SPECIALE ENCICLICA – LA DIGNITÀ DEL LAVORO

Pierluigi Rausei , Docente a Contratto dell’Università Politecnica delle Marche, Facoltà Di Economia "G. Fuà" - Coordinatore Editoriale Diritto & Pratica del Lavoro, Direttore Di "Adapt Professional Series"- Dirigente dell’ispettorato Nazionale Del Lavoro*

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La tutela della dignità del lavoro rappresenta un elemento centrale nei contenuti della Enciclica “Magnifica humanitas” che Papa Leone XIV ha firmato il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della “Rerum novarum” del predecessore ispiratore Leone XIII. Chiamati alla scelta decisiva dinanzi al bivio fra l’innalzare un nuovo simbolo di divisione o il ricostruire la Città da abitare uniti, quanti operano nel mercato del lavoro, in qualsiasi ruolo – imprenditori e lavoratori, istituzioni e professionisti, associazioni di categoria e sindacati – senza alcun dubbio scelgono di edificare la Città nuova. Il Pontefice ci ricorda, anzitutto, come nella “Rerum novarum” vengano poste al centro del dibattito sociale, per la prima volta nella Chiesa, la dignità del lavoro e del lavoratore, affermando con nettezza il diritto a un salario giusto per i lavoratori e per le loro famiglie (antesignano pronunciamento portato a livello di norma fondamentale dell’ordinamento dall’art. 36 Cost. poco più di cinquant’anni dopo), riconoscendo alla persona del lavoratore un valore essenziale e prioritario rispetto a capitale e profitto, apprezzando le organizzazioni sindacali dei lavoratori e proponendo forme di collaborazione alternative alla “lotta di classe” (30). Nel richiamare poi il Magistero sociale di Pio XI sottolinea la valorizzazione del legame inscindibile tra dignità del lavoro, giusta retribuzione e possibilità concreta di una vita umana decorosa per le famiglie (31). Così ripensando alla “Centesimus annus” di San Giovanni Paolo II ne sottolinea “un’eredità particolarmente attuale” in quella speciale evidenziazione del “legame tra dignità del lavoro, solidarietà tra i popoli e valutazione critica di democrazia ed economia di mercato” che rappresenta ancora oggi un parametro fondamentale “per giudicare le nuove forme di sfruttamento” (39). Su questi solidi presupposti, dunque, Leone XIV fonda la sua analisi delle “cose nuove” del tempo dell’Intelligenza Artificiale e afferma con urgenza la necessità di affrontare linguaggi e strumenti nuovi, con nuove relazioni sociali, impegnandosi direttamente sugli ambiti nei quali la trasformazione digitale tecnologica ha “ricadute molto concrete, a volte drammatiche”, delineandone puntualmente tre: “riscoprire la verità come bene comune”, “tutelare la dignità del lavoro” e “custodire la libertà contro ogni dipendenza e mercificazione” (131).

La tutela della dignità del lavoro, dunque, come fattore centrale per la ricostruzione della Città, riconoscendo e riaffermando il valore del lavoro, per una tutela reale dei lavoratori e in azioni di contrasto efficace contro ogni forma di sfruttamento. Perché il lavoro rimane quella “chiave essenziale” (come ebbe a definirla San Giovanni Paolo II nella “Laborem exercens”) allo scopo di poter penetrare fino in fondo e comprendere davvero “l’intera questione sociale”, perché soltanto attraverso il lavoro “la persona sviluppa molte dimensioni della propria esistenza”. Leone XIV con forza sottolinea come attraverso il lavoro la persona umana contribuisce “al progresso della società e alla costruzione del bene comune”, mette a frutto i talenti, le competenze e le capacità di cui è dotata, migliora e abbellisce il mondo, sostiene la famiglia, entra in relazioni di cooperazione e impara “a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo” (148). Perché il lavoro “non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita” e allora occorre avere fermo e chiaro un obiettivo comune “mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro” (149). In questa prospettiva, dentro la trasformazione digitale, che con l’intreccio di robotica, automazione e IA “sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro”, è necessario “progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione” (150). Se non può non condividere l’auspicio “che la tecnologia sollevi l’uomo da lavori particolarmente gravosi, ripetitivi o pericolosi e che offra un sostegno intelligente all’attività umana”, per Leone XIV “la regola generale deve restare la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona”.

Lo slancio verso sempre maggiori profitti “non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione, perché la persona umana è fine e non mezzo”, e con il lavoratore come persona al centro l’intero “ordine economico deve rimanere sottoposto alla sua dignità e al bene comune” (152). Nei tempi della IA si deve osservare come siano presenti in molti territori “lavoro umano sottopagato e tecnologie parziali” dove si creano “serbatoi di manodopera precaria”, per fermare questo sfruttamento servono “strumenti capaci di adattamento: modelli articolati, sperimentazioni locali, redistribuzioni progressive, nuovi diritti di accesso ai beni essenziali” e non si tratta di “inseguire un’armonia astratta”, ma piuttosto di costruire “forme concrete di convivenza umana nella trasformazione” (153). Proprio il lavoro, infatti, rimane “una dimensione fondamentale dell’esperienza umana”, perché non è solo “mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità”, per questo “l’accesso al lavoro per tutti deve rimanere un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche e dei processi economici, criterio di giudizio per valutare la qualità umana di un modello di sviluppo”. Perciò dove il lavoro “tende a ridursi o a mutare radicalmente, per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico”, diventa urgente e non solo necessario “ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale” (154).

Da qui, l’accorato invito al sistema delle imprese affinché “ogni introduzione di automazione e di IA” sia “accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori”, ciò affinché “la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione”, accanto ad una confermata “responsabilità d’impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo”. Soltanto a queste condizioni, secondo Leone XIV, “l’innovazione può diventare alleata di un lavoro più sicuro, più creativo e più dignitoso”, mentre in mancanza di esse, si ha soltanto una drammatica “accelerazione dell’ingiustizia” (156). Se, dunque, “il mercato del lavoro è uno degli ambiti in cui i rischi delle nuove tecnologie emergono con maggiore evidenza”, bisogna orientare il fare impresa verso il pieno riconoscimento della circostanza che “la creazione di lavoro dignitoso e di valore” rappresenta una parte essenziale del servizio alla società (157). Su tale osservazione, richiamando il pensiero espresso da Papa Francesco nella “Fratelli tutti”, Leone XIV sottolinea che laddove si esaltano soltanto “l’efficienza e il successo individuale” si è portati a “considerare inutile o poco conveniente investire sulle persone che partono da situazioni di svantaggio o hanno percorsi di crescita più lenti”, mentre una “società giusta” necessita di Istituzioni “capaci di superare la sola logica dell’efficienza” (158).

Allargando lo sguardo alle dinamiche dell’economia, la richiesta agli Stati e alle Organizzazioni internazionali di introdurre nuovi “parametri e metriche complementari al PIL” che consentano di “assumere decisioni politiche e di politica economica” più adeguate e coerenti al bene comune e di “selezionare le priorità regionali, nazionali e internazionali”. Soltanto l’impiego di nuovi parametri potrà permettere di “valutare, con uno sguardo ampio e adeguato ai tempi, gli effetti delle deliberazioni legislative e regolamentari su dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia dell’ambiente” (159). Nella “Magnifica humanitas” il messaggio forte raggiunge anche la politica che è chiamata ad assolvere a un compito di rilievo assoluto: “orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione”. A ciò si giunge inevitabilmente lasciandosi ispirare da quella “immensa dignità di ogni persona”, alla luce della quale assume pieno valore il bene comune (163). Occorre per questo, quindi, “orientare l’economia alla dignità”, assumendo criteri di azione stabili come: trasparenza, responsabilità, inclusione, accesso, equità. Soltanto attraverso questi criteri, secondo Leone XIV, si può rendere l’innovazione “vivibile e umana” (164). Se per i giovani “la precarietà lavorativa è particolarmente drammatica”, le Istituzioni devono rendere accessibili percorsi di aggiornamento e riqualificazione permanente (167), con una “creatività politica a favore del lavoro” che spinga a “sostenere l’attività delle imprese creando condizioni favorevoli all’occupazione, promuovendo il lavoro dove manca e difendendolo nei tempi di crisi” (168). Al centro di una società che sceglie di costruire e abitare la Città, devono porsi politiche del lavoro in grado di favorire “continuità e qualità dell’occupazione”, di contrastare la precarietà, di promuovere “percorsi realistici di ingresso e crescita professionale”.

Necessitano misure in grado di garantire “ritmi umani”, perché “senza un equilibrio tra lavoro, servizi e riposo, la famiglia si indebolisce e i giovani faticano a maturare nella responsabilità”. Inoltre, Leone XIV ritiene “decisivo investire su formazione e riqualificazione accessibili”, in un contesto nel quale devono essere sostenuti i legami sociali, affinché la trasformazione tecnologica possa essere “attraversata senza spezzare ciò che rende generativa una società: la capacità di costruire futuro” (169). La tecnologia deve rimanere “al servizio della persona” (171) e principio fondamentale deve restare la “dignità della persona” (173), in questa prospettiva viene richiamata “l’urgenza di un ampio movimento di riflessione e di azione che ponga al centro la dignità inalienabile di ogni essere umano e il bene comune” (174). Occorre che le imprese “riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo” e che, per tale via, l’innovazione diventi davvero “sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio”. Soltanto così potrà aversi vero progresso, perché misurato “sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna” (181). Bisogna stare dalla parte di quella umanità che cerca di “rimanere umana”, impegnata a costruire “la città della convivenza e della pace”, in quel “cantiere di speranza” (185), che Leone XIV, insieme a San Paolo VI, chiama “civiltà dell’amore” (186), frutto non già di “un gesto unico e spettacolare”, ma soltanto della “somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione” (213), inevitabilmente anche attraverso un lavoro sicuro e dignitoso. Dobbiamo acquisire la consapevolezza sana che vi sono “situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione” (216), rilanciando il dialogo come “dimensione ordinaria della vita umana” (220), contrapponendo alla “cultura della potenza” un’autentica “cultura del negoziato” (221). Al centro della storia, anche nella trasformazione digitale, “un volto umano che chiede di essere guardato”, mentre una “magnifica umanità illumina anche il tempo dell’IA” (233). Attraverso il lavoro quotidiano, ogni persona è chiamata a impegnarsi nel cantiere della “civiltà dell’amore”, assumendo un ruolo attivo (236), restando fedeli alla verità, per custodire insieme “la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune” (237), investendo convintamente nell’educazione per salvaguardare la dignità di ogni persona attraverso il costante orientamento alla responsabilità, personale e collettiva (238), curando le relazioni, custodendo “luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva” (239), amando la giustizia e la pace, perché possano “crescere equità, partecipazione e cura del creato”, permettendo di “guardare con lucidità le filiere della produzione digitale” e di scoprire “le condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi” (240). Dobbiamo entrare con il nostro lavoro di ogni giorno “nei cantieri della storia” e dare il nostro personale contributo per “rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto”, siamo chiamati a ricostruire la Città “mattone dopo mattone” (241), per “testimoniare la bellezza di una magnifica umanità” che deve poter continuare ad abitare il mondo (245).

* Le considerazioni contenute nel presente intervento sono frutto esclusivo del pensiero dell’Autore e non hanno carattere impegnativo per l’Amministrazione alla quale appartiene.

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