Senza filtro -L’UOMO CHE SUSSURRAVA ai professionisti

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

L’uomo che sussurrava (in realtà pare che sussurri ancora, purtroppo) ai professionisti si materializza in Studio una mattina, preceduto da una mail ed una serie di telefonate insistenti per proposte, a suo dire, interessanti e di prospettiva per lo Studio.

Quando arriva, assieme ad un segretario che nulla dirà in tutto il corso dell’incontro, nel look e nei modi di fare manifesta immediatamente il classico proto-tipo fisico del rampante.

Il nostro sussurrante si manifesta come responsabile di una società che per mantenere il riserbo qualificheremo qui d’ora in poi come SAA (nome di fantasia, acronimo di Società Assolutamente Anonima) e la prima presentazione magnifica le attività della SAA (compreso paventare presunti accreditamenti vari, fra cui Compagnia delle Opere dell’Insubria, il CNO dei Consulenti del lavoro per corsi in materia di sicurezza, l’Ordine dei Commercialisti di Milano con convenzioni e corsi etc.). Una società, insomma, che si dà da fare in modo (apparentemente) qualificato occupandosi di varie attività.

“Ma non è per queste cose che siamo qui, ma per una grande opportunità per il Suo Studio” esordisce il sussurratore, che per comodità d’ora in poi chiameremo Al (come Al Pacino o Al Capone, tanto per dire; vedete voi a quale Al accostare il nostro sussurratore). E già l’inizio è un po’ da imbonitore da fiera, immaginatevi il tono, tipo “non siamo qui per vendere, siamo qui per regalare”.

Ma qui Al, prima di arrivare al punto, si lancia in una lunga premessa: parla degli Enti Bilaterali, dell’insoddisfazione delle aziende per questi “carrozzoni” a cui si versano tanti soldi, in cambio dei quali arrivano prestazioni risibili e di cui anche molti professionisti sono perplessi, chiedendosi come potrebbero essere spese meglio tali risorse. Cerca anche più volte una sorta di assenso da parte mia, come se parlasse di cose scontate e non di un nervo scoperto che certo richiede un affronto meno superficiale.

“Ma finalmente – qui Al cambia sapientemente tono, un po’ come quando in TV arriva la pubblicità roboante e devi abbassare il volume – siamo in grado di proporre alle aziende un Ente Bilaterale che si rispetti, e che eroga prestazioni davvero interessanti ed utili per i lavoratori!”. Freno alla tentazione di chiedergli cosa c’entri lui con un Ente Bilaterale, ma gli faccio la seconda domanda possibile e cioè quali sarebbero queste fantastiche prestazioni.

La risposta è francamente sconcertante: “Le prestazioni le può trovare tranquillamente sul sito, ma non parliamo di quello adesso, ora Le spiego perché Lei non potrà non essere interessato da quanto stiamo dicendo”.

[prima notazione: non puoi, proprio non puoi, se vuoi avere un minimo di credibilità, comportarti così; se magnifichi le prestazioni dell’Ente – così come di qualsiasi altra cosa che stai proponendo – devi essere in grado di dirmene almeno qualcuna, se invece non consideri la cosa tanto interessante il punto è un altro, come infatti vedremo].

Segue un altro preambolo in cui Al spiega che gli Enti Bilaterali, per poter divulgare la propria opera, a suo dire hanno legittimamente – cioè pare sia previsto nelle regole di istituzione di tali entità – la possibilità di destinare parte dei propri introiti ad azioni di “propaganda e proselitismo” (usa proprio questi termini). E qui arriva al punto. Sfruttando questa quota di proselitismo, la SAA sta visitando molti professionisti proponendo loro di far iscrivere le aziende propri clienti a questo Ente Bilaterale, contando (se il datore non è iscritto ad alcuna associazione di categoria) sulla libertà di scelta di Ente Bilaterale (cioè non condizionata dal Ccnl adottato) sancita da diverse sentenze ed anche da prassi del Ministero del Lavoro (cfr. circ. n. 43/2010 e nota n. 80/2010). Diciamo subito, qui il nome sarà opportuno metterlo in chiaro, che l’Ente Bilaterale in questione è l’E.BI.L.P.

Per non rischiare di dire cose inesatte copiamo dal sito dell’Ente e dalla brochure che Al ci ha lasciato la sua presentazione.

E.BI.L.P. – ENTE BILATERALE DELLE LIBERE PROFESSIONI E DEL SETTORE PRIVATO – è un Ente Bilaterale nato dalle interazioni fra diverse Parti Sociali, quella Datoriale, rappresentata da FISAPI (Confederazione Generale Professioni Intellettuali) e quella Sindacale rappresentata da CONFSAL e da FISALP CONFSAL. In applicazione dei contratti collettivi nazionali (CCNL) stipulati fra le parti, E.BI.L.P. eroga servizi e prestazioni per i datori di lavoro ed i lavoratori con lo scopo di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e favorire la crescita e lo sviluppo delle imprese. E.BI.L.P. è uno strumento mediante il quale si assegnano ruoli, compiti e funzioni finalizzati ad offrire un sistema plurimo di servizi qualitativi che, in coerenza con gli obiettivi richiamati nei C.C.N.L. – Studi Professionali e Intersettoriale –, è rivolto a tutti gli addetti (datori e lavoratori) che operano nei settori delle attività Professionali e delle attività del Commercio, Terziario, Distribuzione, Servizi, Pubblici Esercizi E Turismo. Inoltre costituisce lo strumento per lo svolgimento delle attività individuate dalle Parti stipulanti in materia di occupazione, mercato del lavoro, formazione e qualificazione professionale.

E.BI.L.P. è anche un Sistema di Organizzazioni che opera su tutto il territorio nazionale, e consente agli operatori che lavorano a livello territoriale di proporre un’ampia offerta di servizi e opportunità per rappresentare e assistere tutte le categorie del mondo dell’impresa e del lavoro.

E.BI.L.P opera su tutto il territorio nazionale  attraverso un Sistema di Organizzazioni  che consente agli operatori  di assistere capillarmente  livello locale  tutte le categorie del mondo dell’impresa e del lavoro:

  • Ente bilaterale (EBILP)
  • Caf e patronato (CONFSAL-INPAS)
  • Confederazione Generale Professioni    Intellettuali  (FISAPI)
  • Sindacato dei lavoratori e dei pensionati   (FISALP CONFSAL)
  • Fondo di Assistenza Sanitaria   Integrativa (SANISP)
  • Fondo Interprofessionale per la   Formazione Continua (FONARCOM)

 

Aggiungiamo per completezza solo le quote di adesione, anche qui copiamo pedissequamente dal sito

• Per i SETTORI LAVORATORI PRIVATI, l’adesione ad E.BI.L.P. è pari ad euro 22,00 mensili, per 12 mensilità, di cui euro 10,00 (euro 6,00 a carico del datore di lavoro ed euro 4,00 a carico del dipendente) sono destinati ai servizi offerti dall’Ente ed euro 12,00 (interamente a carico del datore di lavoro) sono destinati alle prestazioni sanitarie integrative al SSN, gestite dal FONDO SALUTE SANISP.

• Per il SETTORE LAVORATORI STUDI PROFESSIONALI l’adesione ad E.BI.L.P. è pari ad euro 16,00 mensili, per 12 mensilità, di cui euro 4,00 (euro 2,00 a carico del datore di lavoro ed euro 2,00 a carico del dipendente) sono destinati ai servizi offerti dall’Ente ed euro 12,00 (interamente a carico del datore di lavoro) sono destinati alle prestazioni sanitarie integrative al SSN gestite dal FONDO SALUTE SANISP.

  • PER ENTRAMBI I SETTORI, E’ PREVISTO, IN FASE DI ADESIONE, IL VERSAMENTO DI UN CONTRIBUTO UNA TANTUM, pari ad euro 20,00 a dipendente.

Ora, cosa offra di diverso, alternativo e migliore questo Ente rispetto agli altri il simpatico Al proprio non vuole dirlo (vorrà non svelare la sorpresa?) ma in compenso assicura che allo Studio che indirizzerà o dirotterà all’E.BI.L.P. i propri clienti (e conseguentemente i dipendenti degli stessi) verrà riconosciuta una “provvigione” mensile pari ad euro 2 iva compresa per ogni dipendente iscritto (a E.BI.L.P.).

[E qui parte il secondo interrogativo, nel cuore della questione: ma gli Enti Bilaterali (art. 2, D.lgs. n. 276/03) non sono quegli  “organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro”? E se sono costituiti da organizzazioni rappresentative, e se le organizzazioni più rappresentative hanno degli associati che vi aderiscono in forza, appunto, del riconoscimento della loro rappresentatività – che vuol dire rappresentare gli interessi degli associati – perché mai gli Enti Bilaterali, che di tutta questa rappresentatività e fiducia sono il fulcro, avrebbero necessità di fare “proselitismo”? Non sono mica oggetti di mercato, non è che all’uscita del supermercato qualcuno ti ferma, come in una vecchia pubblicità, offrendoti due Enti Bilaterali contro il tuo, al che tu rifiuti perché “il mio Ente lava così bianco che più bianco non si può”. E giustamente rifiuteresti, dato che il tuo Ente Bilaterale è quello costituito dall’associazione di cui ti fidi e che su ogni tavolo parla per te. O c’è qualcosa che non comprendo?]

Ma proseguiamo. Nel disvelamento della proposta, mi e gli (al nostro Al) pongo ancora un paio di quesiti (oramai ho deciso di stare al gioco e di capire fino in fondo cosa succede, invece di aderire al primo istinto e cacciare seccamente Al e il suo segretario). Il primo riguarda la contrattualizzazione e corresponsione di tale prebenda provvisionale: come avviene?

La seconda è che non mi appare così facile convincere i clienti a passare ad un misterioso Ente Bilaterale caduto dal cielo, già sono diffidenti sugli Enti “classici”, oltre che su qualsiasi cosa ci sia da pagare (il secondo quesito, lo confesso, è perché spero ardentemente che almeno adesso Al mi disveli i magnificati servizi dell’Ente, ma niente da fare; andrò per curiosità a vedermeli io dopo l’incontro – sul sito – non trovando niente di così mirabolante, anzi, e soprattutto davvero poche cose verso i lavoratori).

La risposta alla prima domanda sta in un modello che esce dalla nutrita brochure con cui Al accompagna la sua presentazione: una lettera di incarico professionale da parte della SAA allo Studio (“su incarico diretto del Presidente Nazionale dell’ E.BI.L.P.” – che suona un po’ pomposo, quasi un “by appointment of Her Majesty”) per consulenza varia (sul lavoro, per analisi e fabbisogni del mercato del lavoro, sicurezza, bilateralità, conciliazioni, welfare aziendale e tante altre cosucce) ovviamente senza nessun preventivo accertamento delle qualifiche e/o competenze con cui potrei svolgere tutte queste attività. Ma niente paura, dice Al, questo è solo un artificio formale per poter fatturare le provvigioni suddette: “noi SAA fatturiamo in questo modo ad E.BI.L.P. e quindi riceviamo identica fattura da voi professionisti”. Mi chiedo ad alta voce se non si profili in tal modo una fattispecie di fatturazione inesistente, ma qui Al subito invita a sdrammatizzare, non usiamo parole grosse, in fondo la consulenza è qualcosa di impalpabile e poi i professionisti la consulenza la fanno, no? Chi vuoi che vada a questionare entrando nel merito di cosa sia stata la consulenza effettiva…

La risposta al secondo dubbio (sul convincimento dei clienti) Al la cava fuori sempre dalla brochure: ovviamente “è solo un consiglio”, ma si tratta di una lettera fac-simile da mandare ai clienti in cui li si informa che dal prossimo mese lo Studio li farà aderire ad E.BI.L.P. e “in mancanza di diverse indicazioni, si proseguirà con l’adesione”, una sorta di silenzio-assenso. E qui Al sfodera una perla di pseudo-saggezza: tanto, quanti clienti leggono le circolari che mandate? Quindi con questa comunicazione voi li avete informati e tutto procede (e, soprattutto, voi cominciate ad intascare i due euro a dipendente). La chiacchierata si chiude con un “a risentirci” da parte mia per concludere il mesto incontro (la mia intenzione reale sarebbe stata quella di organizzare un secondo incontro con tanto di Ispettorato e GDF a vedere se tutto fili così liscio come l’espressione raggiante di Al faceva intendere, appuntamento che più volte Al ha sollecitato, poi impegni e casi della vita hanno avuto il sopravvento) e con Al che mi mostra “a convincimento” un discreto pacco di cartelline, a suo dire adesioni già ricevute da altri professionisti (e purtroppo temo anche sia vero).

Tutto quello che vi ho raccontato fin qui è vero e perfettamente documentabile, anzi forse per brevità ho omesso qualche altro particolare raccapricciante. Lo riassumo, per vostra comodità, in poche righe:

  • una società che si occupa di molte cose importanti e che vanta presunti importanti accreditamenti si occupa di propagandare un Ente Bilaterale, sputando addosso agli (altri) Enti Bilaterali in quanto tali;
  • la propaganda consiste non nella bontà di tale Ente, ma più prosaicamente nel contattare professionisti proponendogli una provvigione se faranno aderire i loro clienti (e conseguentemente ai dipendenti degli stessi) a tale Ente Bilaterale;
  • come modalità dell’adesione del cliente propone una via “poco trasparente” (eufemismo);
  • come modalità della percezione della provvigione si propone una contrattualizzazione altrettanto “poco trasparente” (secondo eufemismo).

Ma ora, con il solito vizio del pensiero (come direbbe il Guccini) vorrei sottoporvi alcune riflessioni; confesso anzi che mi piacerebbe che queste riflessioni coinvolgessero non solo gli affezionati lettori di questa Rivista (sì, potete scriverci e potremmo pubblicare le vostre mail in un dialogo continuo), magari mi farebbe piacere che a dialogare fossero gli artefici, individuali o collettivi, di queste architetture sbilenche (confrontandomi con altri colleghi ho scoperto che in un meccanismo simile sono coinvolti anche altri Enti Bilaterali; inoltre qualcuno mi ha sussurrato che a suggerire questo meccanismo perverso sarebbero anche nomi noti), ma chissà che ne pensano anche i fautori delle relazioni industriali e della bilateralità come panacea universale, i professionisti abbraccianti questa e altre proposte; non disdegnerei di conoscere il parere dell’Ispettorato Nazionale o della Guardia di Finanza, ma pure degli Ordini (nazionali o provinciali) che “darebbero corda” a certi soggetti.

La prima domanda è questa: ma quale razza di idea della bilateralità emerge da queste pratiche poco ortodosse? Un obolo da pagare, senza grosse speranze (in fondo) sul suo significato o la sua utilità, e con un giro di affari sicuramente depauperante le risorse dell’Ente (facciamo due conti: non considerando la parte sulla sanità, l’adesione costa 10 o 4 euro al mese – di cui rispettivamente 4 o 2 sono a carico del dipendente, ma di cui 2 vanno come provvigione al professionista e si suppone altrettanta quota vada ad Al e alla sua società. Cosa resta? Insomma, un business fine a sé stesso).

Eppure se uno credesse a quello che c’è scritto sulle leggi, a quello che ha ideato chi ha pensato alla bilateralità come a una cosa buona e giusta, il concetto sarebbe diverso. Proviamo a scorrere fino in fondo la definizione di Ente Bilaterale del D.lgs. n. 276/03: “organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro attraverso: la promozione di una occupazione regolare e di qualità; l’intermediazione nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro; la programmazione di attività formative e la determinazione di modalità di attuazione della formazione professionale in azienda; la promozione di buone pratiche contro la discriminazione e per la inclusione dei soggetti più svantaggiati; la gestione mutualistica di fondi per la formazione e l’integrazione del reddito; la certificazione dei contratti di lavoro e di regolarità o congruità contributiva; lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro; ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla legge o dai contratti collettivi di riferimento”.

Non è solo che gli E.B. possono fare tante cose, è che a tutta questa roba è affidato un importante compito regolatorio del mercato del lavoro che tocca aspetti importanti, anzi cruciali: la sicurezza, la formazione, la certificazione dei contratti, la regolarità contributiva, l’inclusione di soggetti svantaggiati etc. Ed ecco perché quando si parla di sicurezza, ad esempio, i tecnici tengono subito ad evidenziare la distinzione fra Enti Bilaterali ed Organismi Paritetici, ecco perché l’Ispettorato Nazionale (vedi circ. n. 4/2008) è costretto ogni tre per due a ricordare che certificazioni ed altre azioni messe in campo da E.B. non rappresentativi non valgono una cicca: perché ci sono in giro Enti Bilaterali di dubbia formazione e di altrettanto dubbia rappresentatività (non dico quello di cui parliamo oggi, ci mancherebbe, già da come viene presentato – pardon, propagandato – se ne deduce l’estrema serietà ed il rigore, facciamo un discorso in generale). Qui parte la seconda riflessione, sul tema della rappresentatività e dei mille e passa contratti collettivi nazionali registrati al Cnel e degli infiniti rivoli associativi attraverso cui, con mezzi e mezzucci, organizzazioni poco rappresentative si conquistano fette di rappresentatività con prebende varie: dal campo della sicurezza a quello della formazione, con attestati per così dire compiacenti, dalla promozione di contratti collettivi di chiara finalità di dumping retributivo e normativo, fino ad arrivare a promuovere o legittimare (internamente o esternamente, magari con qualche certificazione di  comodo) catene e filiere di intermediazione o caporalato. Il tutto al grido della libertà sindacale.

Abbiamo pertanto una rappresentatività ed una contrattazione collettiva (ed in genere un mercato del lavoro, nei suoi aspetti tipicamente più garantisti, almeno sulla carta) sporcati da interessi di dubbio profilo. Che poi qualche mossa poco simpatica talvolta si osservi anche in sindacati particolarmente rappresentativi non dovrà stupirci: nella giungla l’unica legge è quella del più forte, di quello che grida di più, oppure del più furbo, di quello che usa gli stratagemmi più efficaci. Al di là di tante lodevoli e pregevoli eccezioni, davvero pensiamo che si esca da questa palude con il metodo delle relazioni, se prima non si mettono le regole e, anche attraverso di esse, non si tenta di pulire un mercato “sacro” in cui però si affacciano troppi mercanti del tempio?

La terza riflessione dobbiamo porcela, con estrema onestà intellettuale, noi professionisti. Qual è il nostro ruolo nel mercato del lavoro? Quello di agenti (e magari fossimo almeno agenti proattivi di buone relazioni, in certi meccanismi appariamo piuttosto squallidi lacchè pagati con prebende – soldi o vantaggi che siano – non pulite) di questo universo di falsa rappresentanza? I modi sono tanti, non solo quello che ha preso lo spunto dell’articolo, si può anche diventare, che so:

  • ufficio di zona della tal categoria misconosciuta (ovviamente se convinci le aziende ad associarsi, magari forte della proposizione di un Ccnl pirata o simil-pirata, acquisirai nuovi clienti, oppure speri che te li porti l’associazione);
  • procacciatori a provvigione di Enti Bilaterali, di Enti di formazione, di Sicurezza sul lavoro, di Sanità integrativa, di Organizzazioni che procurano bandi, finanziamenti posizioni, conoscenze (la cosa drammaticamente fondamentale è che gli scopi ideali dei finanziamento, della formazione , delle relazioni rimangono, per così dire, sottotraccia, l’importante è cosa ci si ricava economicamente);
  • prestanomi di servizi di associazioni di categoria, sotto lo scudo di un’interpretazione troppo compiacente della L. n. 12/79;
  • fornitori (per mezzo di tali Enti) di servizi di certificazione, asseverazione, qualità un po’ compiacenti (eufemismo);
  • ultimamente – vista sui social – la possibilità di diventare anche “conciliatore sindacale”, “operatore di patronato” o qualche altra attribuzione, più o meno sballata, giusto per portare a casa le briciole di qualche pagnotta il cui prezzo è pagato da lavoratori e, non di rado, anche da aziende.

Pensate al caso qui esposto: ma con quale coraggio, con quale dignità tu professionista vai a distribuire al cliente una circolare, che non leggerà, in cui lo informi (senza informarlo) che stai per iscriverlo ad un Ente Bilaterale che costerà a lui ed ai suoi dipendenti qualche soldo, che poi viene intascato da te e dai faccendieri come Al e la sua società? E comunque, con quale fegato lucri su queste cose?

E per finire: abbiamo qui forse una chiave di lettura per capire perché in Italia quando parliamo di formazione professionale, di tirocini, di domanda-offerta del mercato del lavoro, di contrattazione, di certificazione, di sicurezza sul lavoro abbiamo sempre la sensazione di girare in tondo, in un circolo vizioso, come una vite senza fine in cui si vedono poche cose efficaci (al di là di tanti convegni e bla bla, anche sponsorizzati dalle Parti Sociali simil-rappresentative, perché un tono e un’immagine bisogna pur darseli!) e tanta, tanta elusione, tanto fumo e poco arrosto? Poi arriva qualcuno, ogni tanto, che non avendo la minima idea di quello di cui si sta occupando, butta via il bambino insieme con l’acqua sporca, perché non ha i mezzi intellettuali e materiali per distinguerli (vedi ultima stretta sui tirocini, tanto per fare l’ultimo esempio).

Noi professionisti non possiamo, ammesso che lo vogliamo, risolvere tutto. Ma dal momento che un ruolo importante nel Paese ce l’abbiamo (e quelli che vorrebbero negarcelo, guarda caso, hanno parentele molto strette con i furboni che vendono fumo per arrosto e sono pronti a spartirsi le attività che vorrebbero sottrarci)  e che la maggior parte di noi ha onestà intellettuale e si merita la fiducia che i nostri clienti ripongono in noi, cominciamo per primi a  non cedere a facili lusinghe e a mettere alla porta, insieme ai tanti abusivi, chi  – magari talvolta anche dietro una patina pseudo-ordinistica  – propugna o accetta soluzioni indegne e mercantilistiche.

O, ancora, mi sfugge qualcosa?

 

Preleva l’articolo completo in pdf

Senza filtro – COMUNICAZIONE E LIBERAZIONE (ovvero: tutti i mali del D.M. n. 205/2021)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

 

Il D.M. n. 205 del 29 ottobre 2021 impone nuovi obblighi ai datori di lavoro i cui lavoratori siano coinvolti in un contratto di rete fra imprese – stipulato ai sensi dell’art. 3 del D.l. n. 5/2009 – attraverso gli istituti del distacco e della codatorialità.

Riassumiamo sinteticamente tali obblighi:

  1. comunicazioni di “inizio, trasformazione, proroga e cessazione” dei rapporti di lavoro in codatorialità e distacco conseguenti ad un contratto di rete sono effettuate al Ministero del Lavoro attraverso il nuovo modello “Unirete” disponibile sul sito servizi.lavoro.gov.it;
  2. individuazione, da parte delle imprese retiste, di un “soggetto” unico incaricato alle comunicazioni suddette; solo e soltanto in capo a questo oggetto, in caso di inadempimento alle comunicazioni, saranno applicabili le sanzioni (le medesime previste per la mancata o tardiva comunicazione di modelli UniLav);
  3. indicazione, nella suddetta comunicazione, dell’impresa a cui imputare il rapporto di lavoro del lavoratore in regime di codatorialità; d. obbligo di adeguare il versamento della contribuzione alla maggiore retribuzione imponibile desumibile dal contratto applicato dall’impresa presso cui il lavoratore in codatorialità ha svolto prevalentemente la propria attività;
  4. obbligo di iscrizione del lavoratore sul libro unico del lavoro dell’impresa di cui al punto c) che precede (quella che in pratica lo ha assunto) però con le annotazioni che evidenzino separatamente l’impiego orario del lavoratore in codatorialità presso ciascun datore di lavoro.

La lettura del suddetto decreto dovrebbe esser resa obbligatoria in qualsiasi facoltà in cui si studi il diritto e la sua formazione per la quantità, tutto sommato in poche righe, di tutto ciò che normativamente si dovrebbe non fare: ripetuto eccesso di delega, sciatteria di scrittura, illogicità e ridondanza degli adempimenti, inefficacia degli stessi rispetto ai fini che si propone la norma. Data la prevedibile incredulità verso un’affermazione così perentoria, cominciamo dunque l’esame, che purtroppo non sarà breve, e partiamo dal principio con un po’ di normativa.

L’art. 3, comma 4-ter del D.l. n. 5/2009 ha previsto la possibilità di instaurazione del contratto di rete, un’ottima possibilità per le imprese, soprattutto quelle piccole e medie (e dopo la L.n. 81/2017 anche per i lavoratori autonomi, professionisti compresi, sia pure con alcuni limiti), per fare sinergie con la finalità di crescere e/o di difendersi sul mercato.

“Con il contratto di rete più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato e a tal fine si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa”.

 

Al riguardo, il D.l. 28 giugno 2013, n. 76 ha aggiunto all’art. 30 del D.lgs. n. 276/03, disciplinante il distacco di personale, il comma 4-ter (attenti a non confondervi col 4-ter di prima) che prevede un’ulteriore e peculiare possibilità di distacco, proprio per le imprese legate da un contratto di rete. Vale la pena citarlo per intero.

4-ter. Qualora il distacco di personale avvenga tra aziende che abbiano sottoscritto un contratto di rete di impresa che abbia validità ai sensi del Decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla Legge 9 aprile 2009, n. 33, l’interesse della parte distaccante sorge automaticamente in forza dell’operare della rete, fatte salve le norme in materia di mobilità dei lavoratori previste dall’articolo 2103 del codice civile. Inoltre per le stesse imprese è ammessa la codatorialità dei dipendenti ingaggiati con regole stabilite attraverso il contratto di rete stesso.

Il D.l. n. 34/2020 ha invece introdotto all’art. 3 del D.l. n. 5/2009 alcuni commi (da 4-sexies e 4-octies) per disciplinare il contratto di rete con specifica finalità di solidarietà occupazionale in vista dell’emergenza pandemica (e non solo).

4-sexies. Per gli anni 2020 e 2021, il contratto di rete può essere stipulato per favorire il mantenimento dei livelli di occupazione delle imprese di filiere colpite da crisi economiche in seguito a situazioni di crisi o stati di emergenza dichiarati con provvedimento delle autorità competenti. Rientrano tra le finalità perseguibili l’impiego di lavoratori delle imprese partecipanti alla rete che sono a rischio di perdita del posto di lavoro, l’inserimento di persone che hanno perso il posto di lavoro per chiusura di attività o per crisi di impresa, nonchè l’assunzione di figure professionali necessarie a rilanciare le attività produttive nella fase di uscita dalla crisi. Ai predetti fini le imprese fanno ricorso agli istituti del distacco e della codatorialità, ai sensi dell’articolo 30, comma 4-ter, del Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, per lo svolgimento di prestazioni lavorative presso le aziende partecipanti alla rete. 4-septies. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentiti gli enti competenti per gli aspetti previdenziali e assicurativi connessi al rapporto di lavoro, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono definite le modalità operative per procedere alle comunicazioni da parte dell’impresa referente individuata dal contratto di rete di cui al comma 4-sexies necessarie a dare attuazione alla codatorialità di cui all’articolo 30, comma 4-ter, del Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276. 4-octies. Ferme restando le disposizioni di cui al presente articolo, ai fini degli adempimenti in materia di pubblicità di cui al comma 4-quater, in deroga a quanto previsto dal comma 4-ter, il contratto di rete di cui al comma 4-sexies deve essere sottoscritto dalle parti ai sensi dell’articolo 24 del codice dell’amministrazione digitale, di cui al Decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, con l’assistenza di organizzazioni di rappresentanza dei datori di lavoro rappresentative a livello nazionale presenti nel Consiglio nazionale dell’ economia e del lavoro ai sensi della Legge 30 dicembre 1986, n. 936, che siano espressione di interessi generali di una pluralità di categorie e di territori.

 

 

Preleva l’articolo completo in pdf

Attività ispettiva e contratti certificati: nuove indicazioni dall’Ispettorato*

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

* pubblicato con modifiche redazionali ne Il giurista del lavoro, n. 7/2018, Euroconference

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro dirama una circolare, che pare rivolta per lo più alle proprie sedi territoriali, per chiarire i rapporti fra le attività di vigilanza e la certificazione dei contratti. In presenza di contratti certificati è infatti preclusa la possibilità di verbalizzare direttamente con efficacia immediata eventuali violazioni, che dovranno essere accertate solo per via giudiziale e dopo l’esperimento di un tentativo obbligatorio di conciliazione avanti la sede di certificazione inizialmente adita dalle parti. Dal testo complessivo pare trasparire una certa insofferenza verso l’attività di certificazione, vista quasi come un intralcio all’attività ispettiva e non invece come utile strumento sussidiario di legalità.

Gli effetti della certificazione rispetto all’attività ispettiva

La certificazione dei contratti di lavoro è un istituto previsto dagli artt. 75 e seguenti del D.lgs. n. 276/2003 e consiste in una procedura volontaria, ad opera delle parti sottoscriventi un contratto in cui sia dedotta una prestazione di lavoro, volta  a sottoporre il contratto all’esame di una commissione qualificata ed istituita a norma di legge, che ne esamina il contenuto al fine di asseverarlo sia in termini di qualificazione del rapporto, sia rispetto ad eventuali clausole particolari, nonché sugli eventuali effetti fiscali, previdenziali ed assicurativi previsti dalle pattuizioni contrattuali. Come più volte sottolineato[1], uno dei vantaggi offerti dalla certificazione, almeno per quello che qui tratteremo, è l’efficacia della stessa non solo nei confronti delle parti sottoscriventi (in genere, lavoratore e datore di lavoro) ma anche nei confronti dei terzi.

Fra i terzi vanno sicuramente annoverati anche gli Enti della P.A. (si ricorda che può essere richiesta – ed in genere lo si fa – l’efficacia della certificazione n0n solo per gli aspetti giuridici e contrattuali, ma anche ai fini fiscali, assicurativi e previdenziali). La valenza della certificazione, pertanto, permane fino al momento in cui dovesse essere accolto con sentenza di merito un eventuale ricorso contro la certificazione, con il peso dell’onere probatorio trasferito con particolare rilievo sulla parte che adisce l’autorità giudiziaria.

Anche rispetto alle attività di vigilanza, la certificazione rende temporaneamente inefficace un accertamento ispettivo: prima di procedere alla verbalizzazione di irregolarità o all’irrogazione di sanzioni o provvedimenti inerenti il contratto certificato (per la sola parte che è stata oggetto di certificazione, qualora la stessa non sia globale) l’Ispettore è infatti onerato ad un doppio passaggio:

– inizialmente dovrà promuovere una conciliazione presso la Commissione di Certificazione che a suo tempo ha esaminato e asseverato il contratto in contestazione, presentando istanza nei modi e tempi previsti dalla Commissione;

– solo all’esito di tale conciliazione, ove esso fosse negativo, potrà promuovere l’azione giudiziale, nella quale, peraltro, il Giudice adito dovrà tener conto del comportamento delle parti mantenuto nella sede conciliativa.

Una decisa limitazione, che però trova la sua motivazione nel ruolo e nell’importanza assegnata dalla legge alla certificazione come strumento sussidiario di buona prassi volto a prevenire il contenzioso ed a promuovere legalità.

La circolare dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (d’ora in poi, INL) n. 9 del 1° giugno 2018 si occupa proprio del rapporto fra conciliazione ed attività ispettiva muovendosi sul doppio binario della certificazione in concomitanza con l’attività ispettiva e dei rimedi (rectius, dell’impugnazione) contro un atto certificatorio da parte degli Enti di vigilanza.

Si tratta di due aspetti legati da tempistiche differenti, in quanto nel primo caso la certificazione non è ancora giunta a compimento all’atto dell’ispezione, mentre nel secondo caso l’accertamento è postumo rispetto ad un contratto già certificato: ripercorreremo le indicazioni dell’INL – che sembrano indirizzate in prevalenza alle proprie diramazioni territoriali[2] – seguendo pedissequamente lo schema dallo stesso utilizzato.

Attività ispettiva in pendenza di certificazione

L’Ispettorato prende in considerazione i casi in cui all’avvio di un’ispezione si sia in presenza di un contratto non ancora certificato, con due sottocasi piuttosto particolari:

– il contratto è stato sottoposto a certificazione precedentemente all’inizio dell’ispezione, ma all’atto della stessa il procedimento non si è ancora concluso;

– l’istanza per la certificazione del contratto è stata presentata solo dopo l’avvio dell’ispezione.

Partiamo dall’analisi del secondo caso, che risulta essere di immediata definizione: un accertamento è stato avviato e solo in seguito ad esso le parti decidono di far certificare un contratto. Sembrerebbe, in tutta obbiettività, un’azione tardiva di contrasto, o di difesa postuma, verso la potestà accertativa, e pertanto sembra corretto che in tal caso il tempestivo avviso da parte dell’organo ispettivo alla Commissione di certificazione non possa che portare alla sospensione del procedimento, che potrà riprendere solo al termine dell’ispezione e che non potrà, evidentemente, non tener conto degli esiti dell’accertamento[3].

Un po’ più complessa risulta invece la prima fattispecie, ovvero se l’istanza di certificazione sia stata presentata dalle parti in maniera autonoma prima dell’ispezione, che tuttavia interviene quando l’iter di certificazione non si sia ancora definito[4].

Qui le osservazioni della circolare appaiono meno condivisibili, in quanto il caso è sostanzialmente parificato dall’INL a quello appena esaminato: secondo l’Ispettorato Nazionale, infatti, analogamente al caso precedente, il personale ispettivo svolge la propria attività senza alcun effetto preclusivo sulla stessa ed anzi avendo cura di informare la commissione di certificazione, adempimento che secondo l’INL sarebbe “funzionale alla sospensione del procedimento certificatorio”, come previsto dai regolamenti di alcune commissioni. Per giustificare tale passaggio, viene fatto riferimento al potere (previsto dall’art. 78 del D.lgs. n. 276/03) delle autorità pubbliche a cui si rivolgono gli effetti della certificazione di presentare osservazioni sulla certificazione di cui la commissione deve tenere conto, in sede di motivazione del provvedimento finale.

Le osservazioni di INL a questo proposito non sembrano a chi scrive particolarmente puntuali. In particolare, il potere di rendere osservazioni alle commissioni di certificazione (sempre possibile anche ed a maggior ragione in presenza di un accertamento ispettivo) non può essere confuso con alcun obbligo da parte della Commissione di sospendere il procedimento certificatorio sino al termine delle attività ispettive. Invero, alcune Commissioni hanno previsto tale situazione nel loro regolamento[5] e ad esso devono pertanto attenersi. Tuttavia nella Direttiva sulle ispezioni del 18 settembre 2008 era esplicitamente previsto che l’accertamento dovesse concentrarsi in particolare sui contratti “che non siano già stati sottoposti al vaglio di una delle commissioni di certificazione (…) in quanto positivamente certificati o ancora in fase di valutazione”. Il passaggio prevedeva pertanto una zona di rispetto non solo per il contratto già certificato ma anche per quello che volontariamente e spontaneamente [6] avesse già iniziato il percorso asseverativo. Vi era, sostanzialmente, in quel passaggio una forma di rispetto e di “parità di dignità” fra azione certificativa ed azione ispettiva che invece, nella circolare in commento, l’INL sembra relativizzare. Ritorneremo sul punto in sede conclusiva, ma vorremmo solo qui notare che – a dispetto di quanto contenuto nella circolare – qualora non vi fosse una previsione esplicita in tal senso nel proprio regolamento – una commissione di certificazione non ha alcun obbligo di sospendere la certificazione ma al più di accogliere le osservazioni che volesse farle pervenire l’organo accertatore. Il che ha anche un senso, perché diversa è la fase di mera produzione di osservazioni e, se vogliamo, di warning degli Enti su determinate certificazioni magari su aspetti o situazioni controverse (che possono essere rilevate anche in fase di accertamento), diverso è pretendere una sospensione della certificazione. Uno dei significati del passaggio succitato della Direttiva Sacconi del 2008 era proprio quello di impedire l’eventualità, magari remota ma forse anche no, che in seguito alla presentazione di istanze di certificazione si producessero, in luogo delle predette osservazioni (facoltà che risulta pochissimo utilizzata dagli Enti), ispezioni di contrasto alla certificazione, il che avrebbe depresso irrimediabilmente l’istituto.

L’impugnazione della certificazione per via giudiziale e la conciliazione obbligatoria preventiva

In presenza di un contratto certificato, gli effetti dello stesso permangono fintanto che non sia stato accolto un rimedio giudiziale, unica via esperibile per un ricorso contro la certificazione.

Nel ripercorrere anche la narrazione della circolare in commento, ricordiamo che il ricorso giudiziale è possibile per due ordini di motivi, che approdano a iter procedurali del tutto differenti:

– un ordine di motivi attiene al processo di formazione della certificazione, cioè per aspetti di natura formale o procedurale; in tali casi si prevede un ricorso al TAR e le fattispecie ipoteticamente interessate (ma sono casistiche che l’INL stesso riconosce del tutto residuali) riguardano la violazione di norme di legge o di regolamento che disciplinano il procedimento certificatorio o il fatto che la certificazione non trovi alcun fondamento negli elementi forniti dalle parti (c.d. “eccesso di potere”) o, ancora, qualora la sede non sia territorialmente competente a certificare il contratto;

– un ordine di motivi, che saranno posti alla valutazione del giudice ordinario (del lavoro), è invece di carattere sostanziale e attiene ad un’errata qualificazione giuridica del contratto o, più frequentemente, ad una difformità fra la situazione che è stata descritta in contratto (il c.d. “programma negoziale”) e ciò che si è concretamente realizzato fra le parti.

In tale secondo ambito, l’eventuale accoglimento del ricorso da parte del giudice avrà effetto temporale dalla conclusione del contratto, qualora si trattasse di un’errata qualificazione del contratto, mentre in caso di diverso concreto atteggiarsi delle modalità di esecuzione concrete del contratto, la decorrenza sarà dalla data, accertata in giudizio, in cui tale scostamento abbia avuto inizio.

L’INL rende anche puntuali indicazioni sulla sede giudiziale da adire in casi più complessi (criteri che sono validi a prescindere se il contratto o la fattispecie impugnata sia certificata o meno) ove non sempre essa è di facile individuazione: in caso di molteplicità di lavoratori impiegati in diverse sedi, il Foro adito sarà quello relativo al luogo ove ha sede legale l’azienda, in caso di un contratto di appalto sarà quello della dipendenza dell’azienda (che può essere anche un cantiere presso cui si è svolto il rapporto di lavoro).

Qualora il territorio di competenza per il ricorso non fosse lo stesso della Sede territoriale procedente, la stessa trasmetterà alla Sede competente tutta la documentazione onde quest’ultima possa agire in giudizio su delega della Sede originaria.

Analogo trasferimento di competenza fra Uffici avverrà in caso di proposizione di istanza di conciliazione presso la sede di certificazione del contratto che si intende impugnare.

Si ricorda infatti che, come anticipato all’inizio del presente contributo, prima di poter adire l’autorità giudiziaria anche l’organo di vigilanza che volesse impugnare un contratto certificato, deve obbligatoriamente promuovere un’istanza di conciliazione presso la Commissione di Certificazione che a suo tempo ha provveduto a certificare il contratto, istanza proponibile secondo le procedure proprie di ciascuna Commissione di Certificazione.

A tal proposito, la richiesta di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata della conciliazione e per i 20 giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza.

Se tali sono i percorsi procedurali che vengono correttamente rappresentati dalla circolare n. 9/2018, desta tuttavia più di una perplessità l’atteggiamento complessivo di fondo, su cui esprimeremo nel prossimo paragrafo alcune considerazioni.

Resta solo da aggiungere, qui, che l’INL ricorda come il verbale conclusivo al termine dell’ispezione che abbia prodotto rilievi sui contratti certificati deve contenere l’espressa avvertenza che la propria efficacia è condizionata ai passaggi obbligatori suddetti (conciliazione prima, ed eventuale giudizio poi).

Osservazioni critiche e conclusioni

Riducendo all’osso, come abbiamo fatto nelle righe precedenti, le istruzioni trasmesse dall’INL alle sue diramazioni territoriali (istruzioni che dovrebbero peraltro valere per qualsiasi organismo di vigilanza in materia di lavoro, data la competenza attribuita in via generale all’Ispettorato Nazionale sulla materia, in termini di interpretazione ed indirizzo) chi scrive non può esimersi dal rilevare alcune dolenti note che si ricavano dal tono complessivo della circolare e da quanto non detto, soprattutto se si confrontano le istruzioni dell’INL con il nuovo corso che solo 10 anni prima il Ministro del Lavoro aveva tentato di dare alle ispezioni con la già citata Direttiva del 2008 (la seconda in tutta la storia repubblicana).

Della pretesa (fra le righe, diciamo almeno dell’aspettativa) del tutto infondata dell’Ispettorato per cui all’avvio del procedimento ispettivo si sospenda la procedura di certificazione abbiamo già detto, così come della scarsa, se non nulla, attività di collaborazione e monitoraggio dell’operato delle commissioni di certificazione, anche attraverso la proposizione di osservazioni in fase di certificazione[7].

Ma ancor più deludenti sono i passaggi rispetto all’impugnazione della certificazione. Nella Direttiva ispezioni (ed in altri documenti di egual spessore emanati all’epoca) viene detto chiaramente che i contratti certificati (o anche in fase di certificazione già avviata non saranno oggetto di accertamento “salvo che non si evinca con evidenza immediata e non controvertibile la palese incongruenza tra il contratto certificato e le modalità concrete di esecuzione del rapporto di lavoro”. Insomma, l’ispettore è invitato a “girare al largo” dal contratto certificato (o certificando), a meno di macroscopica difformità (“evidenza immediata e non controvertibile”, “palese incongruenza”) fra il contratto e il suo svolgimento concreto[8].

Ma di tale atteggiamento prudenziale e rispettoso nei confronti della certificazione in tutta la circolare n. 9/2018 non si fa assolutamente menzione: sembra quasi darsi per scontato che ciascun ispettore sappia sempre ed incontrovertibilmente quel che fa; e di quanto questa affermazione possa talvolta rivelarsi ottimistica ogni operatore ne ha personale esperienza.

Tuttavia ciò si rivela a maggior ragione nell’assoluta sufficienza con cui viene trattato l’argomento della conciliazione obbligatoria avanti la commissione di certificazione, conciliazione esperita ai sensi dell’art. 410 del c.p.c. e la cui obbligatorietà è stata ribadita dal c.d. “Collegato lavoro” (art. 31 della L. n. 183/2010).  Non vi è una parola, non una, non solo nella circolare ma negli atti emanati nel tempo dalle Direzioni ispettive, per indirizzare il comportamento degli ispettori o dei Funzionari delegati in questa fase di confronto che il Legislatore ha voluto, con tutta evidenza, statuire con una duplice finalità:

– permettere un confronto in sede di certificazione che ricostruisse le motivazioni delle parti ed eventualmente scoprisse cosa non fosse andato a buon fine già nella fase di certificazione, offrendo momenti di confronto sulle modalità di certificazione ed anche un osservatorio sul funzionamento di alcune di esse[9];

– addivenire ad una deflazione del contenzioso giudiziale anche su questi temi, proprio con l’ausilio della Commissione[10].

E ben si può immaginare, nel caso in cui la sede di certificazione non sia coincidente – sotto l’aspetto territoriale- con quella dell’ufficio procedente, con quale spirito un funzionario di altro ufficio possa andare a conciliare ed a confrontarsi basandosi sull’operato di un altro collega verso cui sarebbe palesemente imbarazzato qualora ritenesse di non confermarne pedissequamente le tesi (a questo proposito, chi scrive ritiene un errore strategico che alla conciliazione non siano, di regola, deputati i medesimi ispettori che hanno formulato i rilievi). Resta abbastanza evidente a chi scrive che il tutto venga vissuto – ed invitato a vivere – da parte di INL come un mero passaggio formale-burocratico da sbrigare in fretta e furia per poter arrivare (finalmente!) al giudizio, in totale dispregio di ogni tentativo efficacemente deflattivo, che tuttavia starebbe nella finalità della norma in argomento e, in fondo, dello stesso articolo di riferimento del codice di procedura civile. Senza contare che tali norme, ad esempio, prevedono espressamente che il giudice debba tener conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti nel passaggio conciliativo (che quindi non può essere inteso come meramente formale).

Insomma, ci chiediamo se rispetto alla certificazione o ad altre buone prassi qualificate l’azione di vigilanza venga concepita (come secondo noi dovrebbe essere) come un primum inter pares, oppure se si voglia attribuire una supremazia assoluta all’ispezione, trattando attività sussidiarie deflattive e di legalità quasi come un fastidioso inciampo da sopportare e da cui liberarsi con impazienza. Non è solo una questione procedurale, ma è anche una profonda riflessione culturale sul ruolo dell’ispezione e della vigilanza: solo pochi anni fa qualcuno ci annunciava – con parole quali “clima psicologico positivo e collaborativo” , “logica di servizio e di trasparenza anche nei confronti dei datori di lavoro ispezionati”, ”abbandono di impostazioni di carattere formale e burocratico per sanzionare fenomeni di regolarità sostanziale” [11] – un diverso clima e metodo degli accertamenti, ma soprattutto negli ultimi anni quello spirito sembra sia stato abbandonato e sostituito da una certa rigidità che, peraltro, non sembra comunque aver prodotto significativi risultati in tema di contrasto all’illegalità più diffusa e scientifica.

Non c’è, ovviamente, alcun dispregio dell’attività ispettiva, sempre utile e doverosa, ma solo il rammarico di veder in parte smarrito un senso di collaborazione costruttiva che può contribuire alla crescita del Paese e del sistema lavoro.

All’annuncio che ”la guerra è finita” qualcuno sembra sempre purtroppo restio a deporre il fucile.

[1] Sia concesso per brevità espositiva il rimando a: A. Asnaghi, La certificazione dei contratti di lavoro: fattispecie, benefici, legittimità, ne La Circolare di lavoro e previdenza, n. 12-13/2018.

[2] La circolare in argomento, nel proprio incipit, parla esplicitamente di “indicazioni operative” e per tutta l’estensione del documento esplicita non tanto interpretazioni di diritto quanto piuttosto istruzioni pratiche sulle modalità di comportamento delle sedi, in seguito ad “alcune richieste di parere provenienti dal territorio”.

[3] Solitamente, infatti, viene richiesto alle parti di dichiarare se il contratto è già stato sottoposto a precedenti certificazioni o a ispezioni: un’eventuale risposta inveritiera in tal senso inficerebbe radicalmente l’intero procedimento di certificazione.

[4] La certificazione non è di certo un procedimento “istantaneo” e, a seconda del tipo di contratto posto all’esame della commissione, richiede un esame del contratto e della documentazione prodotta, un’audizione delle parti, eventuali integrazioni ed infine l’emissione motivata del provvedimento, risultando (giustamente, in un’ottica di garanzia e serietà) un procedimento laborioso ed articolato.

[5] Ad esempio, le Commissioni di certificazione istituite presso i Consigli Provinciali degli ordini dei Consulenti del lavoro hanno previsto la sospensione nel loro regolamento; tuttavia va anche notato che il regolamento è stato stipulato, a norma di legge, a livello nazionale su intesa del Ministero del lavoro e del Consiglio Nazionale, per cui sembra in un certo senso che tale passaggio sia stato “desiderato” (se non imposto) in sede di stipula.

[6] Spontaneità che sembrerebbe invece venir meno nell’altro caso esaminato in precedenza, ovvero ad azione ispettiva già avviata prima dell’istanza.

[7] La domanda di fondo è se qualcuno sia deputato in maniera stabile a leggere e a confrontarsi sulla documentazione inviata (obbligatoriamente) dalle Commissioni di certificazione agli Enti oppure, come spesso succede, ci si limiti ad un burocratico fenomeno di “passacarta”.

[8] Peraltro, tale indirizzo viene disposto nell’ambito di un’economia di gestione dell’ispezione, dove le limitate risorse degli organi di vigilanza (di cui i vertici non mancano mai di dolersi in ogni occasione pubblica) vengono strategicamente riservate ai casi che non siano già stati in qualche modo vagliati.

[9] Permane forte il dibattito sulle attività di controllo a cui potrebbero o dovrebbero essere sottoposte le Commissioni di certificazione, al fine di prevenire eventuali abusi. Sia permesso il rimando a A. Asnaghi, La certificazione dei contratti di lavoro: quis custodiet custodes ?, in Sintesi, giugno 2017. Su questo aspetto, non è secondaria, anche, la mancata promozione a tutt’oggi da parte ministeriale dell’elaborazione continua di buone prassi condivise in materia di certificazione dei contratti di lavoro.

[10] Ad esempio, si potrebbe radicare un confronto – ed eventualmente una conciliazione – se non sull’argomento diretto del dibattere, almeno su aspetti secondari ma non meno importanti, quali la decorrenza del provvedimento, oppure gli effetti fiscali e previdenziali, ancora, determinati profili sanzionatori. L’art. 412 del c.p.c. prevede peraltro che possano essere trovate soluzioni conciliative anche parziali.

[11] Sono espressioni che abbiamo estrapolato dalla citata Direttiva ispezioni del 2008.

Preleva l’articolo completo in pdf 

Senza filtro – Dipendente 451 (storia di fantasia)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

L’ispettore del lavoro Mario Rossi pigiò con risolutezza il tasto n. 16 del lussuoso ascensore del lussuoso palazzo della lussuosa zona del centro, preparandosi per la consueta entrata in scena in azienda con cui era solito iniziare l’accertamento.

All’apertura della porta dell’ascensore, tuttavia, si trovò direttamente all’interno dell’ufficio reception e lo colse un leggero senso di stordimento. Una luce diffusa, diafana, nell’ambiente dominato dai colori bianco azzurrognoli delle pareti e dell’arredamento, coordinatissimo nei minimi dettagli, dava la sensazione di essere in un ambiente fantascientifico. L’aria aveva il sentore di una fragranza impercettibilmente balsamica, che più avanti l’ispettore avrebbe scoperto ricavata dalla corteccia della rarissima sequoia nana dell’Oregon. Una musica senza struttura si espandeva a basso volume nello spazio, un fastidioso mix strumentale fra una fusion elettronica ed una melodia orientale. Con il suo impermeabile color kaki e la borsa marrone in similpelle, all’interno di quel contesto l’ispettore sembrava il Tenente Colombo catapultato nell’astronave di Star Trek.

Ma quello che colpì di più l’ispettore fu la figura dietro il bancone: sopra una tuta intera unisex, perfettamente coordinata coi colori dell’ambiente, a coprire interamente il volto e il capo troneggiava la maschera a testa intera di Paperino. Una voce vagamente elettronica gracchiò dalla maschera.

Buongiorno sono dipendente 451. Posso esserle utile?

Buongiorno sono un ispettore, dovrei esaminare la vostra azienda. Ma mi perdoni, c’è per caso una festa in atto?”

No, perchè?”, rispose Paperino.

La maschera, anzi le maschere …”

Da dietro la vetrata della reception, infatti, si apriva un illuminato open space di persone nelle tute coordinate, tutte identiche nella foggia e nel colore, che indossavano maschere. All’ispettore nel marasma di figure in movimento parve di riconoscere Zagor, Snoopy, Batman, Mafalda, Rat-man ed altri.

 “Mi scusi, lei non ha sentito parlare di privacy, GDPR, pseudonimizzazione?”

 “Sì certo ma che c’entra …”

Nella nostra azienda, sempre all’avanguardia non solo nei servizi offerti ai nostri clienti – la voce metallica sembrava ripetere una cantilena – abbiamo semplicemente applicato il concetto in modo serio ed efficace. Dopo un sondaggio di gradimento fra dipendenti, abbiamo pensato che le tute indifferenziate e le maschere dei personaggi dei fumetti rendessero bene il senso di appartenenza aziendale (sa, ci occupiamo di grafica), e garantissero la piena disidentificazione personale”.

Ma quindi … fra di voi … vi chiamate coi nomi dei fumetti?”  disse l’ispettore mentre dal corridoio laterale osservava passare velocemente un Alan Ford con un faldone sotto il braccio.

Assolutamente no. Siamo identificati con un numero. Vede il cartellino? Come le ho detto all’inizio, sono dipendente 451”.

Ma che voce ha, scusi? Sembra che stia parlando con un microfono…”

Pseudonimizzazione vocale – sospirò Paperino con una certa impazienza che la voce metallica non riuscì a coprire del tutto –. Nelle maschere abbiamo un deformatore che impedisce qualsiasi tentativo di identificazione personale o riconoscimento attraverso il timbro della voce”.

Ma infatti! E io come faccio? Io non riesco a capire nemmeno se lei sia un uomo o una donna! Anche se, con la maschera di Paperino, posso immaginarlo …”

Con gesto istantaneo, dipendente 451 estrasse dalla tasca della tuta un piccolo taccuino nero ed un lapis bicolore blu-rosso e scrisse qualcosa con la punta blu.

Ma cosa sta scrivendo?”

Annoto sul <taccuino personale dei fatti e delle espressioni inappropriate> quanto appena successo: lei ha usato l’espressione “uomo o donna” cercando anzitutto di carpire il riferimento alla mia persona e quindi con un chiaro tentativo di violazione della nostra policy di pseudonimizzazione sessuale (tra l’altro, la tuta serve proprio per quello) ed inoltre dando una polarizzazione di genere assolutamente discriminatoria verso le altre diverse categorie (esempio i transgender). E comunque le dico subito che il tipo di maschera non è identificativo del genere: Paperino non deve necessariamente essere “un” Paperino.”

Ma è assurdo! Ma mi dica un’altra cosa, perché indossa i guanti?”

Questi sono guanti particolari, caro signore, in lattice di caucciù amazzonico (prodotti nel rispetto delle regole ambientali e del lavoro, vede il logo di garanzia della Rainforest Foundation?). Impediscono il rilascio di impronte digitali o altri elementi fisici che potrebbero subitaneamente portare ad una possibile identificazione personale”.

Va bene, senta mi chiami cortesemente un responsabile”.

Taccuino e lapis balenarono nelle mani guantate di Paperino – 451.

Cos’ho detto di male stavolta?” chiese l’ispettore, visibilmente intimorito.

Mi perdoni, con l’espressione “un” responsabile lei ha sottinteso che a dirigere questa azienda fosse un individuo di sesso maschile. Ciò è evidentemente altamente discriminatorio ma siccome ritengo vi fosse anche una dose di involontarietà ho annotato la cosa con la punta blu – disse compunto Paperino che, mentre parlava, batteva dei tasti sul computer ed esaminava con soddisfazione la risposta sullo schermo – Dirigente 111 sarà da lei fra 120 secondi.

Ma senta, mi faccia capire. – insistè l’ispettore – Mica andrete in giro così anche fuori, no? Dovrete pur cambiarvi per andare a casa … e lì fatalmente cadranno le maschere e tutto il resto…”

Ci sono degli spogliatoi collegati direttamente all’entrata e all’uscita, che procedono a scaglionamento di tre minuti. Ha presente gli spogliatoi delle sale radiografiche, a doppia porta? Entriamo, lasciamo lì tuta e maschera, che ritroviamo il giorno dopo e usciamo dall’altra parte. Fuori è fuori, dentro non sappiamo nulla l’uno dell’altro. È molto meglio, no? Niente personalizzazioni, niente discriminazioni, niente molestie, solo fasci di competenze e ruoli”.

“E vabbè ma se uno si appropria della maschera di un altro? Poi, come sarebbe possibile identificarvi esattamente?”

È assolutamente impossibile che ciò avvenga, ma l’identificazione è molto facile” disse una voce ugualmente metallica alle spalle dell’ispettore che si girò spaventato.

“Diabolik!”

Prego, sono dirigente 111” disse la figura che effettivamente indossava la maschera del noto criminale a fumetti, porgendogli la mano.

Mi scusi, è stata la suggestione – disse l’ispettore, stringendo la mano –  ma mi sembrano un po’ cose da pazzi”.

Diabolik e Paperino tirarono fuori il taccuino.

Perdoni” spiegò Diabolik – 111 “ma con l’espressione <pazzi> lei ha evidentemente usato un tono dispregiativo verso una disabilità cognitiva, emozionale e/o relazionale, adoperando un’espressione sdoganata fin dai tempi della Legge 13 maggio 1978, n. 180”.

La legge Basaglia” disse l’ispettore, che non voleva mostrarsi impreparato.

La prego, abbandoni questa usanza barbara di battezzare la legge con il nome dell’ispiratore” esclamò Diabolik!

Eh così almeno uno si ricorda nel tempo chi è il genio (o il cretino) che ha fatto certe norme – pensò l’ispettore (ma non lo disse). Vedendo invece l’alacre immancabile annotazione sospirò:

“E annotate tutto sul vostro taccuinoMa a che vi serve?”

Per la riunione di confronto settimanale con i GATTI” si inserì 451 con orgoglio.

I … gatti?”

I Grandi Ambasciatori della Tolleranza Trasversale Impersonale” precisò enfaticamente 451.

Sono persone esperte nella comunicazione e nella team disidentification – intervenne dirigente – 111 – ci aiutano a slegarci da pregiudizi intellettuali e comunicativi, che come vede sono radicati nella nostra cultura, nell’intento di arrivare ad una totale, pacifica e liberante spersonalizzazione”.

Torniamo all’identificazione … È possibile?” disse l’ispettore che stava per essere invaso da un senso di stordimento e voleva tornare su qualcosa di concreto.

Ma certamente. Vede questo quadratino sul cartellino di ognuno di noi? – l’ispettore individuò, seguendo il gesto diaboliko, un piccolo quadratino di puntini e svirgoli neri – È un QR code che può essere letto con uno scanner di nostra ideazione, questo. Glielo lascio”.

Diabolik tirò fuori di tasca una specie di telefonino piccolo e lo porse all’ispettore.

Sì ma, e se i dipendenti si scambiano maschera e cartellino?” affondò l’ispettore.

Come le dicevo, è impossibile. Sia maschera che cartellino contengono un chip elettronico in grado di leggere dal contatto epidermico (attraverso peli o sudore o quant’altro) il DNA di ciascun dipendente, che abbiamo diligentemente raccolto in fase di assunzione. Una volta assegnati, cartellino e maschera non sono più intercambiabili né indossabili da qualcun altro. D’altronde abbiamo calcolato che la produzione fumettistica e cartoonistica mondiale ci assicura oltre 350.000 possibili personaggi, senza contare quelli in continua evoluzione” nel frattempo stava passando un Pokemon Bulbasaur.

Ma …”

“Lo so già cosa mi sta chiedendo, abbiamo ottenuto ovviamente l’autorizzazione preventiva del Garante alla raccolta ed al trattamento di questi dati genetici e di profilazione, visto lo scopo di ridurre significativamente l’impatto identificativo. Anzi, insieme all’autorizzazione abbiamo ricevuto una lettera di elogio, sia dal Garante che dalla Direzione Generale di Roma del Ministero a cui lei appartiene, sa?”

Sì, tanto quelli dei piani alti non ci dicono mai nulla” pensò l’ispettore …

Purtroppo però ora la devo lasciare perché ho un appuntamento per un colloquio scolastico” disse Diabolik 111.

A questo sprazzo inatteso di umanità, il viso dell’ispettore si illuminò.

Eh i figli … ne ho due anch’io, una meraviglia guardi – disse con orgoglio estraendo lo smartphone di cui proprio qualche giorno prima aveva imparato ad utilizzare la cartella “foto” e mostrandole a Diabolikguardi, guardi …”

Mi scusi ma lei mi sta sottoponendo immagini di minori con il volto non oscurato …” disse con tono inorridito Diabolik – 111 indietreggiando e brandendo il taccuino.

“Sono i miei figli …” balbetto l’ispettore

“… e potenzialmente pedopornografiche …” continuò Diabolik (l’ispettore notò l’annotazione con la punta rossa).

“Ma è la mia bambina di 4 anni in spiaggia!”protestò.

Va bene, va bene, ma ora devo proprio andare – si riprese frettolosamente DiabolikIn qualità di genitore 2 di familiare 4, che è anche discente 27, devo andare a colloquio con docente 72, che insegna la materia 8. Ho un appuntamento in aula 16 dalle 11.30 ed essendo il numero 3 sono già in ritardo. Se viene domattina alla stessa ora identifichiamo tutti, va bene?”

D’accordo” disse con un filo di voce l’ispettore a cui la girandola di numeri aveva procurato un impegnativo capogiro.

 Ma mentre stava per congedarsi, si risvegliò per un attimo il suo istinto investigativo.

“Le mani!” esclamò.

Prego?” disse Diabolik.

“Nel salutarmi all’inizio lei mi ha stretto la mano. – disse trionfalmente l’ispettore – La mano nuda. E mi ha dato lo scanner. Con sopra le sue impronte. Non siete completamente spersonalizzati. Potrei attivare delle azioni per identificarla, in fondo”.

Mio caro signore – rispose amabilmente Diabolik – 111 (all’ispettore sembrò che sorridesse in modo inquietante ma forse era solo l’espressione fissa della maschera) – è vero, noi dirigenti non indossiamo i guanti. D’altronde, lei capirà, dovendo avere particolari e frequenti rapporti interpersonali esterni, anche importanti, parrebbe brutto indossare qualcosa che ci fa sembrare distanti, distaccati. Tuttavia alla mattina, al nostro arrivo in ufficio, immergiamo le mani in una speciale soluzione chimica, ovviamente anallergica, di nostra invenzione, che rilascia sulle mani una sottile pellicola, la quale sortisce il medesimo effetto dei guanti. Oltretutto ci protegge dai microbi. Pertanto, non troverà impronte. La saluto”.

Anche dipendente 451 fece col capo un cenno freddamente cortese di commiato. Chissà se sorrideva, sotto la maschera.

Uscendo dall’edificio, l’ispettore fu colto da un senso di freddo pungente. Forse era il novembre umido di questa benedetta pianura lombarda, forse il vento. O forse chissà cosa … Istintivamente rialzò il bavero e si strinse nell’impermeabile notando il cielo plumbeo che racchiudeva la città in un senso di oscurità crepuscolare malgrado fosse solo mattino avanzato. Le nubi nere e minacciose che minacciavano tempesta sembravano la metafora di qualcosa che incombeva sul mondo.

 

Preleva l’articolo completo in pdf 

Senza filtro – Io sto con M&G!

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

“Siamo uomini o caporali?”

                                                                                                                                             Totò

Io sto con M&G.

Ma chi sono costoro (direte voi)?

Come come, non avete mai sentito parlare di M&G? M&G è una cooperativa, anzi no una società, forse una holding, poi però … Oddio, la realtà è un po’ fluida e difficile da acchiappare … Insomma, per farla breve, M&G è il marchio di fabbrica (ma d’ora in poi la chiameremo anche cooperativa, per semplicità) di un’avventura che raduna 5 mila, 7 mila o forse più lavoratori, che vengono offerti sul mercato a prezzi concorrenziali attraverso una serie di contratti di appalto. La cooperativa in questione è stata oggetto di una campagna di informazione e di attacco da parte dei Consulenti del lavoro, a dire dei quali i contratti di appalto in questione mascheravano in realtà una fattispecie di somministrazione illecita ed abusiva. Secondo i consulenti, dotati in questo caso di una dose di malignità notevole, era addirittura riprovevole che alla M&G fosse stata rilasciata l’autorizzazione ministeriale alla somministrazione, un immeritato suggello a tale attività borderline. Offesa e danneggiata da cotanto pregiudizievole preconcetto, la M&G si è sentita in dovere di querelare i Consulenti del lavoro per diffamazione e lesione di immagine. Per non sbagliare, riportiamo la notizia.

Dopo mesi di attacchi unilaterali, la M&G ha deciso di scendere in campo per difendere la propria reputazione. Con un atto depositato a metà ottobre presso il Tribunale ordinario di Roma, l’azienda ha citato in giudizio il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, la Fondazione studi dei Consulenti del lavoro e l’Associazione nazionale Consulenti del Lavoro. È una richiesta di risarcimento di oltre 4 milioni e 600 mila euro quella che l’M&G ha avanzato nei confronti dei tre Enti considerati congiuntamente responsabili di aver portato avanti, negli ultimi due anni, una campagna mediatica aggressiva e distruttiva. I Consulenti del lavoro, travalicando i confini della loro funzione, hanno azionato, contro l’azienda e il suo presidente, Luca Gallo, una macchina del fango che ha avuto come drammatica conseguenza la soppressione di oltre 7.000 posti di lavoro, la compromissione della capacità di concorrenza professionale, incalcolabili danni economici e d’immagine.

(Fonte: Adnkronos)

 

Per una volta, però, io non la penso come gli stimatissimi succitati consessi nazionali di categoria (spero non me ne vogliano). No, io sto dalla parte di M&G. Ma andiamo con ordine.

Bisogna dire che il mondo è pieno di malpensanti, sempre pronti a cavillare e a spaccare il capello in quattro. Peggio ancora quando certe affermazioni nascono dal pregiudizio. La storia è piena di esempi di persone ingiustamente giudicate male. Pensate a Caino: vegano ante litteram, quali altri mezzi aveva per fermare la strage di agnelli del crudelissimo Abele (oltretutto nemmeno giustificato dalla Pasqua, che ancora non era stata inventata)?  Eppure oggi tutti a dire che Caino era un assassino.

Ed Erode? Passato alla storia per la Strage degli Innocenti, nessuno dice che in realtà quella fu una campagna contro la diffusione del morbillo (forse era un no vax in anticipo…).

Bruto e Cassio? Che colpa avevano se mentre si allenavano al lancio del giavellotto per le Olimpiadi, uno sbadato Cesare passava sul campo di gittata? Loro due, poveri, ci rimasero così male che abbandonarono la pratica sportiva e si diedero alla politica (anche allora – evidentemente – ricettacolo di delusi, falliti, incompetenti …).

Pilato? Uno che aveva una giusta preoccupazione per l’igiene personale. Oggi in ogni ospedale o luogo pubblico si raccomanda di lavare bene le mani: merito di Pilato, ingiustamente assurto a simbolo di ignavia.

Di Giuda nemmeno vale la pena di parlare, perché chissà che male c’è a baciare affettuosamente un amico in un oliveto …

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma – bando agli indugi – nella galleria degli incompresi eccoci arrivare alla nostra M&G. Voi forse siete scettici (ve lo leggo negli occhi …) ma io ho prove inconfutabili della bontà della suddetta azienda (come l’ha definita Adnkronos).

Ad esempio, lo sapevate che M&G ha versato 7 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate? Voi, voi che criticate tanto, una cifra simile allo Stato l’avevate mai data?

Il 1° agosto 2018 è stato firmato il verbale di accertamento con adesione che sigilla l’accordo tra l’M&G e il Fisco italiano. L’azienda si è impegnata a versare all’Agenzia delle Entrate una cifra che supera i 7 milioni di euro, evitando in questo modo l’insorgere di una lite tributaria. L’accertamento con adesione è stato, infatti, firmato per risolvere senza controversie le indagini fiscali avviate dal nucleo della polizia tributaria della Guardia di Finanza, nel giugno 2017, e relative ai pagamenti riguardanti il quadriennio d’imposta 2013-2016.

(Fonte: sito megholdingsrl.com)

Ora, potrà essere cattiva un’azienda che corrisponde così tanti soldi al nostro, sempre bisognoso, Paese?

Come dite? Un accertamento con adesione significa che c’erano irregolarità? Ma lo vedete come siete pretestuosi, pettegoli e maliziosi? Dai, lo sapete anche voi come sono pignoli i ragazzi dell’AdE (che già la sigla, AdE, non vi evoca qualcosa di terrificante?): trovano una fattura un po’ spiegazzata, uno scontrino sbiadito e ne fanno una tragedia …

Continuo a trovarvi scettici, ma ho in serbo altre sorprese

Martedì 11 Aprile 2017, l’Onorevole Walter Rizzetto, VicePresidente della commissione permanente XI Lavoro alla Camera dei Deputati, ha visitato la M&G.

L’appuntamento fissato presso gli uffici della nostra Sede primaria, è stato cordiale e informale e subito il Presidente Dott. Luca Gallo, accompagnato dalla Direttrice Generale Dott.ssa Federica Scipioni e dal Dott. Giorgio Celato hanno instaurato un rapporto di stima reciproca.

L’onorevole ha voluto conoscere ed apprezzare con i suoi occhi la realtà in forte crescita rappresentata dalla nostra società e le dinamiche imprenditoriali collegate e coordinate dal Dott. Luca Gallo.

(Fonte: sito megholdingsrl.com)

Ora, mi pare chiaro che quando un’azienda gode del favore di un politico, non può che essere una realtà seria e stimabile. D’altronde, stiamo parlando di un Onorevole Vicepresidente di una commissione parlamentare. Vi-ce-pre-si-den-te (mica un cialtrone qualunque …)!

Potremmo addirittura formalizzare la cosa in un elementare sillogismo:

la politica è una cosa seria / un’azienda è oggetto di favore politico / l’azienda è seria.

Fine delle discussioni.

Uffa. Ancora replicate? Siete stancanti per quanto siete sospettosi … Ma lo sapete o no, che la M&G ha ottenuto l’autorizzazione alla somministrazione di lavoro? Ma che pensate, che al Ministero (in questo caso, ANPAL) ci siano degli incompetenti o dei faciloni, gente che fa le pratiche un tanto al chilo? Come dite? È stata una svista o una leggerezza? Ma quale leggerezza! E poi non sapete che anche il Tar del Lazio ha dato ragione ai nostri (la M&G), annullando la revoca all’autorizzazione? Ma la campagna è continuata … E dai e dai, però, alla fine uno si stanca … è normale …

La M&G ha deciso di riconsegnare nelle mani dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro l’autorizzazione alla somministrazione di manodopera. La comunicazione ufficiale è stata presentata all’Anpal, venerdì 6 aprile.

Un forte segnale di protesta che il Presidente della M&G, Luca Gallo, ha voluto lanciare in risposta ai continui attacchi subìti nell’ultimo anno e mezzo.

(Fonte: sito megholdingsrl.com)

Bravo Luca Gallo, così si fa! Come dice il vecchio adagio, “chi non ci ama non ci merita”.

Inutile andare dietro alle chiacchiere di chi sostiene che tanto una nuova revoca dell’autorizzazione sarebbe stata questione di tempo e che questa è stata solo una mossa per evitare di dare soddisfazione agli avversari (e per poter avanzare le richieste milionarie).

Ma insomma … Un’azienda (o cooperativa) che ha nel cuore solo la voglia di far lavorare la gente e di far risparmiare le imprese (così si legge nel loro sito: “Il tempo è denaro. Ottimizza il tuo risparmio con la M&G”) potrà mai essere cattiva? Guardate sul sito le facce del loro organigramma, si vede che sono persone per bene, che ci tengono ai loro lavoratori, che si toglierebbero il pane di bocca per loro (Il pane … solo il pane … d’altronde, quando si lavora meglio stare leggeri. E poi, la dieta mediterranea allunga la vita).

Lo dice anche la stampa, che si risparmia.

“Ad esempio, a Torino una tabaccheria paga 1.114 euro al mese la cooperativa multiservizi M&G di Roma per avere un lavoratore, pagato solo 688 euro netti per 87 ore mensili. Se la tabaccheria avesse assunto un dipendente, avrebbe speso non meno di duemila euro, più ferie, tfr, malattia.”

(Da: http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/08/06/news/false-coop-la-grande-truffa)

È inutile, vedo che non vi convincerò mai … Siete sospettosi, malfidati, anche un po’ saccenti. Amici degli ispettori e nemici delle imprese. Siete come i Consulenti del lavoro, gente che non si fa i fatti propri “travalicando i confini della propria funzione” (che, lo sanno tutti, è quella di elaborare i cedolini, mica di preoccuparsi della legalità nel mondo del lavoro, e che diamine!).

Voi siete come il dottore del Centro, che viene a trovarmi tutti i giorni e mi parla durante la passeggiata nel parco. Anche lui cerca di convincermi che sono pazzo, o che – ben che vada – sono in malafede, o un venduto, o un incompetente. Che chi entra in queste reti, lavoratori o imprese che siano, rischia grosso e finisce male. Ma io non ci casco. Le pillole che mi danno faccio finta di prenderle ma poi le sputo. Sono lucidissimo. E quando torno nella mia celletta, che misuro a passi forzati avanti e indietro, lo ripeto con forza, quasi come un mantra (perché loro sono i miei idoli): io sto con M&G.

 

Preleva l’articolo completo in pdf 

La somministrazione fraudolenta nel Decreto Dignità: cronaca di una fattispecie inefficace*

di Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

*pubblicato con modifiche redazionali su “Lavoro Diritti Europa”, n. 2/2018   

 

Il mondo del lavoro del nostro Paese paga un grande tributo in termini di illegalità nel proliferare di una miriade di somministratori abusivi di manodopera, cooperative o altre strutture societarie che siano. Ingenti guadagni ed una molteplicità di interessi sono collegati a questi fenomeni di sfruttamento dei lavoratori, magari in situazione di bisogno, che non di rado si intrecciano con altre pratiche ad alto coefficiente di elusione o evasione.

Potremmo parlare di “caporalato in guanti bianchi” perché, senza che il fenomeno sfoci nel reato di cui all’articolo 603 bis del codice penale (che, sia pure con gli ampliamenti della L. n. 199/2016, sembra circoscriversi alle situazioni più estreme di sfruttamento ed intimidazione), l’intermediazione illecita rappresenta una fattispecie perversa e pericolosa, sia per la depressione delle tutele economiche e di sicurezza sociale dei lavoratori che ne deriva, sia per l’ingenerarsi di catene e filiere non virtuose che minano la concorrenza leale, a tutto svantaggio degli operatori sani.

Notizie in tal senso si susseguono in continuazione, addirittura con connessioni con la criminalità organizzata, ma molto maggiore di ciò che viene alla ribalta è il sommerso che non viene intercettato, o viene sorpreso solo in fase avanzata o tardiva.

In questo contesto, chi scrive in passato denunciò un rischioso passaggio degli attori del Jobs Act che – nella riscrittura delle norme sulla somministrazione, trasportate senza modifiche particolarmente significative nel “Codice dei Contratti” D.lgs. n. 81/2015 – decisero di non riproporre la fattispecie della somministrazione fraudolenta di cui all’art. 28 del D.lgs. n. 276/03 (forse l’unico articolo del Decreto legislativo Biagi, relativamente al contratto di somministrazione di lavoro, non trasposto nel nuovo testo), in quanto ritenuta casistica di difficile applicazione: trascuratezza volontaria, chè in tal senso si lesse un’esplicita dichiarazione nella relazione parlamentare accompagnatoria al testo di legge. Un brutto segnale, che di lì a poco tempo faceva il paio con la depenalizzazione operata dal D.lgs. n. 8/2016, il quale – nell’ambito di un’azione invero generalizzata – tuttavia interveniva anche sulla fattispecie sanzionatoria dell’art. 18, co. 5 bis del D.lgs. n. 276/03 – inerente appalto e distacco non genuini. A causa di questa duplice combinazione, non solo l’intermediazione illecita smetteva di essere perseguita penalmente, ma si rendeva difficile anche un’azione terza (normalmente su impulso ispettivo) di costituzione del rapporto in capo all’utilizzatore effettivo, lasciandone la facoltà solamente alla ben più debole (ed in più di un caso anche pesantemente coercibile) iniziativa individuale del lavoratore, attivabile per via giudiziale. In compenso, veniva penalizzata la violazione episodica. E ciò pur mantenendo formalmente l’identica quantificazione sanzionatoria (l’ammenda di euro 50 al giorno per ogni lavoratore occupato era mantenuta, trasformandosi tuttavia in sanzione amministrativa).

Infatti, il D.lgs. n. 8/2016, non solo prevedeva la depenalizzazione, ma, in tema di sanzioni amministrative, si adeguava alla normativa europea prevedendo – per le sanzioni che, come quella sull’appalto illecito, agiscono in maniera cumulativa – un minimo sanzionatorio di euro 5.000 ed un massimo di euro 50.000; si noti peraltro che tali limiti, come per qualsiasi sanzione amministrativa, sono ridotti ad un terzo (con estinzione completa della violazione)  in caso di pagamento conciliativo in misura ridotta ex art. 16 L. n. 689/81.

Gli effetti perversi di tale passaggio normativo possono essere riassunti con qualche semplice paragone esemplificativo.

Il datore di lavoro che avesse effettuato un distacco illecito di due lavoratori per un paio di giorni, con la precedente norma sarebbe stato onerato di un pagamento di euro 200 (euro 50 per ogni giorno di effettivo impiego di ciascun lavoratore), eventualmente oblabile ad un quarto, ovvero ad euro 50. Con la depenalizzazione, la medesima violazione è ora punita in via amministrativa con un minimo di euro 5.000 (25 volte tanto!), sia pure conciliabile con il pagamento di un terzo (euro 1667, ovvero circa 34 volte tanto la precedente definizione).

L’appaltatore illecito che avesse messo in piedi per un paio d’anni una somministrazione di 30 lavoratori (caso meno infrequente di quel che si creda e fenomeno quasi sempre collegato ad episodi di profonda depressione delle tutele lavoristiche) prima sarebbe stato onerato da un’ammenda pari ad euro 720.000 circa, mentre ora verrebbe esposto al più alla sanzione (massima) di euro 50.000, definibile con euro 16.667, cifra molto inferiore al guadagno illecito che la messa a disposizione di quei lavoratori ha fruttato nel periodo considerato a committente ed appaltatore fittizi.

La sproporzione sopra evidenziata risulta ancora più evidente laddove si pensi che alla medesima sanzione sono esposti sia il finto appaltatore che l’utilizzatore.

In pratica, dalla deterrenza alla insipienza.

Tornando alla somministrazione fraudolenta, ed alla mancanza di una norma attiva, dobbiamo per fortuna constatare come la giurisprudenza, invero, avesse messo nel frattempo qualche rimedio alla situazione con sentenze che – rimandando ora al principio della “effettività della prestazione” (Cass. Civ., sez. Lavoro, n. 22894/2011), ora agli artt. 1343 e 1344 c.c. sulla illiceità o elusività della causa del contratto – perveniva al medesimo effetto riequilibrante gli interessi in gioco, ovvero la ricostituzione del rapporto di lavoro fra il lavoratore e il falso committente, reale datore di lavoro occultato dall’intermediatore truffaldino. Dobbiamo tuttavia osservare che queste azioni sono in realtà percorsi di mediata praticabilità, svolgendosi con tempistiche lunghe e talvolta pure con iter tortuosi, e quindi inidonei ad un ristoro che tanto più è efficace quanto più è sicuro ed ha soluzioni di sbocco immediate.

In realtà, a parere di chi scrive, già con la separazione e la scrittura parallela operata dal Jobs Act si rompeva il delicatissimo equilibrio del D.lgs. n. 276/03, che poneva somministrazione e appalto (e in misura più sfumata, distacco) come le due alternative lecite alla triangolazione del rapporto di lavoro (la prima caratterizzata da un “dare”, la seconda da un “fare”) tanto che l’assenza di genuinità della seconda faceva ricadere la fattispecie quasi automaticamente nella somministrazione illecita (o, appunto, fraudolenta).

Dovremmo pertanto salutare favorevolmente la reintroduzione della somministrazione fraudolenta? A parere di chi scrive, è meglio trattenere facili entusiasmi.

Infatti, nel riproporre, come art. 38 bis del D.lgs. n. 81/2015, la somministrazione fraudolenta nei medesimi, assolutamente identici, termini in cui la stessa era stata abrogata, il “Decreto Dignità” D.l. n. 87/2018 compie un’operazione di “archeologia normativa” che però rischia di essere poco efficace e di non centrare la questione reale per due motivi differenti.

Il primo è che, significativamente, la maggior parte delle osservazioni interpretative sul ripristino della norma in argomento si è concentrata su casi di somministrazione (autentica, e quindi messa in atto dalle agenzie autorizzate) che in qualche modo fossero posti in essere per eludere (ad esempio) la più stringente normativa sul contratto a termine introdotta dal medesimo Decreto; in tal modo, i commenti sono andati a sorprendere casistiche obiettivamente abbastanza accademiche, senza contare che in ogni caso sempre di somministrazione di lavoro si tratta, e quindi con una serie di garanzie economiche e di sicurezza sociale del tutto paragonabili, anzi identiche, a quelle dell’utilizzatore (in realtà, a ben vedere, nel D.l. n. 87/2018 si può sorprendere un grande disfavore verso la somministrazione a tempo determinato, vista come una forma deteriore di precarietà e pertanto accostata tout court al tempo determinato, senza tenere in pregio la fondamentale funzione di incontro, serio, fra domanda ed offerta di lavoro e di promozione occupazionale svolta dalle agenzie per il lavoro, sia pure strutture private).

In secondo luogo, e proprio per quanto detto finora, risulta poco scalfito il vero problema e cioè l’intercettazione e la repressione della costruzione di strutture contrattuali ed organizzative interpositorie; senza contare che, nelle forme di elusione più evoluta, spesso viene abbandonano lo schema contrattuale classico dell’appalto, declinando verso accordi commerciali del tutto atipici, oppure in contratti associativi, consortili o di rete; e ciò proprio per cercare di evitare quelle forme di tutela introdotte “solo” verso l’appalto (salvo quanto diremo più avanti) e, come contraltare di non genuinità, nella somministrazione illecita.

Ad onor del vero, infatti, la critica che ha portato all’abbandono della fattispecie ora ripristinata (cioè di una scarsa praticabilità concreta dell’ipotesi di somministrazione fraudolenta) non era del tutto infondata. In particolare, e salvo casi marchiani, diventava arduo sorprendere o dimostrare nelle attività illecitamente interpositorie quel dolo specifico, quel “consilium fraudis”, che solo avrebbe potuto dar luogo all’azione penale e soprattutto, ciò che più importa, liberare da subito la costituzione di un rapporto di lavoro ex tunc in capo all’utilizzatore, annullando gli effetti dell’azione di intermediazione illecita.

E’ quindi il caso di affermare che sia nella fase del Jobs Act (e forse anche in quella precedente), ma a maggior ragione nella situazione attuale, un Legislatore più attento su questo tipo di fenomeni e sensibile alle ricadute perverse che abbiamo ricordato all’inizio avrebbe dovuto – invece che abrogare prima, e ripristinare poi, una norma poco esigibile – rivisitare la materia dandole una forma più sistematica e compiuta.

Da tempo il Centro Studi e Ricerche dei Consulenti del Lavoro di Milano ha formulato proposte in tal senso, ad esempio proponendo di estendere le norme di garanzia non solo all’appalto ma a tutti i fenomeni anche solo latamente esternalizzatori (in cui vi sia, in buona sostanza, un impiego significativo di manodopera), nonché andando a regolare in maniera precisa la casistica estremamente insidiosa dei cambi di appalto.

Come detto in precedenza, infatti, oggi l’esternalizzazione presenta molteplici aspetti che possono celare altrettante perdite di tutele (e, correlativamente, di guadagni illeciti sulla pelle dei lavoratori ivi occupati).

E allora, perché (ad esempio) non estendere le norme sull’appalto (come la responsabilità ex art. 29 D.lgs. n. 276/03 o le sanzioni specifiche, anche ricostitutive del rapporto) anche a fattispecie contrattuali “commerciali” (talvolta agite in modo non genuino ed elusivo) quali: affidamento o assegnazione di opere o servizi nell’ambito di attività consortili o di reti di impresa, associazione in partecipazione fra imprese ed altri contratti di tipo associativo,  servizi integrati o globali di trasporto e logistica (ora oggetto, in tema di responsabilità solidale sui crediti di lavoro e contributivi, di una noma ad hoc di scarsa efficacia),  nolo  a caldo, somministrazione di beni o servizi o forniture con posa in opera in caso di rilevante percentuale di manodopera, etc. ? Peraltro proprio recentemente, sia pure limitatamente al caso specifico della sub-fornitura, anche il Giudice delle leggi (Corte Cost., sentenza n. 254/2017) ha offerto una lettura fortemente estensiva delle tutele riservate in via normativa all’appalto, in ragione di un condivisibile richiamo ai principi di tutela del lavoro propri della Costituzione italiana verso qualsiasi lavoratore esternalizzato.

E perché, invece di deprimere (come da D.l. n. 25/2017 del passato recente, ciecamente supino rispetto all’iniziativa referendaria che ha inteso intercettare) non si incentivano attività di auditing e di controllo preventivo, o di buone prassi, volte alla certificazione delle filiere autentiche e virtuose di esternalizzazione ed alla prevenzione dei fenomeni borderline, piuttosto che ancorarsi solo ad una legislazione repressiva che – per oggettiva scarsità di mezzi – risulta poco e tardivamente efficiente?

Invece sull’appalto e sulla somministrazione vi è da tempo un isterico andirivieni di norme (tanto per dire, negli ultimi sei anni anche solo le regole sulla responsabilità solidale hanno subito circa una decina di modifiche) tuttavia mai risolutive, mai organiche, oscillanti fra l’ideologia ed il lassismo.

Anche la prassi cerca di seguire, con fatica, il fenomeno: solo nel 2018 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro è intervenuto –  anche con qualche licenza interpretativa – a varie riprese (in particolare, con le circolari n. 6, 7 e 10, rispettivamente sulla responsabilità nella sub-fornitura, sull’intermediazione o distacco illecito in contratti associativi e di rete, sulla responsabilità solidale contributiva negli appalti illegittimi), dando la sensazione di voler dare  e acquisire certezze su una materia sfuggente ex defectu agentis, cioè per l’inerzia del Legislatore. A riprova del fatto che l’argomento è sentito, e non potrebbe essere altrimenti, ma che gli interessi in gioco (che inevitabilmente spingono in direzioni diverse) sono tanti. Con il risultato, purtroppo consueto nel panorama giuslavoristico, di norme anche ingombranti ed onerose per chi vuole stare alle regole del gioco, ma facilmente eludibili da chi le vuole sistematicamente aggirare.

Preleva l’articolo completo in pdf 

Senza filtro – Maledette circolari

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

Ci risiamo. Di nuovo. Forse, come sempre.

Senza alcun dolcetto, lo scherzetto del 31 ottobre 2018 prende la forma di una circolare, la n. 17/2018 del Ministero del lavoro, in commento al D.l. n. 87/2018, che ha assunto il nome di Decreto Dignità in forza della pretesa (tutta da dimostrare) degli estensori di aver fatto qualcosa di buono e di utile.

La circolare, che tutti attendevano e che è arrivata assurdamente l’ultimo giorno del periodo transitorio, contiene una serie di affermazioni che lasciano, per così dire, perplessi.

Ma non di questo ennesimo parto (podalico?) della nostra burocrazia vogliamo parlare, quanto più in generale della sua smania “circolatoria” di cui la circolare n. 17/2018 non è che l’ultimo, fulgido (e forse nemmeno il peggiore) esempio. Tuttavia sarebbe davvero ingiusto attribuire all’estensore una colpa che è invece diffusa e caratterizza i nostri organismi pubblici da diversi lustri.

Vogliamo così sorprendere alcune caratteristiche perverse del motus circolatorius che non possono che lasciare basiti gli operatori per la loro pervicace e costante ripetizione nel tempo, quasi una maledizione, sicuramente una iattura. Ed è simbolico, forse, che la circolare da cui prendono il via e lo spunto queste riflessioni sia stata emanata proprio il giorno di Halloween: probabilmente è una strega cattiva, uno spirito malvagio, un’entità maligna, quella che si impossessa degli estensori di questi capolavori di inutilità, queste cattedrali di insipienza, questi gotici pinnacoli di invenzioni fantastiche, o meglio orrorifiche.

La prima caratteristica che desta perplessità è la parafrasi. Ve la ricordate la parafrasi a scuola, quell’esercizio di tradurre l’espressione poetica con parole tue, per dimostrare che avevi capito il testo? Io me la ricordo rispetto a Dante, e d’altronde il Sommo Poeta era uno che, anche per esigenze di metrica, ci dava dentro, uno che per dire “all’alba” scriveva: “Ne l’ora che non può ‘l calor diurno/ intepidar più ‘l freddo de la luna,/ vinto da terra, e talor da Saturno” (Purgatorio canto XIX).

Però, che bisogno c’è, in una circolare, di parafrasare una legge, cioè di ripetere con parole (leggermente) diverse ciò che ha già detto il Legislatore magari con il rischio – e talvolta succede – di confonderne o alterarne l’espressione?

È pur vero che qui si dovrebbe spostare il mirino sul Legislatore, ma ne parleremo dopo.

Piccola notazione fuori tema: se la parafrasi delle circolari è fastidiosa, perchè sostanzialmente inutile e ridondante, ancor più fastidiosi, al limite dell’irritazione, sono certi articoli di commento alle circolari che fanno la … parafrasi alla parafrasi (senza alcun senso critico o analitico), aggiungendo inutilità ad inutilità.

La seconda fastidiosa caratteristica, che ha qualche parentela con quella precedente, è la citazione: circolari che diventano chilometriche perché vengono riportati interi pezzi, anche molto lunghi, della legge che si sta commentando. Possibile che l’estensore supponga che chi legge, che sarà probabilmente interessato al tema, non abbia già a disposizione e letto la norma? Quando poi si sommano citazione e parafrasi, si allunga il minestrone in maniera davvero insopportabile.

Se, a onor del vero, la circolare n. 17 – da cui ha preso lo spunto questo articolo, ma che, ripetiamo, sarebbe ingiusto ne fosse l’unico o principale bersaglio – sulle due peculiarità precedenti ha evidenziato ampli miglioramenti, sicuramente è caduta nel terzo elemento distintivo delle maledette circolari, l’intempestività. Una circolare che interviene dopo quasi tre mesi a chiarire cosa accade in un periodo transitorio che finisce il giorno di diffusione della circolare sembra davvero una presa in giro. Ma sotto questo profilo altrettanto gravi, se non di più, sono le circolari dell’Inps che, fatta una legge (ad esempio su un’agevolazione) ci mettono semestri prima di emanare un paio di codici alfanumerici che permettono la fruizione concreta di tali sgravi. Secondo qualcuno lo fanno apposta. A Roma dicono che “o ci sei o ci fai”. A chi dei “circolatori seriali” legge queste righe, lasciamo la possibilità di scegliere dove piazzarsi fra l’insulsaggine e la malizia.

Nel proseguire l’esame delle prerogative perverse delle circolari, un posto di rilievo ha sicuramente l’interpretazione. Attività non richiesta e di sicuro poco pregio dal punto di vista giuridico (pare che se un avvocato in un ricorso si azzardasse a citare a sostegno delle proprie tesi una circolare, rischierebbe di essere oggetto di scherno e dileggio da parte del giudice e dei colleghi), è qui che il circolatore seriale raggiunge picchi di inusitata volontà di potenza (“le leggi sono scritte male? Ci penso io!”). In alcuni corridoi ministeriali (e di qualche Ente) si sussurra anzi che di fronte ad una norma scritta benino, in modo chiaro e comprensibile (lo so, succede davvero molto raramente …), il circolatore seriale – o “presticircolatore”, per le sue velleità magico-esoteriche – ci resti male e si senta, come dire, defraudato del sacro compito di interprete qualificato, quasi un ruolo sacerdotale (ruolo non richiesto e che ovviamente si è auto-attribuito).

Strettamente collegata all’interpretazione è l’invenzione; perché anche quando un concetto è abbastanza chiaro, il circolatore seriale ci mette del suo e partorisce concetti strampalati che non stanno né in cielo né in terra. Così, nell’ultimo sforzo da cui han preso spunto queste riflessioni, scopriamo che se un tempo determinato viene prorogato con una motivazione differente da quella originaria, non di proroga bensì di rinnovo si tratta. Ora, tempo addietro se qualcuno se ne usciva con un’assurdità gli si chiedeva, a mo’ di battuta: “E questa dove l’hai letta? Su Topolino?”. Ma qui nemmeno il più maldestro Paperoga potrebbe assurgere a codesti livelli di pura assurdità; nemmeno in Archimede Pitagorico potrebbe evidenziarsi l’ardita creatività di tali concetti. Ho l’impressione che dovremmo aggiornare la vecchia battuta, cambiandola in tal modo: “E questa dove l’hai letta? Su una circolare?”.

E che dire dell’incongruenza? Siccome gli emittenti (di circolari) sono molteplici, capita spesso che dicano cose in contraddizione fra loro. Ricordate, ma è solo un piccolo esempio fra tanti, la diatriba fra “anno civile” ed “anno solare” con cui rispettivamente Ministero del lavoro ed Inps davano informazioni diverse sul computo temporale dei limiti economici del lavoro accessorio? Senza nemmeno consultarsi. Anzi, a volte si consultano (avete presenti i vari “sentito questo”, “acquisito il parere da quello”) e arrivano comunque a risultati da disperazione. Io me le figuro, queste consultazioni, come un gruppo di streghe intorno ad un pentolone di pozione incantata (abbiamo cominciato con Halloween, andiamo avanti sulla falsariga…), ciascuno butta qualche ingrediente, si mescola il tutto. Il filtro magico che ne esce però lo beviamo noi, e quasi sempre è velenoso.

Ma dove il serial circulator dà prova di tutta la sua potenza immaginifica è nella motivazione. Ci sono leggi di cui non si capisce la ragione e che sono palesemente errate. Perché – quale tragica excusatio non petita – il presticircolatore si sente in dovere di cercare ed offrire una spiegazione che, come la norma che vorrebbe motivare, non sta né in cielo né in terra? Noi consulenti lo sappiamo benissimo, di fronte agli occhi sgranati del cliente di turno, che se cercassimo di dare un significato a certe disposizioni verremmo trascinati via in ambulanza costretti in una camicia di forza oppure sottoposti ad una serie di esami neurologici (o, se ci va bene, perderemmo la stima del cliente). Ma il circolatore no. Lui vuole penetrare la ratio. Lo fa, probabilmente, canticchiando Vasco Rossi: “Voglio dare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha”.

C’è una sola, molto molto parziale, attenuante a tutto ciò: il circolatore seriale o presticircolatore subisce il negativo influsso del prestilegislatore (per chi ancora non conoscesse il prestilegislatore, rimandiamo al “Senza Filtro” su Sintesi, aprile 2017). Di fronte a leggi scritte male, ma così male che peggio non si può, con una catastrofica distanza sia dalla logica sia dal mondo reale, il presticircolatore verrebbe colto da una sorta di horror vacui, gettandosi di conseguenza a capofitto nella stesura di pagine e pagine di efferata insensatezza. Vittima predestinata dei due soggetti suddetti è il “gioconsulente”, una via di mezzo fra il consulente ed il giocoliere, costretto a fare il saltimbanco fra norme incomprensibili e circolari che le complicano, dovendo ovviamente applicarle. Tanto che qualcuno sostiene che il gioconsulente i birilli con cui compie i quotidiani esercizi funambolici saprebbe esattamente a chi tirarli. Ma il povero gioconsulente,  evidentemente affetto dalla sindrome di Stoccolma, di fronte all’ennesima norma insulsa e confusa non solo non si ribella ma in tono speranzoso pensa, dice e (talvolta anche) scrive: “aspettiamo futuri chiarimenti”. Ovvero la prossima inutile, pretenziosa, inconcludente, maledetta circolare.


Chi legge questa rubrica, sa che talvolta è un misto di serietà e passione, ma anche ironia e divertissement. Ed in ossequio a quest’ultima caratteristica, proponiamo la rivisitazione di un classico della musica leggera italiana. Ricordate la splendida ed irraggiungibile Mina (in “Parole, parole”) cantare sul parlato di un Alberto Lupo nella parte di un marpione ciarlatano ed inconcludente? Ed ecco a voi una versione ove al posto di Mina abbiamo un gioconsulente ed al posto di Alberto Lupo il circolatore seriale (il parlato è quello fra parentesi in corsivo). Provate a cantarla nei vostri studi, vi sentirete un po’ meglio (fino alla prossima circolare). E chissà che Mina, che oltre che di un’inarrivabile voce è anche dotata di grande humor e simpatia, non ce ne regali una versione, magari da ascoltare in rete o, perché no, al prossimo Festival del Lavoro…

 

Parole, Parole

 

(Cosa mi succede oggi, sento come un bisogno interiore)

Che cosa fai, che cosa fai, che cosa fai

(sto per scrivere una circolare)

Cosa fai

(lo faccio ancora, lo so, non ho giustificazioni..)
Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai

(il nostro Ente sta cambiando, vuole progredire nei servizi all’utenza)

Proprio mai

(ma sicuramente servizi telematici)
Adesso ormai ci puoi provare

(ma dottore…)

chiamami “dottore” dai, già che ci sei

(guardi che il comma 2/bis non l’ho compreso neanch’io…)

Circolari non ne voglio più

(Certe volte non la capisco, dottore)

Le interpretazioni questa volta sciorinale a un altro,

le tue invenzioni mi fanno arrabbiare

voglio la norma più chiara che c’è

ma così chiara che

capisci pure te

 

(Una parola ancora…)

 

Parole, che brutte parole

(Mi ascolti…)

Parole, che vuote parole

(La prego…)

Parole, insipienti parole

(Ma il mio ruolo mi impone…)

Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole da te.

 

 

Preleva l’articolo completo in pdf