Una proposta al mese – Gioie e dolori del “Credito Renzi”: quando una modifica può allungarti la vita

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Valentina Fontana – Consulente del lavoro in Pogliano Milanese

Sara Mangiarotti – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche Ordine CDL di Milano

 

Nel testo della Legge di Bilancio 2018, tra le novità sono previsti i nuovi limiti di reddito per beneficiare del Bonus Renzi di 80 euro in busta paga che vengono aumentati di 600 euro sia ai fini della corresponsione del Bonus in misura piena che per l’erogazione del beneficio in misura parziale e proporzionale sulla base del reddito. Il valore intero del Bonus rimane invariato, pari cioè a € 960.

Ma cos’è, sinteticamente, il “Bonus Renzi”? Tale credito d’imposta, comunemente denominato Bonus Renzi o Credito Renzi (da qui in poi, adeguandoci alle regole pre-elettorali, lo definiremo semplicemente “Bonus”), è stato introdotto in via provvisoria con il D.l. n. 66 del 24 aprile 2014, per poi divenire strutturale con la Legge di Stabilità del 2015.

Esso spetta a tutti i soggetti che percepiscono redditi da lavoro dipendente e assimilati (come stabilito dall’art. 49 co. 1 e 50 del TUIR) qualora l’imposta lorda risulti superiore alla sola detrazione da lavoro dipendente spettante. Per cui non rileva il fatto che l’imposta lorda sia azzerata da altre detrazioni quali ad esempio quelle per carichi famigliari.

Alla formazione del reddito complessivo, ai fini del riconoscimento del Bonus, concorrono anche le quote di reddito esenti, previste per quei lavoratori con caratteristiche ben definite, che rientrano in Italia.

Se sussistono i requisiti di cui sopra e, il reddito complessivo non supera euro 26.600,00, al lavoratore spetta un Bonus Irpef secondo le seguenti misure:

  • Per redditi inferiori od uguali ad € 8.000,00 non spetta nulla;

  • Per redditi superiori ad € 8.000,00 ma inferiori od uguali ad € 24.600,00 spetta l’intero importo di euro 960,00;

  • Per i redditi superiori ad € 24.600 ed inferiori ad € 26.600, il credito spetta per la parte corrispondente al rapporto tra euro 26.600, diminuito del reddito complessivo, e l’importo di 2.000 euro.

Tale credito non concorre alla formazione del reddito ed è riconosciuto (salvo espressa rinuncia da parte del lavoratore) in via automatica dal sostituto d’imposta in ciascun periodo di paga, rapportandolo ai giorni lavorati nell’anno.La finalità di tale manovra, che pesa discretamente sugli equilibri della fiscalità complessiva, è quella di ridare un po’ fiato all’economia e al potere di spesa dei contribuenti; non entriamo nel merito dei rapporto costi/risultati, limitandoci qui a riscontrare la finalità dichiarata dalla manovra.

Tutto buono, tutto bello, quindi? Mica tanto. I “guai” emergono tutti nella fase applicativa.

Ciclicamente infatti, in occasione dei conguagli di fine anno o della presentazione della dichiarazione dei redditi, il Bonus torna a far parlare di sé e non sempre in maniera positiva; lo sanno bene tutti quei contribuenti, non pochi, che si ritrovano a dover restituire parzialmente o integralmente quanto riconosciuto in più in busta paga dal proprio datore di lavoro.

Le problematiche legate al Bonus sono molteplici e, senza alcuna pretesa di esaustività vorremmo segnalarne alcune.

Il Bonus è concepito come un credito di imposta (con un meccanismo sui generis), ma per poterne beneficiare bisogna, come detto, avere almeno un‘imposta a debito. Se hai anche solo un euro di imposta a debito prendi tutto intero il Bonus, altrimenti lo perdi integralmente. Quindi anche se sei un poveraccio che per una somma di sfortune hai un reddito da fame, magari perché hai perso il posto di lavoro e/o il precedente datore non ti ha pagato tutti gli stipendi (cioè hai un reddito basso incolpevolmente) il Bonus non lo prendi, o quel che è peggio, se l’avevi preso lo devi restituire integralmente (con l’immaginabile gioia del caso). Insomma, sono proprio i redditi bassi, quelli più bisognosi, ad essere penalizzati dal meccanismo così ideato.

Un secondo aspetto problematico è legato all’erogazione mensile del Bonus, gli ormai famosi 80 euro al mese, che salvo espressa rinuncia del lavoratore vengono automaticamente riconosciuti in busta paga. Ma qui sorge un secondo problema Spesso i lavoratori non hanno coscienza dei propri redditi e, soprattutto, nell’anno possono verificarsi eventi che vanno a modificare la previsione reddituale complessiva: modifiche dell’orario di lavoro, variazioni di retribuzione, ecc… Anche un premio erogato dal datore di lavoro, potrebbe essere completamente annullato a causa del recupero del Credito Irpef per superamento delle soglie redddituali, e a ciò potrebbe concorrere anche qualche altro piccolo reddito concorrente (magari un secondo lavoretto di poco conto).

Quindi se mensilmente il diritto alla percezione sembra sussistere, a fine anno, in un mese già critico per le operazioni di conguaglio fisco-previdenziale che drenano non poco la busta-paga, il lavoratore può trovarsi a dover restituire anche delle cifre importanti.

Il terzo aspetto problematico, correlato al secondo, è legato all’intervallo troppo basso (2000 euro) della soglia di recupero del Bonus, che finisce per deprimere troppo eventuali impennate (anche piccole) del reddito quando il lavoratore è al limite, cioè appena sotto soglia. Ragioniamo un secondo: 2000 euro di reddito fiscale corrispondono ad un’aliquota marginale del 27 %, quindi ad un netto in tasca di euro 1460. Se per prendere 1460 euro in più (poniamo, come premio) ne devo ridare 960, la convenienza già mi è un po’ andata di traverso. Ma visto dal punto di vista datoriale il meccanismo diventa ancor più drammatico. Infatti, conti (approssimati) alla mano, quei 2000 di reddito Iperf corrispondono a circa 2220 di imponibile Inps, cioè ad un costo complessivo per l’azienda (quando va bene) di circa 3.000 euro. Visto dal punto di vista aziendale, quindi, si spendono circa 3000 euro per lasciarne in tasca al dipendente 500. E questo vale non solo per un premio ma anche per un banale aumento di livello o di stipendio (per chi ha 13 mensilità, parliamo di circa 150 euro lordi /mese, meno di 100 euro netti). Se poi ci avviciniamo molto alla soglia, scopriamo addirittura che con un premio di 2/300 euro il dipendente che “sfora” guadagna di più se vi rinuncia del tutto.

Posto che sarebbe opportuna una revisione complessiva delle norme sul prelievo fiscale e/o sulle politiche reddituali, nell’immediato, per ovviare alle problematiche sopra esposte, pensare di posticipare l’erogazione del Bonus alla fine dell’anno, una volta appurato il reddito realmente percepito, snaturerebbe la ratio della norma e risolverebbe solo un problema “psicologico” (quello di non dover ridare indietro soldi che si consideravano già acquisiti) ma non quello della depressione di incrementi di reddito non particolarmente significativi.

Gli interventi che, pertanto, proponiamo, vanno in due direzioni.

a) Non legare il diritto alla percezione del Bonus Renzi alla presenza di un imposta lorda superiore alle detrazioni da lavoro dipendente, di modo da andare in soccorso dei redditi più bisognosi.

b) Elevare l’intervallo di recupero per la perdita della percezione del Bonus; si potrebbe, ad esempio, alzare il limite ultimo ad euro 28.600,00 (ma si potrebbe anche ipotizzare di alzarlo ulteriormente) attuando così un sistema di recupero più scaglionato e meno gravoso, che non disincentivi in modo massivo piccoli aumenti o risibili redditi paralleli.

Alla luce delle riflessioni fatte, potremmo modificare l’art. 13 c1-bis del TUIR nel seguente modo :

“Ai percettori di redditi di cui agli articoli 49, con esclusione di quelli indicati nel comma 2, lettera a), e 50, comma 1, lettere a), b), c), c-bis), d), h-bis) e l), compete un credito rapportato al periodo di lavoro nell’anno, che non concorre alla formazione del reddito, di importo pari a: 1) 960 euro, se il reddito complessivo non e’ superiore a 24.600 euro; 2) 960 euro, se il reddito complessivo e’ superiore a 24.600 euro ma non a 28.600 euro. Il credito spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 28.600 euro, diminuito del reddito complessivo, e l’importo di 4.000 euro”.

 

 

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