Sentenze

 

Azione di regresso dell’Inail: non trovano applicazione le modifiche della Legge di bilancio sulla determinazione del quantum

Cass., sez. Lavoro, 19 aprile 2019, n. 11114

Andrea Di NIno, Consulente del Lavoro in Milano

 

Le modifiche determinate dalla L. n. 145/2018 non trovano applicazione in relazione agli infortuni sul lavoro verificatisi prima del 1° gennaio 2019: è quanto determinato dalla Corte di Cassazione che con l’ordinanza n. 11114/19 ha respinto il ricorso del datore di lavoro nei confronti della sentenza espressa in II grado.

Nella fattispecie in esame, la parte datoriale agiva contro l’azione di regresso intrapresa dall’Inail in relazione alle prestazioni erogate al lavoratore infortunato sul lavoro, per un ammontare complessivo di Euro 220.642,67 quantificato a titolo di danno biologico, patrimoniale e di indennità temporanea.

I fatti risalgono all’agosto del 2006, quando il lavoratore incaricato di eseguire lavorazioni edili ad un’altezza di circa 5 metri cadeva da un ponteggio privo delle dovute protezioni, che non erano tempestivamente state spostate nel luogo dell’avvenuto infortunio.

Nel confermare quanto precedentemente determinato in Appello, la Suprema Corte si è espressa negativamente circa l’imputazione al lavoratore della responsabilità dell’accaduto in virtù di una presunta abnormità del proprio comportamento: al contrario, “l’omissione di cautele da parte dei lavoratori non è idonea ad escludere il nesso causale rispetto alla condotta colposa del datore di lavoro che non abbia provveduto all’adozione di tutte le misure di prevenzione rese necessarie dalle condizioni concrete di svolgimento del lavoro, non essendo né imprevedibile né anomala una dimenticanza dei lavoratori nell’adozione di tutte le cautele necessarie, con conseguente esclusione, in tale ipotesi, del c.d. rischio elettivo”.

Nel caso di specie, di conseguenza, la condotta colposa del lavoratore è giudicata come irrilevante, in quanto ogni normativa antinfortunistica è funzionale a “prevenire le condizioni di rischio insite negli ambienti di lavoro e nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori, destinatari della tutela”.

Circa la richiesta economica spiccata dall’Inail nei confronti dell’azienda, la Suprema Corte non ha tenuto conto delle modifiche intercorse in virtù di quanto determinato dall’art. 1, co. 1126, Legge n. 145/2018, che ha definito come il danno differenziale dovuto in caso di infortuni e malattie professionali sia da quantificarsi senza operare distinzione alcuna tra la natura biologica o patrimoniale degli elementi del risarcimento del danno civilistico e dell’indennità: in sostanza, a seguito delle intercorse variazioni l’obbligo risarcitorio che grava sull’azienda comprende adesso unicamente la quota eccedente il complesso delle indennità liquidate dall’Inail all’infortunato, senza distinzione tra le diverse poste che le compongono.

La Suprema Corte ha quindi determinato come dette modifiche, in quanto decorrenti dal 1° gennaio 2019, non possono retroagire a fatti riferiti a periodi precedenti.


Infortunio sul lavoro: quando il datore di lavoro è responsabile

Cass., sez. Penale, 8 maggio 2019,  n. 19391

Riccardo Bellocchio, Consulente del Lavoro in Milano e Alessia Adelardi, Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

La Cassazione penale si è trovata ad affrontare il caso di un dipendente di un mobilificio, assunto come commesso e venditore, che era stato adibito alla riparazione di un tetto fatiscente e coperto di amianto presso un altro mobilificio, di proprietà del padre del datore di lavoro del dipendente. Durante le operazioni di riparazione del tetto, il lavoratore ha subito una caduta di 5 metri riportando gravi lesioni personali, in quando sprovvisto dell’attrezzattura antinfortunistica oltre che delle competenze ed informazioni adeguate per lo svolgimento delle mansioni assegnategli.

Il datore di lavoro ha proposto ricorso in Cassazione, dopo essere stato condannato dalla Corte territoriale, dichiarandosi estraneo ai fatti, poiché non era a conoscenza del fatto che il proprio padre utilizzasse il lavoratore in modo improprio, adibendolo ad altre mansioni; in particolare, il datore di lavoro deduce che il giorno dell’evento non sapeva che il dipendente fosse stato incaricato delle operazioni di manutenzione del tetto di copertura.

La Cassazione penale, nell’analizzare la questione, ha affermato come la testimonianza del lavoratore possa essere considerata totalmente affidabile e veritiera: il dipendente infatti aveva dichiarato come fosse una prassi affidare a lui mansioni diverse da quelle di addetto alla vendita, ed in particolare il compito di salire sul tetto per la manutenzione dell’immobile.

La Cassazione ha inoltre sottolineato come in capo al datore di lavoro vi siano dei precisi obblighi di vigilanza e di controllo, per cui egli ha il dovere di non esporre i dipendenti a rischi per l’incolumità personale, di adottare ogni misura antinfortunistica che si renda necessaria e di adibire i lavoratori unicamente alle mansioni per cui sono stati assunti. Di conseguenza, vi è responsabilità dell’imputato anche se l’ordine al dipendente di salire sul tetto è stato dato dal padre, avendo il datore di lavoro il preciso obbligo di intervenire preventivamente per evitare anche una condotta imprudente del lavoratore. Infatti, in tema di infortuni sul lavoro, il datore di lavoro risponde dell’infortunio sia a titolo di colpa diretta, per non aver negligentemente impedito l’evento lesivo ed eliminato le condizioni di rischio, che a titolo di colpa indiretta, per aver erroneamente invocato a sua discriminante la responsabilità altrui, qualora le misure di prevenzione siano risultate inadeguate

La Cassazione rigetta quindi il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Gravidanza insorta durante il periodo di preavviso: quali effetti sull’atto di licenziamento?

Cass., sez. Lavoro, 19 aprile 2019, n. 9268

Massaini D. Morena, Consulente del Lavoro in Milano

La Corte di Cassazione ha emesso un’ordinanza nella quale si legge come la gravidanza sopravvenuta durante il periodo di preavviso non costituisca causa di nullità del licenziamento per violazione dell’art. 54 del D.lgs. n. 151/2001.

Secondo la Corte territoriale il licenziamento, intimato per motivo oggettivo, si era perfezionato il 2.04.2004, alla data di ricevimento da parte della lavoratrice della relativa lettera, sebbene l’efficacia dello stesso fosse stata posticipata alla scadenza (15.05.2004) del periodo di preavviso; ha individuato il momento di inizio dello stato oggettivo di gravidanza in base alla documentazione medica in atti e alla Ctu svolta in primo grado, anziché secondo la presunzione legale di cui al D.P.R. n. 1026 del 1975, art. 4, adoperata dal Tribunale e riferita a trecento giorni prima della data presunta del parto; ha accertato come l’inizio dello stato oggettivo di gravidanza risalisse al 15.4.2004, data successiva all’intimazione del recesso.

Avverso tale sentenza la lavoratrice ha proposto ricorso cui ha resistito con controricorso il datore di lavoro.

Gli Ermellini richiamano a tale proposito il consolidato orientamento della Corte che sostiene come il licenziamento – negozio unilaterale recettizio – si perfezioni nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l’efficacia – vale a dire la produzione dell’effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro – viene differita ad un momento successivo.

Da tali premesse discende che la verifica delle condizioni legittimanti l’esercizio del potere di recesso deve essere compiuta con riferimento al momento in cui detto negozio unilaterale si è perfezionato e non già con riguardo, ove il licenziamento sia stato intimato con preavviso, al successivo momento della scadenza del preavviso stesso.

Corretto, dunque, l’operato della Corte territoriale che si è attenuta ai principi appena enunciati ed ha escluso la nullità del licenziamento, ai sensi del D.lgs. n. 151 del 2001, art. 54, sul rilievo che al momento in cui lo stesso è stato intimato e si è perfezionato (2.04.2004) la lavoratrice non si trovasse oggettivamente in stato di gravidanza.

Corretto altresì l’operato della Corte di Appello che ha fatto leva anche sulla formulazione letterale dell’art. 54 cit., comma 5, che sancisce la nullità del licenziamento per violazione del relativo divieto avendo riguardo al momento in cui lo stesso è “intimato” (dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine del periodo di interdizione dal lavoro nonché fino al compimento di un anno di età del bambino) e non al momento di produzione degli effetti.

Gli Ermellini richiamano inoltre due passaggi fondamentali e granitici:

1) è stato più volte affermato (Cass. n. 7369 del 2005; n. 10272 del 2003) che dall’applicazione del principio di sospensione del rapporto di lavoro in presenza degli eventi di cui all’art. 2110 c.c. (malattia, infortunio, gravidanza e puerperio), per il periodo previsto dalla legge, dal contratto collettivo, dagli usi o secondo equità, discende, in riferimento al licenziamento con preavviso, la sospensione – fin dal momento della sua intimazione – dell’efficacia del licenziamento nel caso di malattia (infortunio, gravidanza, puerperio) del lavoratore già in atto, e la sospensione della decorrenza del periodo di preavviso in caso in cui detti eventi siano sopravvenuti;

2) è stato ulteriormente precisato (Cass. n. 9896 del 2003) che la sospensione del termine di preavviso del licenziamento durante il decorso della malattia del lavoratore, con conseguente inefficacia del licenziamento fino alla cessazione della malattia o dell’esaurimento del periodo di comporto, costituisce un effetto che deriva direttamente dalla legge e, quindi, si produce per il solo fatto della sussistenza dello stato morboso, indipendentemente dalla comunicazione della malattia che, di regola, a seconda della disciplina collettiva, può essere effettuata entro tre giorni dall’insorgenza.

Ciò premesso, lo stato di gravidanza, insorto durante il periodo di preavviso, se pure non è causa di nullità del licenziamento ai sensi dell’art. 54 cit. costituisce evento idoneo, ai sensi dell’art. 2110 c.c., a determinare la sospensione del periodo di preavviso; difatti il licenziamento intimato durante lo stato di gravidanza rientra nel divieto posto dal citato art. 54 che ne sancisce la nullità, mentre la gravidanza intervenuta nel corso del periodo di preavviso “lavorato”, come nel caso di specie, è attratta nella disciplina dell’art. 2110 c.c. e comporta gli effetti sospensivi ivi previsti.

 


 

 

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