Senza filtro – Le nebbie di… Amazon, ovvero cose che si vedono e non si vedono (anche solo in un braccialetto)

postato in: Articoli in evidenza | 0

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

 

Si è già spenta l’eco, accesasi ad inizio mese, del braccialetto elettronico di Amazon, che ha destato scandalo e ludibrio in una parte dell’opinione pubblica italiana. D’altronde, succede sempre così: l’attenzione sui fatti – se non servono per portare avanti una campagna elettorale povera di idee o per raccattare fondi – dura meno della vita di una mosca e viene seppellita in fretta e furia sulla scorta della più usata di tutte le espressioni da talk show: ”e passiamo ad un nuovo argomento…” . Passare ad altro vuol dire spesso non approfondire mai, avere una vaga infarinatura (ovviamente, quella più utile a chi te la sta raccontando) su cui però scattano le più trancianti prese di posizione (che talvolta, purtroppo, diventano anche iniziative parlamentari, e, quel che è peggio, leggi – quando a farsene carico è un nostro politico medio).

La sfortuna (stiamo parlando di questa rubrica e di questa Rivista) di uscire una volta al mese, e quindi di non essere immediatamente sul pezzo, è al tempo stesso la fortuna di poter mettere insieme idee e riflessioni che vanno un po’ più a fondo, o almeno cercano di farlo.

Sul braccialetto di Amazon si sono sentite prospettazioni di ogni genere, dal nuovo schiavismo alla trasformazione dell’uomo in robot. Per chi non si è occupato minimamente della cosa, ricordiamo molto succintamente che la famosa azienda di commercio elettronico ha comunicato di aver brevettato (nel 2016 ma la notizia è stata diffusa solo ora) uno strumento elettronico da mettere al polso dei lavoratori, in modo da aiutarli nella ricerca, catalogazione e scarico della merce negli enormi magazzini, pare anche con un sistema di rilevazione che riscontri l’esattezza o meno dell’azione di un lavoratore riscontrandola già dal movimento del braccio o del corpo.

Mettiamo assieme alcuni concetti, partendo da due fuori tema e da un quasi fuori tema; i fuori tema sono cose che supportano discorsi senza però essere particolarmente pertinenti sul punto.

Fuori tema 1 – “È solo un brevetto, non è ancora successo niente, non è il caso di agitarsi”.

L’osservazione è vera, indubbiamente: chi già prospettava sit-in fuori dalle sedi dei magazzini di Amazon (neanche fosse la veglia all’entrata dell’ultimo concerto di Vasco Rossi) ha davvero esagerato. Però un brevetto del 2016 è una realizzazione annunciata. Parlarne si può e, se il tema è sensibile, si deve. E con tutta l’importanza che un concetto ha (perché quando diventa realtà, a volte è un po’ tardi).

Fuori tema 2 – Amazon rovina il commercio tradizionale ed è causa di disastri occupazionali, pertanto tutto ciò che fa Amazon va boicottato a prescindere.

Amazon si può amare oppure no (chi scrive non è tendenzialmente contrario, anche se appartiene più alla seconda categoria) ma a chi volesse boicottare Amazon basterebbe fare delle consapevoli scelte nei propri consumi e stili di vita/acquisto. Bocciare acriticamente tutto ciò che viene da una parte è manicheismo, farlo solo perché viene da quella parte è pregiudizio, il quale, come diceva Voltaire, è il modo di ragionare degli sciocchi.

Quasi-fuori tema – Amazon utilizza metodi di sfruttamento intensivo e disumano della forza lavoro, quindi dobbiamo iscrivere anche questa novità nel calderone delle nequizie lavorative del colosso del consumo on line.

La base di partenza di tale affermazione è quella del pregiudizio precedente, ma con una preoccupazione che, fosse retta su basi veritiere, avrebbe almeno una giustificazione: chi ha un vizietto tende a replicarlo in ogni cosa che fa. Di solito ad affermazioni di questo tipo seguono commenti a grappolo (come la peggiore cefalea, che infatti provocano) che si dividono fra chi denuncia le peggiori malefatte interne e chi dice che è un posto di lavoro come un altro, o magari ne parla anche in modo positivo. Insomma, niente di palese ed inconfutabile, al più giustificante un livello di attenzione in più.

Il vero cuore della critica riveste però due aspetti , per così dire ideologici, che a nostro avviso sono più che altro degli pseudo-problemi.

Psedo-problema 1 La robotizzazione porta ad una riduzione della manodopera e ad un conseguente calo occupazionale e Amazon sta spingendo molto in questa direzione.

Curiosamente, chi avanza questo argomento accusa anche Amazon di far fare un lavoro disumano, causa mansioni ripetitive ed assillanti, al proprio personale di magazzino, ma al contempo di lamenta se a tale personale vengono affiancate, proprio nello svolgimento di tali mansioni, delle macchine-robot.

Però ora qui dobbiamo deciderci: se un lavoro è disumano, meglio che lo facciano delle macchine, ma poi non possiamo lamentarci che le macchine sostituiscano l’uomo creando disoccupazione.

Il classico circolo vizioso dell’ideologia, di qualsiasi ideologia, che vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca.

Pseudo-problema n. 2 – Gli apparati di lavoro sofisticati creati dall’ingegneria, si reggono su sistemi informatici in grado di captare, conservare e trasmettere una serie di informazioni che consentono il terribile controllo a distanza dei lavoratori. Il quale controllo viola la dignità dei lavoratori e deve quindi essere combattuto senza se e senza ma. Da qui lo stracciamento delle vesti populista di questo e quel politico, tanti proclami alla “no pasaran” che, in fondo, fanno tanto (e solo) propaganda, e Dio sa quanto alcuni ne hanno bisogno di questi tempi pre-elettorali.

Noi sul tema ci siamo già pronunciati più volte su questa Rivista, arrivando a confessare che non troviamo per nulla disdicevole un equilibrato controllo, anche a distanza, sull’attività dei lavoratori, purché vengano garantiti alcuni aspetti di fondo. Ma su questo tema, per non tediarvi, rimandiamo alle considerazioni dell’articolo su Sintesi di dicembre 2016 1 e diremo qualcosa nella trattazione che segue.

Su questi pseudo-problemi verrebbe comunque in prima battuta da dire ai commentatori che li hanno sollevati: benvenuti in industry 4.0, benvenuti nel presente!

Ma di tutto ciò probabilmente avete già sentito parlare.

A nostro avviso si aprono invece quattro spunti di riflessione che pochi hanno colto.

Problema n. 1 Il futuro vedrà sempre di più, anche nel campo del lavoro, interazioni complesse nel rapporto uomo-macchine. Se ciò è inevitabile quali problemi comporterà nella rappresentazione dell’individuo e nel suo vissuto? Non è tanto un problema di disoccupazione quanto di possibile “disumanizzazione” del lavoro e del suo significato. Ciò anche rispetto ai tempi ed alla qualità del lavoro. La sfida di coniugare efficienza e riduzione delle fatica con tempi e modalità umane di vita sarà la chiave di volta per un’evoluzione verso un mondo migliore e diversamente antropico o, al contrario, per scenari apocalittici alla Blade Runner.

Problema n. 2 Ma il benessere di questa riduzione della fatica a chi andrà in tasca? Ancora una volta e soltanto a chi deterrà i mezzi di realizzazione tecnologica? Senza voler essere comunisti (tale idea ci pare abbia già ampiamente mostrato tutti i suoi lati deboli), ci chiediamo quale modello di benessere sociale ci si prospetta con un aumentato potere della meccanizzazione, anzi ormai della intelligenza artificiale quasi antropomorfa. Da un diffuso benessere (con qualche scompenso) stiamo andando verso una società dove, sia territorialmente che socialmente, il divario fra ricchi e poveri aumenta. Fino a che punto? Dove mettere un fermo? Cosa progettare per il futuro?

Problema n. 3 Torniamo al controllo a distanza. Qui il focus ci sembra che si debba spostare non tanto sulla raccolta dei dati (su cui, come detto, non proviamo alcuno scandalo) ma sulla messa a disposizione dei dati raccolti. Chi e come vi ha accesso? Con quali finalità? Perché, vista proprio la loro facilità di raccolta non possono essere condivisi in maniera seria e controllata? Abbiamo la sensazione di logiche di facciata per cui tutti ormai raccolgono dati e controllano, in maniera non trasparente, moltissimo e facilmente, ma formalmente non si può, non si dice, non si ammette. Occhio non vede, cuore non sente. Una società di sepolcri imbiancati. Con tutto il male che ne può derivare.

Problema n. 4 È strettamente collegato al precedente: socialmente, ma anche – per quel che qui ci interessa – lavorativamente, una volta raccolti ed anche condivisi, magari anche legalmente, cosa ce ne facciamo dei dati, che finalità diamo loro?

Mettiamo la questione sotto un altro aspetto: come si risolve nelle aziende e nella società il problema della devianza, dell’imperfezione, o anche solo del “low performer” per vari motivi (età, disabilità, problemi di salute, impegni familiari)? Una volta che abbiamo dei dati incontrovertibili a disposizione, che succede? Facciamo una bella classifica e chi è sotto la sufficienza è out? E chi stabilisce la sufficienza? Dove finisce la meritocrazia e dove comincia la disumanità?

Proviamo a ragionare su questo: per difendere gli pseudo-diritti di qualche fannullone o di qualche imbroglione immatricolato (tipo i furbetti del cartellino) inneschiamo una guerra dei poveri (e verso i poveri) di cui fanno le spese fasce più deboli ma non per questo automaticamente meno meritevoli, della società e del contesto lavorativo? E, al contrario, se un’azienda volesse diversamente ragionare, nell’attuale contesto giuslavoristico, che strumenti avrebbe? Come distinguiamo ed incoraggiamo la (vera, non di facciata o per convenienza fiscale) impresa etica? Perché l’azienda che volesse prendersi la briga di trattare la devianza e la debolezza, disposta a spendersi invece che a defilarsi, non solo non avrebbe supporti economico-normativi seri ma si esporrebbe oggi ad una serie di rischi e sospetti tali da far passare la voglia ad un santo?

Ora noi di una cosa possiamo esser certi, che quando parliamo di Amazon la santità non è certo dietro l’angolo. Ma o continuiamo a strillare come galline impazzite dietro concetti di privacy e di dignità del lavoro – che vanno difesi (sempre) ma con strumenti nuovi ed evoluti (e non coi divieti “anni 70”) – e continuiamo ad abbeverarci a modelli ormai inesistenti, oppure cominciamo a porci i nuovi problemi che una società in continua evoluzione ci sta mettendo di fronte (magari anche con soluzioni “antiche”, ma comprensive del nuovo). Uomo tecnologico, sostenibilità sociale del progresso, uso e controllo dei dati, impresa con responsabilità sociale; diradata la nebbia, anzi il fumo, di discorsi un tanto al chilo, le questioni che emergono, magari anche occasionalmente, da un semplice braccialetto appaiono abbastanza cruciali. È meglio che li affrontiamo con coscienza e li risolviamo con coerenza e realismo, tali problemi, prima che arrivi qualcun altro a scavalcarli con un sorpasso a destra (nel senso di illecito e spavaldo).

1 Asnaghi A. “Perché vietare in modo assoluto il controllo a distanza dei lavoratori?”, Sintesi, dicembre 2016, pag 50.

 

Preleva l’articolo completo in pdf