SENZA FILTRO – IL RE È NUDO (MA HA UN BELLISSIMO VESTITO): PENSIERI SPARSI SULLE RELAZIONI INDUSTRIALI
Andrea Asnaghi, Consulente del Lavoro in Paderno Dugnano (Mi)
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Credo che in molti conosceranno la favola del vestito nuovo del re (o, in qualche versione, dell’imperatore). Un re molto vanitoso, presuntuoso e molto sciocco (d’altronde conoscete un presuntuoso che non sia anche, in fondo, un bel po’ sciocco?) voleva sempre vestiti nuovi e ricercati per farsi ammirare. Avendone a bizzeffe e non essendo mai pago, il re ricercava continuamente un sarto che gli realizzasse il vestito più incredibile. Arrivò infine a corte un sarto che sosteneva di usare una stoffa tanto leggera e tanto magica che chi avesse indossato il vestito con essa confezionato si sarebbe sentito tanto leggero come se non avesse indosso nulla. Ma la vera magia del vestito era il fatto che solo i veri intenditori avrebbero saputo vederlo. Fu così che dopo innumerevoli prove (e dopo aver pagato somme esorbitanti al sarto …) il re si presentò a corte completamente nudo come mamma l’aveva fatto, pavoneggiandosi di indossare il favoloso vestito. Sapendo l’antefatto, tutti i cortigiani si sperticarono in lodi meravigliose, lodando la (presunta) veste regale, fino a quando un bambino esclamò con stupore “il Re è nudo!”, provocando pian piano l’ilarità generale e smascherando, insieme al furbo inganno, la cialtroneria del monarca (e non solo).
La favola è un apologo contro l’arroganza e la menzogna del potere, smascherato dalla verità che si fa strada attraverso il disvelamento disinteressato dell’evidenza (“il re è nudo” è e fu uno slogan molto usato in ambienti rivoluzionari). Tuttavia mi ha spesso colpito l’atteggiamento di chi (nella favola, ma come purtroppo accade nella vita reale) sta intorno al re: cosa impedisce di riconoscere l’evidenza? Ci sono i cortigiani (vocabolo che infatti ha assunto un significato vagamente dispregiativo): vivono a corte, delle briciole che il potere divide con loro e di cui si circonda (oggi li chiameremmo “yes men”): per loro il re ha sempre ragione, qualsiasi bufala dica, qualsiasi cosa faccia, si sperticano in lodi funamboliche per la più meschina delle trovate. E poi, dare torto al re può essere rischioso, controproducente, può portare grane: i presuntuosi al potere sono spesso arroganti e dispotici. Ci sono gli interessati (probabilmente nella favola facevano a mezzo con il sarto ingannatore dell’opulenta mercede ricevuta per siffatto scempio), sottospecie dei cortigiani; anch’essi sono proni a tutto ma… non lo fanno gratis. Ci sono i creduloni, quelli che semplicemente hanno abboccato all’inganno: non particolarmente intelligenti, non saprebbero riconoscere la verità neanche quando ce l’avessero sotto il naso; e per non fare la figura degli ignoranti, credono alla “verità” propugnata da qualcun altro. E poi ci sono i realisti, i pragmatici, i teorici del meno-peggio: sì il re è nudo, ma riconoscerlo è scomodo, destrutturante, si creerebbe un vuoto di potere; in fondo il re è un vanaglorioso e anche dispotico, ma non è poi così male, ha fatto anche cose buone (“ha fatto anche cose buone” è l’imbarazzante frase-simbolo con cui si coprono e si sono coperte mille situazioni, storiche e non, a dir poco deprecabili); chi vorresti al suo posto? Chi si prende la responsabilità? Se lo destituisci, cosa arriva dopo? La libertà, così come la verità, sono in fondo un rischio. Diciamo subito che un re (nel senso di autorità, di guida, di conduzione: non sono un nostalgico monarchico) ci vuole; ricordo in gioventù il mito dell’autogestione semianarchica, nelle scuole come in certe fabbriche, esperimenti velleitari che fallivano prima ancora di iniziare. Quindi una conduzione è una cosa buona. A patto che sia una buona conduzione, ovviamente. E la verità, la libertà, l’evidenza, il confronto, la trasparenza, l’onestà (materiale ed intellettuale) sono sempre i sintomi di una buona conduzione. Esempi al contrario li vediamo tutti i giorni, purtroppo, non guardiamo solo alle “alte sfere”, sono molto molto più vicini anche al nostro quotidiano. Ma tutto questo, vi chiederete, cosa c’entra con le relazioni industriali? Beh, innanzitutto cominciamo a dire che anche le relazioni industriali sono una cosa buona, anzi buonissima. Che le parti in gioco del mondo del lavoro trovino regole condivise di convivenza, magari anche in una logica win-win, mi pare ottimale. Dev’essere dello stesso avviso anche chi ci governa, visto che affida sempre maggiori ambiti di intervento alla contrattazione collettiva (che delle relazioni industriali è il cuore, in fondo). Il salario giusto? Lo decide la contrattazione collettiva. Il CCNL che può ambire a partecipare ad una gara di appalto pubblico? Lo decide la contrattazione collettiva. La partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa? Passa dalla contrattazione collettiva, che diamine (mica che qualcuno si metta in mente di farla per conto proprio …). La job/pay transparency? Vedi quanto stabilito dalla contrattazione collettiva. Purché la contrattazione collettiva sia quella stipulata dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ovviamente. E qui vorrei sollevare un primo problema, che non è quello – pur esistente – di come accidenti misurare la rappresentatività (e quindi di quale significato concreto abbia l’espressione), ma cosa intendiamo per rappresentatività? Rappresentare significa avere ricevuto una delega da qualcuno per fare qualcosa, ma siamo sicuri che sia proprio così? Anche volendo contare il numero degli iscritti, molto spesso l’iscrizione non costituisce una delega convinta: provo a fare qualche esempio raccolto in molti anni di lavoro (e abbastanza rappresentativo, questo sì, di un certo andazzo).
Lato azienda; siamo iscritti a XY perché: i) avevamo due punti di sconto sul tasso di interesse applicato dalla banca; ii) ci facevano partecipare ad un bando interno; iii) c’erano delle convenzioni vantaggiose; iv) con l’associazione ci facevano la contabilità (o le paghe) a prezzi ridotti (pagati più che a prezzo pieno con la quota associativa, ma questo è un dettaglio); v) c’erano delle newsletter interessanti.
Lato dipendente; sono iscritto a WZ perché: i) mi fanno il 730; ii) hanno fatto la mia pratica di pensione; iii) mi hanno fatto la pratica per la richiesta della 104; iv) se non faceva nessuno la tessera in azienda non firmavano la cassa integrazione; (v) con la tessera ho sconti per l’iscrizione a certe università; vi) la tessera me la paga il datore (sic!) così abbiamo potuto fare il premio di risultato detassato. Il bello è che alcune di queste scelte sono poi morte e sepolte nel tempo, sono dimenticate, però l’associazione è rimasta lì. Perché? Boh, può sempre servire. La parola chiave è infatti “servizi”. Da questo punto di vista, l’associazione più che una convinta scelta ideologica assomiglia alla tessera del supermercato, anzi lì davvero c’è (nel ritornare sempre a far spesa alla stessa catena) un’adesione decisa e ripetuta nel tempo. Pensate che ci sono fior d’aziende iscritte ad un’associazione di categoria ma che applicano il CCNL sottoscritto di un’altra associazione: di che stiamo parlando? Intendiamoci: non mi sogno nemmeno di mettere in discussione la rappresentatività di certe organizzazioni; però parliamone…Perché poi qualcuno distingue la rappresentanza dalla rappresentatività, che si basa (la seconda) su una sorta di “percezione di importanza”, ma io qui mi perdo perché nella vita e nelle scelte oggettive e giuridiche so bene quanto la mera percezione possa essere ingannevole. Un piccolo inciso: già che ci siamo, approfitto per dire che non apprezzo per nulla i CCNL “minori” (oramai pare che “pirata” non si possa più dire, se no si offendono), soprattutto se e quando propugnano trattamenti più bassi e basano su questo la loro adozione e diffusione.
Mettere le mani in tasca ai lavoratori non è “fare impresa in modo dinamico”, il termine per definirlo sceglietelo voi purché, mi raccomando, sia particolarmente incisivo e adeguato allo schifo. Ma torniamo alle relazioni industriali e alle relative contrattazioni aziendali; c’è chi le decanta, chi pubblica statistiche, adesso c’è anche l’obbligatorietà di depositarle al CNEL. Soprattutto si mettono in evidenza quelle aziende che adottano politiche di benessere e di flessibilità, di promozione della persona e delle scelte per difendere il potere d’acquisto del salario. Si tace però su un’evidenza: non dico sempre, ma quasi sempre il frutto e soprattutto l’impulso di tali contrattazioni non sta nel sistema di relazioni industriali. O meglio, ci sta solo quando vi è una piattaforma, per così dire “rivendicativa”, ma non per quanto riguarda l’innovazione. Vediamo il meccanismo. C’è un imprenditore illuminato, che decide di fare cose buone; scopre che parte di queste cose buone non le può fare, o non hanno sostenibilità giuridica, se non all’interno di una contrattazione collettiva. In realtà una sostenibilità giuridica ce l’avrebbero anche, se non ci fossero leggi stringenti: eclatante il caso della divisione degli utili coi dipendenti, senza accordo sindacale non c’è detassazione (non trovo altra giustificazione a questa cosa se non che i sindacati “tengono famiglia”). E qui per l’imprenditore illuminato i casi sono due: il sindacato non c’è (come non c’è in molte PMI) e allora bisogna cercarlo e trovarlo e sperare che sia quello intelligente, oppure semplicemente pagarlo (ci sono sindacalisti che girano con veri e propri tariffari): oppure il sindacato già c’è e allora anche le cose buone che potresti fare pure da solo le fai con il sindacato, se no “si offende” e ti rema contro (spesso anche contro l’interesse dei lavoratori). Insomma, al contrario di quanto sostengono i profeti delle relazioni industriali, non è grazie ad esse che ci sono miglioramenti sparsi, talvolta addirittura è malgrado esse. E vogliamo parlare dell’altro simbolo delle relazioni industriali, gli Enti Bilaterali? Qui si apre un vero e proprio mercato delle vacche: a dispetto di quanto previsto dall’art. 2, lett. h) del D.lgs. n. 276/03, gli E.B. li costituiscono un po’ tutti, un’azienda (se non è iscritta) può anche scegliere un Ente Bilaterale diverso da quello del CCNL che adotta, purché assicuri almeno le medesime prestazioni (non lo dico io, lo dice a chiare lettere il Ministero del Lavoro) ma per me questo rappresenta un controsenso o un’ulteriore evidenza di assenza di reale rappresentatività. E siccome sul tema E.B. il flusso dei soldini non è poco, ecco che c’è una corsa alle offerte, qualcuno si fa anche E.B. “di comodo” per drenare risorse. Ma tutto questo perché? Perché nel nome della benedetta libertà sindacale di cui all’art. 39 della Costituzione, alle associazioni sindacali non puoi imporre niente se non una regolamentazione democratica (o vagamente tale).
In sostanza: Esistono regole di funzionamento di un sindacato diverse da quelle che lo stesso sindacato si autocostruisce? Esistono regole di trasparenza del sistema di gestione di un Ente bilaterale? Esistono meccanismi certi di rilevazione della rappresentatività di un sindacato (diversa da quanto un CCNL è applicato?) Esistono regole di stesura di un CCNL che ne garantiscano la comparabilità con altri e che delimitino con certezza gli ambiti di intervento ? (tanto per fare un esempio, il sistema messo in piedi dal CNEL di raffronto fra CCNL e codici Ateco, teologicamente parlando sarebbe una prova dell’esistenza del diavolo…). No, non esiste niente di tutto questo. Né di queste cose si può parlare, sarebbero argomenti che solo a sollevarli vi è il rischio di lesa maestà. Peraltro, inchieste giornalistiche passate e recenti hanno più volte svelato alcuni – e nemmeno pochi – altarini delle organizzazioni sindacali (se la sono presa in particolare con quelle dei lavoratori più rappresentative, ma i danni li fanno tutte). Come cantava il grande Guccini (a proposito, un enorme abbraccio) “queste cose le sai perché siam tutti uguali e viviamo ogni giorno dei medesimi mali”. Così viviamo nel Paese dove il potere d’acquisto dei salari è andato via via decrescendo nel silenzio generale, dove vi è un altissimo tasso di incidenza di lavoro nero o sottopagato, di intermediazioni illecite (con tanto di infiltrazioni mafiose) e con il più alto numero di associazioni sindacali che fanno convegni, proselitismo, protocolli vari che poco o nulla risolvono, fanno tanta immagine ma poca sostanza, mentre le cose vanno sempre peggio. Mi e vi chiedo: ci sono quelle doti già dette (la verità, la libertà, l’evidenza, il confronto, la trasparenza, l’onestà materiale ed intellettuale) che fanno sì che una cosa idealmente buona lo sia anche per davvero? Oppure facciamo finta di niente e tiriamo avanti senza alternative, affidando alle “relazioni industriali” e ai loro attori parti importanti della vita sociale, senza mai affrontare alcuni nodi cruciali su a chi e come glieli stiamo affidando? “Il re è nudo” non deve necessariamente essere un’affermazione destabilizzante, può anche essere un partire dalle evidenze per cercare di migliorare le cose, non solo mettere le mutande al re per coprire le pudenda, ma ragionare su un vestito serio, reale. E invece … A me pare che il re sia nudo (e anche in mutande, comunque, non mi sembra adeguato alla sua funzione). Ma per una serie di infinite e a volte incomprensibili ragioni (Pigrizia? Opportunismo? Interessi?) mi sembra che ci si ostini a dire che il re ha un bellissimo vestito. O, se volete, “tutto va bene, madama la marchesa”.