“Sguardi sul sociale” – DENTRO IL CARCERE: QUANDO IL REINSERIMENTO COMINCIA PRIMA DELLA LIBERTÀ

Dalila d’Amico e Luciana Mari , Membri della Commissione Consulenti del Lavoro per il sociale di Milano

Contenuto dell'articolo

Il carcere, visto da fuori, sembra spesso una parola che semplifica: pena, sicurezza, colpa, espiazione. Visto da dentro, invece, è un universo molto più complesso. È fatto di tempi lenti, di relazioni fragili, di attese che possono consumare oppure trasformare. E soprattutto è abitato da persone che, nella grande maggioranza dei casi, un giorno torneranno a vivere nella comunità. La domanda allora non è soltanto come scontano una pena, ma in quale condizione torneranno fuori. C’è un rumore che chi non ha mai attraversato il cancello di un istituto penitenziario difficilmente può immaginare. Non è soltanto quello delle chiavi o delle porte che si chiudono. È il rumore del tempo: un tempo sospeso, immobile, distante dalla vita che continua all’esterno. Eppure, dietro quelle mura, la vita non si ferma. Scorre attraverso le paure, le speranze, le fragilità e il desiderio, spesso silenzioso, di ricostruire un futuro. Il reinserimento lavorativo delle persone detenute è oggi uno dei temi più rilevanti del dibattito pubblico. Non riguarda soltanto il sistema penitenziario, ma l’intera collettività, poiché la capacità di trasformare la pena in un reale percorso di reinserimento incide direttamente sulla sicurezza sociale e sulla riduzione della recidiva. Le più recenti analisi, tra cui il 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese (2025) e il programma “Recidiva Zero” del CNEL, evidenziano come il lavoro, accompagnato da formazione e inclusione sociale, rappresenti uno dei principali fattori di successo nei percorsi di reinserimento e di riduzione della recidiva. Allo stesso tempo, tali studi sottolineano come le opportunità lavorative e formative durante l’esecuzione della pena siano ancora insufficientemente diffuse rispetto agli obiettivi di reinserimento delineati dall’art. 27 della Costituzione. In questo contesto, investire in percorsi di orientamento, formazione e inserimento lavorativo non costituisce soltanto una misura di inclusione sociale, ma una scelta che contribuisce a rendere più efficace il percorso rieducativo della pena e ad accrescere la sicurezza della collettività.

È proprio da questa consapevolezza che la commissione dei Consulenti del Lavoro per il sociale di Milano, di cui facciamo parte, ha deciso di entrare negli istituti penitenziari. Non per portare assistenza generica, ma per mettere a disposizione competenze tecniche, strumenti pratici e una visione professionale capace di dare forma a opportunità reali. L’idea di fondo è semplice: “il carcere è un’opportunità da cogliere”. Da questa convinzione nasce un itinerario formativo che orienti, accresca la consapevolezza e favorisca la costruzione di nuove prospettive professionali. È un’attività paziente, spesso silenziosa, che permette ai detenuti di intravedere una reale prospettiva di futuro. All’interno del II Reparto maschile della Casa di reclusione di Bollate a partire dal mese di giugno 2025, il sabato mattina, insieme ai detenuti, sono state svolte attività riferite alla stesura del curriculum, alla comprensione dei diversi contratti di lavoro, agli elementi essenziali del contratto di assunzione e alle dinamiche del colloquio di lavoro, alternando momenti teorici a simulazioni pratiche. Il programma si è poi arricchito con lezioni dedicate alle cinque domande fondamentali sul lavoro (Chi? Cosa? Dove? Quando? e Perché?), alla lettura della busta paga – dagli elementi che la compongono fino al passaggio dal lordo al netto – e alla gestione delle dimissioni e del licenziamento, cui si sono aggiunti ulteriori incontri nel mese di novembre e dicembre 2025 e un ultimo ciclo formativo svolto tra maggio e giugno 2026, a testimonianza della continuità della risposta positiva da parte dei partecipanti. La partecipazione dei detenuti agli incontri è stata sin dal primo incontro attiva e profondamente coinvolgente, trasformando ogni lezione in uno spazio reale di dialogo e confronto sul lavoro e sul proprio percorso personale. Il loro contributo ha arricchito l’esperienza in modo significativo: tutti hanno manifestato un sincero apprezzamento per il progetto e il desiderio di raccontare le proprie storie di lavoro e di vita, portando in aula vissuti complessi, domande autentiche e una forte motivazione a ripensare il proprio futuro professionale. In questo accompagnamento, la figura del Consulente del Lavoro si inserisce in modo naturale come un punto di incontro tra due mondi che spesso faticano a dialogare: quello delle imprese e quello dei detenuti. Da una parte ci sono le aziende, che non sempre conoscono le possibilità offerte dall’ordinamento per accogliere e valorizzare queste esperienze; dall’altra ci sono persone detenute che, pur portando con sé storie complesse, dimostrano una forte volontà di rimettersi in gioco e di costruire un futuro diverso.

Il contributo del Consulente del Lavoro può allora diventare concreto e quotidiano: da un lato accompagnare le aziende nel comprendere che l’inclusione non è solo un gesto sociale, anzi, è anche un investimento che genera valore, un’opportunità reale, sostenibile e concretamente realizzabile, dall’altro affiancare i detenuti in un cammino di consapevolezza, accompagnandoli a considerare il lavoro non solo come un obiettivo, ma come uno spazio in cui riconoscere le proprie capacità. In questo senso, il Consulente del Lavoro diventa una figura di collegamento, chiamata a collaborare con l’istituto penitenziario, i servizi per l’impiego, le associazioni, le cooperative e tutti gli attori coinvolti. Il suo intervento non si sviluppa mai in modo isolato: entra a far parte di una rete di professionalità con la quale si confronta costantemente e che lo sostiene nell’attività svolta all’interno dell’istituto sia nella costruzione dei successivi percorsi di inserimento lavorativo. In questa direzione si inserisce anche la sottoscrizione di specifici protocolli con AFOL Metropolitana Milano e di quello già sottoscritto per due volte con Caritas Ambrosiana, nati proprio con l’obiettivo di creare sinergie operative e favorire percorsi di orientamento, formazione e inserimento lavorativo. Parallelamente, sono in fase di sviluppo ulteriori collaborazioni con due associazioni del Terzo Settore che operano prevalentemente nell’ambito dell’inclusione lavorativa dei detenuti, con l’intento di ampliare la rete territoriale e rafforzare le opportunità di accompagnamento verso il lavoro. È proprio in questo dialogo che si crea qualcosa di più: non solo un inserimento lavorativo, ma un passaggio di fiducia. Un lavoro che non rappresenta semplicemente un contratto, ma l’inizio di una nuova possibilità, costruita passo dopo passo, con fiducia reciproca e con uno sguardo attento a ciascuna persona. Per svolgere al meglio questo ruolo, il Consulente del Lavoro deve possedere una particolare capacità di ascolto, sensibilità e attenzione alle persone coinvolte.

È necessario saper tradurre norme, contratti e adempimenti in parole semplici e strumenti concreti, così da rendere tutte le informazioni condivise, comprensibili e accessibili a chi si prepara ad affrontare una nuova fase della propria vita. Allo stesso tempo, occorre saper dialogare con le imprese, comprenderne le esigenze e accompagnarle nella costruzione di percorsi sostenibili, capaci di coniugare organizzazione, professionalità e inclusione. Servono equilibrio, riservatezza e assenza di pregiudizio, ma anche concretezza e senso di responsabilità. L’obiettivo non è soltanto favorire l’avvio di un rapporto di lavoro, ma contribuire a creare le condizioni perché quel rapporto possa durare nel tempo. Perché dietro ogni contratto ci sono una persona, una storia e la possibilità di ricominciare. Proprio perché il reinserimento è il risultato di un lavoro di rete, anche il contributo dei Consulenti del Lavoro può assumere forme diverse. L’esperienza diretta negli istituti penitenziari rappresenta certamente un valore aggiunto, ma non è l’unico modo con cui un Consulente del Lavoro può contribuire al reinserimento delle persone detenute o ex detenute. Chi opera all’interno degli istituti può svolgere un ruolo di “apripista”, creando relazioni, condividendo esperienze e sensibilizzando i colleghi. Allo stesso tempo, anche i consulenti che non entrano in carcere possono fare la loro parte, promuovendo presso le imprese una cultura dell’inclusione, illustrando le opportunità offerte dalla normativa e accompagnando le aziende nella costruzione di percorsi di inserimento lavorativo. In questo modo, l’esperienza maturata da chi opera direttamente negli istituti si traduce in una maggiore consapevolezza dell’intera categoria professionale. È così che l’impegno di pochi può trasformarsi in una responsabilità condivisa da tutta la professione.

LA QUOTIDIANITÀ SOSPESA E IL VALORE DELLA FORMAZIONE

La giornata in carcere è scandita da orari precisi: apertura delle celle, distribuzione dei pasti, colloqui, attività trattamentali, rientro. La ripetizione può diventare una forma di sospensione: il tempo smette di essere progettuale e diventa qualcosa da attraversare. In questo ritmo scandito e ripetitivo la formazione assume un valore che va oltre l’apprendimento. In aula si recupera un ritmo diverso, una responsabilità, una relazione. Si torna, almeno in parte, a immaginarsi nuovamente come persone capaci di costruire. Per molti detenuti è il primo spazio, dopo molto tempo, in cui qualcuno chiede loro non cosa abbiano fatto, ma cosa siano in grado di costruire. Ricordiamo detenuti che arrivavano in aula con diffidenza, convinti di non avere più nulla da offrire. Dopo qualche incontro la postura cambiava: la puntualità diventava importante, il compito veniva svolto con cura, la domanda non era più “quanto manca alla fine?”, ma “cosa posso fare dopo?”. Segnali piccoli, ma enormi nel contesto carcerario. La formazione non cancella il passato né attenua la responsabilità della condanna, ma permette di affrontare il futuro con strumenti diversi. Ogni attestato ottenuto, ogni competenza acquisita, ogni progetto portato a termine diventa un tassello nella ricostruzione di un’identità spesso compromessa da marginalità, precarietà o errori commessi. L’esperienza maturata negli incontri svolti all’interno della Casa di reclusione di Bollate ci ha offerto anche l’occasione per riflettere sul significato più ampio della formazione e del lavoro nel percorso di reinserimento. Le considerazioni che seguono nascono proprio dall’osservazione diretta di quanto vissuto in aula.

IL LAVORO CHE RESTITUISCE DIGNITÀ

Nel dibattito pubblico il lavoro in carcere viene spesso considerato solo come una misura utile a ridurre la recidiva. È vero: chi accede a percorsi formativi e lavorativi ha maggiori probabilità di reinserirsi positivamente. Ma c’è un aspetto meno visibile: il lavoro restituisce dignità e fiducia nelle proprie capacità. Molti detenuti hanno alle spalle storie d’impiego irregolare, competenze mai riconosciute, percorsi scolastici interrotti. In aula emergono abilità manuali, capacità organizzative, esperienze pratiche che, quando vengono valorizzate, cambiano la percezione che ciascuno ha di sé. Questo processo richiede continuità, credibilità e una relazione educativa fondata sul rispetto. In carcere si percepisce immediatamente se un intervento è formale o se è realmente pensato per chi lo riceve.

PONTI TRA DENTRO E FUORI

Spesso si parla del carcere come di un mondo separato. In realtà è profondamente connesso alla società esterna. Le associazioni, gli enti di formazione, le imprese, i professionisti, i volontari e i servizi territoriali rappresentano un ponte indispensabile. Senza questo ponte, il percorso trattamentale rischia di rimanere confinato dentro le mura dell’istituto, un confine che non consente di dare una reale opportunità e di raggiungere l’obiettivo primario. Quando un’azienda decide di collaborare con un progetto formativo, non compie soltanto un gesto di responsabilità sociale: crea una possibilità concreta di continuità dopo la detenzione. Le esperienze dimostrano che un reinserimento accompagnato da percorsi seri e da un adeguato supporto produce benefici sia per le persone sia per le imprese.

IL MOMENTO DELL’USCITA: LA SOGLIA PIÙ FRAGILE

Il momento della scarcerazione è spesso il più delicato. Fuori attendono ostacoli reali: la ricerca di un lavoro, la mancanza di una rete familiare, il problema dell’alloggio, lo stigma sociale. Anche chi ha completato un progetto formativo può trovarsi davanti a porte chiuse. Per questo il reinserimento non può terminare con la fine della pena. Deve essere accompagnato da una rete territoriale capace di sostenere l’ex detenuto nel passaggio tra il “dentro” e il “fuori”. In questo senso, il ruolo dei Consulenti del Lavoro è strategico: orientamento, raccordo con le imprese, valorizzazione delle competenze acquisite, costruzione di opportunità reali.

UNA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA

Entrare in carcere insegna che il cambiamento è possibile, ma raramente avviene da solo. Avviene quando qualcuno offre tempo, competenza, fiducia e continuità. Avviene quando la società decide di non considerare il carcere come un luogo da dimenticare, ma come una parte della realtà che la riguarda direttamente. Il carcere non è soltanto il luogo dell’errore: può diventare il luogo della ripartenza. E il reinserimento sociale non è un atto di buonismo, ma una scelta di responsabilità collettiva. Perché il carcere non è un mondo separato dal nostro: ne è una parte. E il modo in cui scegliamo di guardarlo racconta molto della società che vogliamo costruire. La convinzione che portiamo con noi è semplice: il reinserimento non nasce il giorno della libertà. Inizia molto prima, quando, dentro il carcere, qualcuno torna a essere guardato prima di tutto come persona. Ed è proprio lì che chi è fuori può fare la differenza.

Scarica il file

Scarica l'articolo (PDF)