntamento in aula 16 dalle 11.30 ed essendo il numero 3 sono già in ritardo. Se viene domattina alla stessa ora identifichiamo tutti, va bene?”

D’accordo” disse con un filo di voce l’ispettore a cui la girandola di numeri aveva procurato un impegnativo capogiro.

 Ma mentre stava per congedarsi, si risvegliò per un attimo il suo istinto investigativo.

“Le mani!” esclamò.

Prego?” disse Diabolik.

“Nel salutarmi all’inizio lei mi ha stretto la mano. – disse trionfalmente l’ispettore – La mano nuda. E mi ha dato lo scanner. Con sopra le sue impronte. Non siete completamente spersonalizzati. Potrei attivare delle azioni per identificarla, in fondo”.

Mio caro signore – rispose amabilmente Diabolik – 111 (all’ispettore sembrò che sorridesse in modo inquietante ma forse era solo l’espressione fissa della maschera) – è vero, noi dirigenti non indossiamo i guanti. D’altronde, lei capirà, dovendo avere particolari e frequenti rapporti interpersonali esterni, anche importanti, parrebbe brutto indossare qualcosa che ci fa sembrare distanti, distaccati. Tuttavia alla mattina, al nostro arrivo in ufficio, immergiamo le mani in una speciale soluzione chimica, ovviamente anallergica, di nostra invenzione, che rilascia sulle mani una sottile pellicola, la quale sortisce il medesimo effetto dei guanti. Oltretutto ci protegge dai microbi. Pertanto, non troverà impronte. La saluto”.

Anche dipendente 451 fece col capo un cenno freddamente cortese di commiato. Chissà se sorrideva, sotto la maschera.

Uscendo dall’edificio, l’ispettore fu colto da un senso di freddo pungente. Forse era il novembre umido di questa benedetta pianura lombarda, forse il vento. O forse chissà cosa … Istintivamente rialzò il bavero e si strinse nell’impermeabile notando il cielo plumbeo che racchiudeva la città in un senso di oscurità crepuscolare malgrado fosse solo mattino avanzato. Le nubi nere e minacciose che minacciavano tempesta sembravano la metafora di qualcosa che incombeva sul mondo.

 

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Senza filtro – Io sto con M&G!

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

“Siamo uomini o caporali?”

                                                                                                                                             Totò

Io sto con M&G.

Ma chi sono costoro (direte voi)?

Come come, non avete mai sentito parlare di M&G? M&G è una cooperativa, anzi no una società, forse una holding, poi però … Oddio, la realtà è un po’ fluida e difficile da acchiappare … Insomma, per farla breve, M&G è il marchio di fabbrica (ma d’ora in poi la chiameremo anche cooperativa, per semplicità) di un’avventura che raduna 5 mila, 7 mila o forse più lavoratori, che vengono offerti sul mercato a prezzi concorrenziali attraverso una serie di contratti di appalto. La cooperativa in questione è stata oggetto di una campagna di informazione e di attacco da parte dei Consulenti del lavoro, a dire dei quali i contratti di appalto in questione mascheravano in realtà una fattispecie di somministrazione illecita ed abusiva. Secondo i consulenti, dotati in questo caso di una dose di malignità notevole, era addirittura riprovevole che alla M&G fosse stata rilasciata l’autorizzazione ministeriale alla somministrazione, un immeritato suggello a tale attività borderline. Offesa e danneggiata da cotanto pregiudizievole preconcetto, la M&G si è sentita in dovere di querelare i Consulenti del lavoro per diffamazione e lesione di immagine. Per non sbagliare, riportiamo la notizia.

Dopo mesi di attacchi unilaterali, la M&G ha deciso di scendere in campo per difendere la propria reputazione. Con un atto depositato a metà ottobre presso il Tribunale ordinario di Roma, l’azienda ha citato in giudizio il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, la Fondazione studi dei Consulenti del lavoro e l’Associazione nazionale Consulenti del Lavoro. È una richiesta di risarcimento di oltre 4 milioni e 600 mila euro quella che l’M&G ha avanzato nei confronti dei tre Enti considerati congiuntamente responsabili di aver portato avanti, negli ultimi due anni, una campagna mediatica aggressiva e distruttiva. I Consulenti del lavoro, travalicando i confini della loro funzione, hanno azionato, contro l’azienda e il suo presidente, Luca Gallo, una macchina del fango che ha avuto come drammatica conseguenza la soppressione di oltre 7.000 posti di lavoro, la compromissione della capacità di concorrenza professionale, incalcolabili danni economici e d’immagine.

(Fonte: Adnkronos)

 

Per una volta, però, io non la penso come gli stimatissimi succitati consessi nazionali di categoria (spero non me ne vogliano). No, io sto dalla parte di M&G. Ma andiamo con ordine.

Bisogna dire che il mondo è pieno di malpensanti, sempre pronti a cavillare e a spaccare il capello in quattro. Peggio ancora quando certe affermazioni nascono dal pregiudizio. La storia è piena di esempi di persone ingiustamente giudicate male. Pensate a Caino: vegano ante litteram, quali altri mezzi aveva per fermare la strage di agnelli del crudelissimo Abele (oltretutto nemmeno giustificato dalla Pasqua, che ancora non era stata inventata)?  Eppure oggi tutti a dire che Caino era un assassino.

Ed Erode? Passato alla storia per la Strage degli Innocenti, nessuno dice che in realtà quella fu una campagna contro la diffusione del morbillo (forse era un no vax in anticipo…).

Bruto e Cassio? Che colpa avevano se mentre si allenavano al lancio del giavellotto per le Olimpiadi, uno sbadato Cesare passava sul campo di gittata? Loro due, poveri, ci rimasero così male che abbandonarono la pratica sportiva e si diedero alla politica (anche allora – evidentemente – ricettacolo di delusi, falliti, incompetenti …).

Pilato? Uno che aveva una giusta preoccupazione per l’igiene personale. Oggi in ogni ospedale o luogo pubblico si raccomanda di lavare bene le mani: merito di Pilato, ingiustamente assurto a simbolo di ignavia.

Di Giuda nemmeno vale la pena di parlare, perché chissà che male c’è a baciare affettuosamente un amico in un oliveto …

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma – bando agli indugi – nella galleria degli incompresi eccoci arrivare alla nostra M&G. Voi forse siete scettici (ve lo leggo negli occhi …) ma io ho prove inconfutabili della bontà della suddetta azienda (come l’ha definita Adnkronos).

Ad esempio, lo sapevate che M&G ha versato 7 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate? Voi, voi che criticate tanto, una cifra simile allo Stato l’avevate mai data?

Il 1° agosto 2018 è stato firmato il verbale di accertamento con adesione che sigilla l’accordo tra l’M&G e il Fisco italiano. L’azienda si è impegnata a versare all’Agenzia delle Entrate una cifra che supera i 7 milioni di euro, evitando in questo modo l’insorgere di una lite tributaria. L’accertamento con adesione è stato, infatti, firmato per risolvere senza controversie le indagini fiscali avviate dal nucleo della polizia tributaria della Guardia di Finanza, nel giugno 2017, e relative ai pagamenti riguardanti il quadriennio d’imposta 2013-2016.

(Fonte: sito megholdingsrl.com)

Ora, potrà essere cattiva un’azienda che corrisponde così tanti soldi al nostro, sempre bisognoso, Paese?

Come dite? Un accertamento con adesione significa che c’erano irregolarità? Ma lo vedete come siete pretestuosi, pettegoli e maliziosi? Dai, lo sapete anche voi come sono pignoli i ragazzi dell’AdE (che già la sigla, AdE, non vi evoca qualcosa di terrificante?): trovano una fattura un po’ spiegazzata, uno scontrino sbiadito e ne fanno una tragedia …

Continuo a trovarvi scettici, ma ho in serbo altre sorprese

Martedì 11 Aprile 2017, l’Onorevole Walter Rizzetto, VicePresidente della commissione permanente XI Lavoro alla Camera dei Deputati, ha visitato la M&G.

L’appuntamento fissato presso gli uffici della nostra Sede primaria, è stato cordiale e informale e subito il Presidente Dott. Luca Gallo, accompagnato dalla Direttrice Generale Dott.ssa Federica Scipioni e dal Dott. Giorgio Celato hanno instaurato un rapporto di stima reciproca.

L’onorevole ha voluto conoscere ed apprezzare con i suoi occhi la realtà in forte crescita rappresentata dalla nostra società e le dinamiche imprenditoriali collegate e coordinate dal Dott. Luca Gallo.

(Fonte: sito megholdingsrl.com)

Ora, mi pare chiaro che quando un’azienda gode del favore di un politico, non può che essere una realtà seria e stimabile. D’altronde, stiamo parlando di un Onorevole Vicepresidente di una commissione parlamentare. Vi-ce-pre-si-den-te (mica un cialtrone qualunque …)!

Potremmo addirittura formalizzare la cosa in un elementare sillogismo:

la politica è una cosa seria / un’azienda è oggetto di favore politico / l’azienda è seria.

Fine delle discussioni.

Uffa. Ancora replicate? Siete stancanti per quanto siete sospettosi … Ma lo sapete o no, che la M&G ha ottenuto l’autorizzazione alla somministrazione di lavoro? Ma che pensate, che al Ministero (in questo caso, ANPAL) ci siano degli incompetenti o dei faciloni, gente che fa le pratiche un tanto al chilo? Come dite? È stata una svista o una leggerezza? Ma quale leggerezza! E poi non sapete che anche il Tar del Lazio ha dato ragione ai nostri (la M&G), annullando la revoca all’autorizzazione? Ma la campagna è continuata … E dai e dai, però, alla fine uno si stanca … è normale …

La M&G ha deciso di riconsegnare nelle mani dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro l’autorizzazione alla somministrazione di manodopera. La comunicazione ufficiale è stata presentata all’Anpal, venerdì 6 aprile.

Un forte segnale di protesta che il Presidente della M&G, Luca Gallo, ha voluto lanciare in risposta ai continui attacchi subìti nell’ultimo anno e mezzo.

(Fonte: sito megholdingsrl.com)

Bravo Luca Gallo, così si fa! Come dice il vecchio adagio, “chi non ci ama non ci merita”.

Inutile andare dietro alle chiacchiere di chi sostiene che tanto una nuova revoca dell’autorizzazione sarebbe stata questione di tempo e che questa è stata solo una mossa per evitare di dare soddisfazione agli avversari (e per poter avanzare le richieste milionarie).

Ma insomma … Un’azienda (o cooperativa) che ha nel cuore solo la voglia di far lavorare la gente e di far risparmiare le imprese (così si legge nel loro sito: “Il tempo è denaro. Ottimizza il tuo risparmio con la M&G”) potrà mai essere cattiva? Guardate sul sito le facce del loro organigramma, si vede che sono persone per bene, che ci tengono ai loro lavoratori, che si toglierebbero il pane di bocca per loro (Il pane … solo il pane … d’altronde, quando si lavora meglio stare leggeri. E poi, la dieta mediterranea allunga la vita).

Lo dice anche la stampa, che si risparmia.

“Ad esempio, a Torino una tabaccheria paga 1.114 euro al mese la cooperativa multiservizi M&G di Roma per avere un lavoratore, pagato solo 688 euro netti per 87 ore mensili. Se la tabaccheria avesse assunto un dipendente, avrebbe speso non meno di duemila euro, più ferie, tfr, malattia.”

(Da: http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/08/06/news/false-coop-la-grande-truffa)

È inutile, vedo che non vi convincerò mai … Siete sospettosi, malfidati, anche un po’ saccenti. Amici degli ispettori e nemici delle imprese. Siete come i Consulenti del lavoro, gente che non si fa i fatti propri “travalicando i confini della propria funzione” (che, lo sanno tutti, è quella di elaborare i cedolini, mica di preoccuparsi della legalità nel mondo del lavoro, e che diamine!).

Voi siete come il dottore del Centro, che viene a trovarmi tutti i giorni e mi parla durante la passeggiata nel parco. Anche lui cerca di convincermi che sono pazzo, o che – ben che vada – sono in malafede, o un venduto, o un incompetente. Che chi entra in queste reti, lavoratori o imprese che siano, rischia grosso e finisce male. Ma io non ci casco. Le pillole che mi danno faccio finta di prenderle ma poi le sputo. Sono lucidissimo. E quando torno nella mia celletta, che misuro a passi forzati avanti e indietro, lo ripeto con forza, quasi come un mantra (perché loro sono i miei idoli): io sto con M&G.

 

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Senza filtro – Maledette circolari

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

Ci risiamo. Di nuovo. Forse, come sempre.

Senza alcun dolcetto, lo scherzetto del 31 ottobre 2018 prende la forma di una circolare, la n. 17/2018 del Ministero del lavoro, in commento al D.l. n. 87/2018, che ha assunto il nome di Decreto Dignità in forza della pretesa (tutta da dimostrare) degli estensori di aver fatto qualcosa di buono e di utile.

La circolare, che tutti attendevano e che è arrivata assurdamente l’ultimo giorno del periodo transitorio, contiene una serie di affermazioni che lasciano, per così dire, perplessi.

Ma non di questo ennesimo parto (podalico?) della nostra burocrazia vogliamo parlare, quanto più in generale della sua smania “circolatoria” di cui la circolare n. 17/2018 non è che l’ultimo, fulgido (e forse nemmeno il peggiore) esempio. Tuttavia sarebbe davvero ingiusto attribuire all’estensore una colpa che è invece diffusa e caratterizza i nostri organismi pubblici da diversi lustri.

Vogliamo così sorprendere alcune caratteristiche perverse del motus circolatorius che non possono che lasciare basiti gli operatori per la loro pervicace e costante ripetizione nel tempo, quasi una maledizione, sicuramente una iattura. Ed è simbolico, forse, che la circolare da cui prendono il via e lo spunto queste riflessioni sia stata emanata proprio il giorno di Halloween: probabilmente è una strega cattiva, uno spirito malvagio, un’entità maligna, quella che si impossessa degli estensori di questi capolavori di inutilità, queste cattedrali di insipienza, questi gotici pinnacoli di invenzioni fantastiche, o meglio orrorifiche.

La prima caratteristica che desta perplessità è la parafrasi. Ve la ricordate la parafrasi a scuola, quell’esercizio di tradurre l’espressione poetica con parole tue, per dimostrare che avevi capito il testo? Io me la ricordo rispetto a Dante, e d’altronde il Sommo Poeta era uno che, anche per esigenze di metrica, ci dava dentro, uno che per dire “all’alba” scriveva: “Ne l’ora che non può ‘l calor diurno/ intepidar più ‘l freddo de la luna,/ vinto da terra, e talor da Saturno” (Purgatorio canto XIX).

Però, che bisogno c’è, in una circolare, di parafrasare una legge, cioè di ripetere con parole (leggermente) diverse ciò che ha già detto il Legislatore magari con il rischio – e talvolta succede – di confonderne o alterarne l’espressione?

È pur vero che qui si dovrebbe spostare il mirino sul Legislatore, ma ne parleremo dopo.

Piccola notazione fuori tema: se la parafrasi delle circolari è fastidiosa, perchè sostanzialmente inutile e ridondante, ancor più fastidiosi, al limite dell’irritazione, sono certi articoli di commento alle circolari che fanno la … parafrasi alla parafrasi (senza alcun senso critico o analitico), aggiungendo inutilità ad inutilità.

La seconda fastidiosa caratteristica, che ha qualche parentela con quella precedente, è la citazione: circolari che diventano chilometriche perché vengono riportati interi pezzi, anche molto lunghi, della legge che si sta commentando. Possibile che l’estensore supponga che chi legge, che sarà probabilmente interessato al tema, non abbia già a disposizione e letto la norma? Quando poi si sommano citazione e parafrasi, si allunga il minestrone in maniera davvero insopportabile.

Se, a onor del vero, la circolare n. 17 – da cui ha preso lo spunto questo articolo, ma che, ripetiamo, sarebbe ingiusto ne fosse l’unico o principale bersaglio – sulle due peculiarità precedenti ha evidenziato ampli miglioramenti, sicuramente è caduta nel terzo elemento distintivo delle maledette circolari, l’intempestività. Una circolare che interviene dopo quasi tre mesi a chiarire cosa accade in un periodo transitorio che finisce il giorno di diffusione della circolare sembra davvero una presa in giro. Ma sotto questo profilo altrettanto gravi, se non di più, sono le circolari dell’Inps che, fatta una legge (ad esempio su un’agevolazione) ci mettono semestri prima di emanare un paio di codici alfanumerici che permettono la fruizione concreta di tali sgravi. Secondo qualcuno lo fanno apposta. A Roma dicono che “o ci sei o ci fai”. A chi dei “circolatori seriali” legge queste righe, lasciamo la possibilità di scegliere dove piazzarsi fra l’insulsaggine e la malizia.

Nel proseguire l’esame delle prerogative perverse delle circolari, un posto di rilievo ha sicuramente l’interpretazione. Attività non richiesta e di sicuro poco pregio dal punto di vista giuridico (pare che se un avvocato in un ricorso si azzardasse a citare a sostegno delle proprie tesi una circolare, rischierebbe di essere oggetto di scherno e dileggio da parte del giudice e dei colleghi), è qui che il circolatore seriale raggiunge picchi di inusitata volontà di potenza (“le leggi sono scritte male? Ci penso io!”). In alcuni corridoi ministeriali (e di qualche Ente) si sussurra anzi che di fronte ad una norma scritta benino, in modo chiaro e comprensibile (lo so, succede davvero molto raramente …), il circolatore seriale – o “presticircolatore”, per le sue velleità magico-esoteriche – ci resti male e si senta, come dire, defraudato del sacro compito di interprete qualificato, quasi un ruolo sacerdotale (ruolo non richiesto e che ovviamente si è auto-attribuito).

Strettamente collegata all’interpretazione è l’invenzione; perché anche quando un concetto è abbastanza chiaro, il circolatore seriale ci mette del suo e partorisce concetti strampalati che non stanno né in cielo né in terra. Così, nell’ultimo sforzo da cui han preso spunto queste riflessioni, scopriamo che se un tempo determinato viene prorogato con una motivazione differente da quella originaria, non di proroga bensì di rinnovo si tratta. Ora, tempo addietro se qualcuno se ne usciva con un’assurdità gli si chiedeva, a mo’ di battuta: “E questa dove l’hai letta? Su Topolino?”. Ma qui nemmeno il più maldestro Paperoga potrebbe assurgere a codesti livelli di pura assurdità; nemmeno in Archimede Pitagorico potrebbe evidenziarsi l’ardita creatività di tali concetti. Ho l’impressione che dovremmo aggiornare la vecchia battuta, cambiandola in tal modo: “E questa dove l’hai letta? Su una circolare?”.

E che dire dell’incongruenza? Siccome gli emittenti (di circolari) sono molteplici, capita spesso che dicano cose in contraddizione fra loro. Ricordate, ma è solo un piccolo esempio fra tanti, la diatriba fra “anno civile” ed “anno solare” con cui rispettivamente Ministero del lavoro ed Inps davano informazioni diverse sul computo temporale dei limiti economici del lavoro accessorio? Senza nemmeno consultarsi. Anzi, a volte si consultano (avete presenti i vari “sentito questo”, “acquisito il parere da quello”) e arrivano comunque a risultati da disperazione. Io me le figuro, queste consultazioni, come un gruppo di streghe intorno ad un pentolone di pozione incantata (abbiamo cominciato con Halloween, andiamo avanti sulla falsariga…), ciascuno butta qualche ingrediente, si mescola il tutto. Il filtro magico che ne esce però lo beviamo noi, e quasi sempre è velenoso.

Ma dove il serial circulator dà prova di tutta la sua potenza immaginifica è nella motivazione. Ci sono leggi di cui non si capisce la ragione e che sono palesemente errate. Perché – quale tragica excusatio non petita – il presticircolatore si sente in dovere di cercare ed offrire una spiegazione che, come la norma che vorrebbe motivare, non sta né in cielo né in terra? Noi consulenti lo sappiamo benissimo, di fronte agli occhi sgranati del cliente di turno, che se cercassimo di dare un significato a certe disposizioni verremmo trascinati via in ambulanza costretti in una camicia di forza oppure sottoposti ad una serie di esami neurologici (o, se ci va bene, perderemmo la stima del cliente). Ma il circolatore no. Lui vuole penetrare la ratio. Lo fa, probabilmente, canticchiando Vasco Rossi: “Voglio dare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha”.

C’è una sola, molto molto parziale, attenuante a tutto ciò: il circolatore seriale o presticircolatore subisce il negativo influsso del prestilegislatore (per chi ancora non conoscesse il prestilegislatore, rimandiamo al “Senza Filtro” su Sintesi, aprile 2017). Di fronte a leggi scritte male, ma così male che peggio non si può, con una catastrofica distanza sia dalla logica sia dal mondo reale, il presticircolatore verrebbe colto da una sorta di horror vacui, gettandosi di conseguenza a capofitto nella stesura di pagine e pagine di efferata insensatezza. Vittima predestinata dei due soggetti suddetti è il “gioconsulente”, una via di mezzo fra il consulente ed il giocoliere, costretto a fare il saltimbanco fra norme incomprensibili e circolari che le complicano, dovendo ovviamente applicarle. Tanto che qualcuno sostiene che il gioconsulente i birilli con cui compie i quotidiani esercizi funambolici saprebbe esattamente a chi tirarli. Ma il povero gioconsulente,  evidentemente affetto dalla sindrome di Stoccolma, di fronte all’ennesima norma insulsa e confusa non solo non si ribella ma in tono speranzoso pensa, dice e (talvolta anche) scrive: “aspettiamo futuri chiarimenti”. Ovvero la prossima inutile, pretenziosa, inconcludente, maledetta circolare.


Chi legge questa rubrica, sa che talvolta è un misto di serietà e passione, ma anche ironia e divertissement. Ed in ossequio a quest’ultima caratteristica, proponiamo la rivisitazione di un classico della musica leggera italiana. Ricordate la splendida ed irraggiungibile Mina (in “Parole, parole”) cantare sul parlato di un Alberto Lupo nella parte di un marpione ciarlatano ed inconcludente? Ed ecco a voi una versione ove al posto di Mina abbiamo un gioconsulente ed al posto di Alberto Lupo il circolatore seriale (il parlato è quello fra parentesi in corsivo). Provate a cantarla nei vostri studi, vi sentirete un po’ meglio (fino alla prossima circolare). E chissà che Mina, che oltre che di un’inarrivabile voce è anche dotata di grande humor e simpatia, non ce ne regali una versione, magari da ascoltare in rete o, perché no, al prossimo Festival del Lavoro…

 

Parole, Parole

 

(Cosa mi succede oggi, sento come un bisogno interiore)

Che cosa fai, che cosa fai, che cosa fai

(sto per scrivere una circolare)

Cosa fai

(lo faccio ancora, lo so, non ho giustificazioni..)
Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai

(il nostro Ente sta cambiando, vuole progredire nei servizi all’utenza)

Proprio mai

(ma sicuramente servizi telematici)
Adesso ormai ci puoi provare

(ma dottore…)

chiamami “dottore” dai, già che ci sei

(guardi che il comma 2/bis non l’ho compreso neanch’io…)

Circolari non ne voglio più

(Certe volte non la capisco, dottore)

Le interpretazioni questa volta sciorinale a un altro,

le tue invenzioni mi fanno arrabbiare

voglio la norma più chiara che c’è

ma così chiara che

capisci pure te

 

(Una parola ancora…)

 

Parole, che brutte parole

(Mi ascolti…)

Parole, che vuote parole

(La prego…)

Parole, insipienti parole

(Ma il mio ruolo mi impone…)

Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole da te.

 

 

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