SPECIALE ENCICLICA – SPUNTI DA MAGNIFICA HUMANITAS SUL «RIMANERE UMANI» NEL LAVORO CONTEMPORANEO
Michele Squeglia , Professore Associato di Diritto del Lavoro, della Previdenza Sociale e della Sicurezza nell’Università degli Studi di Milano
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L’ enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV si inserisce con consapevolezza nella traiettoria della Dottrina sociale della Chiesa, misurandosi con una trasformazione che incide non soltanto sull’organizzazione della produzione, ma sulla stessa configurazione del decidere. Se la questione sociale ottocentesca si radicava nella materialità del lavoro industriale, quella contemporanea sembra collocarsi nel terreno più sfuggente della mediazione tecnologica e, in particolare, dell’intelligenza artificiale come dispositivo capace di orientare scelte, allocare opportunità e incidere sulle condizioni di vita e di lavoro, fino a lambire – spesso senza clamore – l’esperienza concreta delle persone. In questo quadro, il lavoro riemerge come uno dei luoghi nei quali la tensione tra tecnica e persona si manifesta con maggiore intensità. Non tanto per le trasformazioni delle mansioni – fenomeno, questo, già noto alla storia – quanto per il modo in cui la tecnologia interviene nella struttura stessa del decidere, introducendo livelli di astrazione che tendono a sottrarre visibilità al momento umano del giudizio e, con esso, alla responsabilità che ogni decisione reca con sé. L’enciclica coglie tale passaggio con nettezza, osservando che l’intelligenza artificiale non è una realtà neutrale, ma «(…) assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa».
È a partire da questa consapevolezza che la riflessione sul lavoro e sulla sicurezza può essere utilmente sviluppata. La tecnica, infatti, non si limita a potenziare l’agire umano, ma lo struttura, lo indirizza, talvolta lo sostituisce, incorporando scelte di valore che si riflettono sugli esiti dell’attività lavorativa. Il rischio, pertanto, non è più soltanto materia dell’esperienza, ma si radica nei criteri che governano l’agire. Invero, è stato osservato[1] che «(…) l’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico», poiché incide su diritti, libertà e opportunità della persona. In questa prospettiva, il richiamo dell’enciclica al fatto che «l’intelligenza artificiale già tocca molti ambiti della nostra vita e influisce su decisioni che plasmano la convivenza umana» consente di cogliere uno spostamento rilevante: il rischio si colloca sempre più a monte, nella fase in cui si struttura l’azione, piuttosto che nel solo momento in cui essa produce effetti. Ne discende una diversa luce sul tema della sicurezza del lavoro: se la prevenzione ha tradizionalmente presidiato l’integrità fisica, oggi emerge un profilo più sottile, che attiene alla qualità delle condizioni in cui l’azione si struttura. Il pericolo, evocato dall’enciclica, che tali processi possano generare «(…) nuove forme di esclusione e sofferenza» rinvia a una vulnerabilità meno visibile, ma non per questo meno incisiva, che si manifesta nella progressiva perdita di controllo sull’esperienza lavorativa e, in definitiva, sul proprio agire. La sicurezza del lavoro tende così a configurarsi come tutela integrale della persona, estesa anche alla dimensione organizzativa.
L’insistenza dell’enciclica su «responsabilità, trasparenza e governo dell’IA» segnala, in filigrana, l’esigenza di ricondurre la tecnologia entro orizzonti di imputazione umana, evitando che la complessità dei sistemi si traduca in una deresponsabilizzazione diffusa, nella quale la decisione tende a sottrarsi al suo autore fino a dissolversi nell’opacità del processo. In tale contesto, si apre anche una linea evolutiva che coinvolge la stessa categoria della prevenzione. Come è stato altrove rilevato[2], essa – a fronte dell’impiego dell’intelligenza artificiale – non si esaurisce in un apparato di misure tecniche, ma si configura come «principio guida del comportamento umano», collocato nella fase antecedente al decidere. È proprio qui che il confronto con l’enciclica si fa più fecondo. Nel richiamo a non smarrire «ciò che ci rende umani» si intravede l’esigenza di estendere l’orizzonte prevenzionistico verso una dimensione che potremmo qualificare, per trasposizione da altri ambiti, come precauzionale. Se la prevenzione presuppone un rischio conoscibile e governabile, la “precauzione” si misura con contesti nei quali l’incertezza è strutturale, poiché i processi restano in parte opachi e gli esiti non pienamente prevedibili. Non si tratta di una sostituzione, ma di un’integrazione. La sicurezza del lavoro, tuttavia, non può più limitarsi a reagire al rischio, ma è chiamata a interrogarsi, in via anticipata, sulla sostenibilità umana delle scelte tecnologiche, ossia sulla loro capacità di non recidere il legame tra lavoro e dignità. Il contributo dell’enciclica si colloca esattamente su questo sfondo.
Senza abbandonare il linguaggio della responsabilità, essa sollecita una lettura meno riduttiva della prevenzione, riportando al centro la persona non come funzione del processo, ma come misura del suo senso. Resta, nondimeno, una tensione non interamente risolta. L’appello alla centralità dell’umano, pur lucido, non sempre si traduce in indicazioni capaci di incidere sulle concrete dinamiche organizzative, caratterizzate da una distribuzione del potere decisionale sempre più frammentata. Il rischio è che la persona venga progressivamente assorbita nella logica del sistema, più che riconosciuta nella sua irriducibile singolarità. E tuttavia proprio questa tensione restituisce il valore del testo. Lungi dal proporre soluzioni immediate, l’enciclica indica una direzione, richiamando la necessità di «(…) costruire nel bene» e di «(…) rimanere umani». Conseguentemente, l’innovazione non può essere governata esclusivamente secondo criteri di efficienza, ma deve restare ancorata ad un ordine che riconosca nel lavoratore un soggetto, e non un segmento del processo produttivo. È in questo spazio, sospeso tra sviluppo della tecnica e custodia dell’umano, che si colloca oggi la riflessione sulla sicurezza del lavoro, chiamata non tanto a resistere al cambiamento, quanto ad orientarlo, senza smarrire il proprio fondamento che resta, ineludibilmente, antropologico e, prima ancora, radicato nella dignità di chi lavora, secondo quell’esigenza, richiamata dall’enciclica, di «rimanere umani» anche nei contesti più segnati dalla tecnica.
[1] A. Tursi, La Dottrina sociale della Chiesa e l’Intelligenza Artificiale, in Lavoro Diritti Europa, n. 2/2026.
[2] M. Squeglia, Presentazione in M. Squeglia (a cura di), Le attualità nella tutela del diritto della tutela della salute e della sicurezza del lavoro, Giappichelli, Torino, pp. XVI ss.