Senza Filtro – Fuori i colpevoli…

Alberto Borella, Consulente del Lavoro in Chiavenna (So)

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Fuori i colpevoli potrebbe benissimo essere il titolo di un serie crime. O di un romanzo di Agatha Christie. O, perché no, quello di una canzone di denuncia in stile Edoardo Bennato. Invece no, è il titolo che ho scelto per questo Senza filtro. Semplicemente l’unica espressione capace di restituire, senza giri di parole, lo stato pietoso in cui versa il nostro sistema normativo. Le riflessioni che seguono nascono da un dato di fatto tanto semplice quanto devastante: una norma scritta male, per quanto nobili possano esserne le intenzioni, è inutile. Anzi peggio di inutile. È un ordigno esplosivo. Fa solo danni. Tanti danni. Distrugge fiducia, logica, coerenza. E soprattutto distrugge la reputazione di uno Stato, che finisce per sembrare un Paese dove l’incertezza non è un incidente, ma un metodo. E nell’incertezza i furbi sono sempre più invogliati a violare le regole. Una norma scritta male danneggia chi la deve applicare, costretto, dal dovere e dalla responsabilità di agire, a dare indicazioni che spesso oltrepassano il dato letterale, talvolta guidato dai propri interessi e tornaconti. Danneggia chi deve giudicare, confuso e influenzato spesso dalla propria (chiamiamola così per non fomentare polemiche) personale “sensibilità”. Danneggia soprattutto i cittadini. Un famoso aforisma di Roberto Gervaso dice che il pessimismo è non di rado ottimismo che ha perso la pazienza. E io ormai, lo devo confessare, la pazienza l’ho persa. Per anni ho sperato in una legge chiara, una circolare leggibile, una sentenza che non sembrasse un rebus. Oggi, raggiunti i requisiti pensionistici, ho capito che quel giorno non arriverà.

I TRE POTERI E LO SCONFINAMENTO DI CAMPO

Prima di sviluppare il ragionamento, però, è utile ripartire dalle basi. Tre sono i poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Il potere legislativo è il potere di fare le leggi e compete al Parlamento. Il potere esecutivo consiste nel fare applicare le leggi ed è affidato al Governo. Il potere giudiziario consiste nel giudicare chi non rispetta le norme ed è compito della Magistratura. Questi tre poteri sono separati. Una divisione necessaria in una democrazia per evitare che i tre poteri si concentrino in una sola mano, ciò che accade nelle dittature dove comanda e decide una sola persona o un gruppetto ristretto. Un principio elementare di democrazia. Ma quando il legislatore scrive male una norma, obbliga gli altri poteri a invadere campi che non gli appartengono. Accade quello sconfinamento di campo che i Padri costituenti volevano assolutamente evitare. Il Governo “interpreta”. La Pubblica Amministrazione “aggiusta”. I giudici “riscrivono”. E tutto questo perché? Perché chi doveva fare il proprio lavoro non l’ha fatto.

UN PROBLEMA ENDEMICO

Esempi? Ce ne sarebbero a palate e hanno riguardato tutte le legislature, perché cambiano i governi, ma non cambia il problema: scarsa chiarezza e terminologia approssimativa. Il vizio è endemico. Mi viene in mente il valzer delle causali nei contratti a tempo determinato. Le correzioni alla disciplina delle auto aziendali concesse in uso promiscuo ai lavoratori. Le dimissioni per fatti concludenti e le sue ambiguità. Il principio di equivalenza dei contratti, diverso per Anac e Inl. Il contributo addizionale per i contratti stagionali e connessa norma di interpretazione autentica. Ma se volessimo restare alla recente attualità basti citare il salario giusto e gli incentivi alle assunzioni con modifiche ad effetto retroattivo. Pensateci bene: nel momento in cui il potere legislativo emana una norma ma “si dimentica” un qualcosa, non disciplina una determinata fattispecie o la disciplina in modo poco chiaro, non solo non ha fatto bene il proprio compito, ma anche che chi dovrà applicarla o giudicare in base ad essa si troverà davanti ad un bivio: non agire oppure agire correggendo la norma. E dato che la macchina dello Stato non può fermarsi, dato che un giudice non può non andare a sentenza, lo sconfinamento è inevitabile.

QUANDO È L’ESECUTIVO A SBAGLIARE LETTURA

Ma può anche poi accadere che sia il potere esecutivo ad applicare una norma in un certo modo che successivamente il potere giudiziario giudicherà sbagliato ritenendo che la norma non permettesse questa lettura. Anche in questo caso abbiamo un organo che di fatto non ha rispettato il principio della separazione dei poteri, andando oltre i propri. Altro sconfinamento.

QUANDO LA GIURISPRUDENZA “LEGIFERA”

Infine può succedere che sia il potere giudiziario ad emettere delle sentenze che correggono o integrano la legge, salvo poi essere smentito in appello o in Cassazione. Quando succede, è evidente che c’è stata un’interferenza: assolvere o condannare in base a principi poi ritenuti errati è di fatto un tentativo di legiferare. E qui premettetemi di condividere un pensiero che mi frulla da tempo nella testa. In questo paese le sentenze considerate “importanti” sono quelle che riconoscono diritti che la norma non prevede. E credetemi, da qualsiasi lato la si guardi non è una cosa positiva.

UNA LEGGE CHE DOVREBBE PARLARE CHIARO, E INVECE BALBETTA

Certo, la legge, in primis, dovrebbe avere quelle determinatezza, chiarezza e proprietà di linguaggio tale da permettere non solo ad un giudice di decidere con tranquillità, di operare senza troppi voli pindarici la cosiddetta sussunzione giuridica – quella attività di riconoscere nel caso concreto i connotati della fattispecie astratta – ma anche al cittadino di sapere esattamente che cosa può fare e che cosa non può fare. Invece, il giorno dopo la pubblicazione, le riviste specializzate sono già piene di dubbi. Possibile che dottrina e giurisprudenza vedano lacune che chi scrive le norme non vede? Ma in che mani siamo? Possibile che le norme debbano essere interessate da dibattiti interpretativi? E non mi si venga a dire che un consulente del lavoro è in grado di gestire serenamente certe problematiche. Competenze sì, poteri divinatori per immaginare come la penserà un ispettore o un giudice, proprio no. Una circolare dovrebbe completare la norma, non complicarla. Dovrebbe dare delle indicazioni precise, non aprire nuovi fronti interpretativi. E invece le letture discutibili della Pubblica Amministrazione si sprecano.

IL CAROSELLO INFINITO DELLE SENTENZE

E vogliamo parlare delle sentenze? Primo grado dice A, appello dice B, Cassazione annulla tutto, altre sentenze della stessa Cassazione dicono il contrario, poi arrivano le Sezioni Unite a mettere un punto fermo … in attesa del prossimo orientamento. Un carosello infinito che non fa giustizia: fa confusione. Perché quando la giurisprudenza oscilla, la legge smette di essere un riferimento e diventa un’ipotesi. Sia ben chiaro: la revisione dei giudizi è sacrosanta. Guai non ci fosse. Ma in Italia si sta davvero esagerando perché ogni sentenza, ogni suo principio lo si mette di default in discussione. Questo è un problema non solo ai fini della certezza del diritto ma anche in ottica di prevenzione del contenzioso. Ormai andare a sentenza diventa per gli avvocati un terno al lotto: un amico che per lavoro frequenta le aule dei tribunali mi confessava: “Sono più tranquillo quando ho torto che quando ho ragione”.

E non aveva torto.

UNO SCONTRO TRA POTERI (QUASI) IGNORATO

Forse non stiamo riservando la dovuta attenzione ma quanto sta accadendo è di fatto uno scontro tra poteri. Oddio, esisterebbe un meccanismo per la risoluzione di conflitti di attribuzione che possono verificarsi tra i poteri dello Stato. Compito che la nostra Costituzione affida alla Corte Costituzionale. Ma chiaramente la mia è solo una provocazione.

FUORI I COLPEVOLI

Ecco che oggi ho una irrefrenabile voglia di gridare a gran voce: Fuori i colpevoli. Non voglio nomi, non voglio gogne, non voglio processi mediatici. Non voglio sottoporre nessuno – quel ministro, quel parlamentare, sul funzionario dell’Inps o dell’Agenzia delle Entrate – alla gogna mediatica chiedendo chi è stato con tanto di foto. Non sono quel tipo di persona. Ma in un mondo normale, chi sbaglia paga. Soprattutto se è pagato per non sbagliare. E non parlo di responsabilità civile dei giudici. Pensavo più ad un meccanismo come quello che c’è nel calcio. Sbagli la direzione di una partita assegnando rigori che non ci sono, gestendo male i cartellini gialli? Insomma, fai male il tuo lavoro? Le prossime partite le fai in serie B. Per un po’ di tempo. Continui a sbagliare? Serie C. E se perseveri, fuori per sempre. Perché uno Stato che non corregge i propri errori non è ingiusto: è immobile. E l’immobilità, in un sistema normativo, è la forma più subdola di ingiustizia. E uno Stato che non si corregge è uno Stato che si arrende. Io no. Io non mi arrendo. Io lo dico a gran voce: Fuori i colpevoli. Che non è un “datemi i nomi”. Piuttosto un “I colpevoli, fuori”. Fuori dal sistema.

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