Senza Filtro – Bugiardo Bugiardo

Alberto Borella, Consulente del Lavoro in Chiavenna (So)

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I sogni sono desideri, cantava Cenerentola nel celebre film di casa Disney.
In effetti a volte, quando dormiamo, prendono forma fantasie che difficilmente troverebbero spazio nella realtà.
Altre volte invece i sogni danno corpo alle nostre paure e pur essendo inverosimili li percepiamo come reali.
In altri casi sono semplicemente sogni.
E questa storia parla proprio di sogni.

LANDO MAURIZI

Mi sono svegliato tutto sudato.
Agitato.
Palpitazioni, sudorazione, respiro affannoso e sensazione di soffocamento.
Un forte dolore al petto.
La forte percezione di non riuscire a mantenere il controllo.
La definirei una crisi di panico.

È la sesta notte di fila che mi capita.
Un sogno talmente realistico che il semplice risveglio sembra più irreale del sogno.

Non so spiegarmi il motivo di tutta questa ansia per l’intervista sul salario minimo che dovrò fare in quella trasmissione condotta da Andrea De Tomaso.
È oltre un mese che ho ricevuto questo incarico dalla Direzione del Sindacato.
Un’incombenza a cui non avevo mai pensato con particolare preoccupazione.
Da qualche giorno invece è un pensiero fisso.
Appena chiudo gli occhi questa cosa ha inizio.
La mia mente non riesce a lasciarsi andare a sogni normali.

Comincio a pensare che sia colpa di quel maledetto film con Jim Carrey.
Qualcuno di voi l’avrà sicuramente visto.
Bugiardo bugiardo (Liar Liar), una commedia del 1997.
Il protagonista è un avvocato che ha costruito l’intera carriera sulla menzogna ma si ritrova costretto a dire solo la verità per un intero giorno per salvare la sua carriera e riconciliarsi con la ex moglie e il figlio allontanatosi dal lui a causa delle sue bugie patologiche.
Simpatico film che ho rivisto giusto giusto una settimana fa.
Da allora questi incubi.

Per fortuna stasera c’è l’intervista e finirà tutto, o almeno spero.
Del resto, mi sono preparato bene su un tema così delicato.
Anche perché lo so che qui abbiamo qualche nervo scoperto, soprattutto per via di quel Contratto nazionale per la vigilanza privata e servizi fiduciari che, appunto, prevede una paga ben al di sotto dei 9 euro previsti dalla proposta di salario minimo.
Sulla cosa, del resto, c’era già stato un botta e risposta tra la conduttrice di Restart, Annalisa Bruchi, e Landini.
Era il dicembre 2024.
Giusto un anno fa.
E diciamo che non era andata benissimo.

L’obiettivo di oggi è replicare ad ogni domanda nel merito.
Con credibilità.
Quantomeno non rendere troppo manifesto l’imbarazzo dell’ultima volta.

Nel mio sogno, incubo se preferite, la domanda era arrivata subito ma l’aspettavo.
Ero preparato.
Almeno così pensavo.

Stavo seduto in un elegante salottino, due poltrone rosse, pavimento nero, sullo sfondo la scritta De Tomaso incontra.
Dopo una breve presentazione del tema il primo affondo del conduttore.

«Dottor Maurizi, state chiedendo di introdurre il salario orario minimo perché ci sono ancora paghe da fame da 5, 6 euro.
Siete favorevoli a fissarlo a 9 euro l’ora ma poi risulta dai fatti che anche il vostro Sindacato ha sottoscritto contratti ben sotto questa soglia.
Ad esempio, avete firmato contratti per la categoria dei vigilantes a 5 euro e portandoli a metà 2023 a poco più di 6 e 80.
Comunque ben lontani dalla vostra idea di salario minimo.
Me lo spiega il perché?».

«Si, si … diciamoci le cose come stanno … quello era un contratto che era 10 anni che non si rinnovava e quindi una delle ragioni per cui quei salari son rimasti bassi è perché non si è mai rinnovato il contratto …»

Ad un tratto balbettavo e non capivo il perché.

Lui mi incalzava.
«Insomma li avete firmati o non li avete firmati sti contratti a 5 euro?».

«Sì ma oggi siamo a 7,20 euro l’ora per un lavoratore di “neo-ingresso” … nel dicembre 2026 arriveremo a 7,80».

Non capivo: pochi minuti di intervista e già avevo la sensazione di essere spalle al muro.

«Quindi va bene così per i prossimi anni?
Davvero mi sta dicendo questo?
Niente 9 euro?
La sola speranza del lavoratore è che passi la legge sul salario minimo?
E se non passa la riforma che fate?
Scendete in piazza?» insiste lui.

«No, andremo nei tribunali … l’art. 36 della Costituzione del resto …» farfuglio qualcosa.

Lui non demorde.
«Ma allora perché non vi siete rivolti ai giudici quando il CCNL scaduto a fine 2015 non veniva rinnovato?
Perché non lo avete fatto a metà 2023 quando avete capito che le associazioni datoriali non sarebbero spinte oltre un certo livello retributivo?».

Ecco.
È lì che non ce l’ho fatta più e ho detto quel che ho detto.
Volevo dire una cosa e dalla mia bocca ne usciva un’altra.

Mi sembrava di essere come quel Fletcher Reede di Bugiardo Bugiardo, colpito da chissà quale maledizione.
E più cercavo di trattenermi e tutt’altro dicevo.

ANDREA DE TOMASO

Mi sono svegliato euforico.
Una sensazione di felicità e benessere.
Una botta di energia, di ottimismo e di autostima come da un po’ non mi capitava.

È la sesta notte di fila che succede.
Un sogno talmente realistico che il semplice risveglio sembra più irreale del sogno.

Mi accade da una settimana.
Quella che porterà all’intervista con quel tale Lando Maurizi.
La mia mente non è più riuscita a lasciarsi andare a sogni normali.

Comincio a credere che sia merito di quel film con Jim Carrey.
Qualcuno di voi l’avrà sicuramente visto.
Bugiardo bugiardo (Liar Liar), una commedia del 1997.
Il protagonista è un avvocato che ha costruito l’intera carriera sulla menzogna, ma si ritrova costretto a dire solo la verità per un intero giorno per mantenere la sua carriera e riconciliarsi con la sua ex moglie e il figlio allontanatosi dal lui a causa delle sue bugie patologiche.

L’ho visto per caso su una piattaforma.
È comparso tra i “Potrebbe piacerti … ”

Nel mio sogno ero in uno studio televisivo.
Un elegante salottino, due poltrone rosse, pavimento nero, sullo sfondo la scritta De Tomaso incontra.
Davanti a me un pezzo grosso del Sindacato.
Si parlava di salario minimo e lo stavo incalzando.
Senza grosse speranze, devo ammettere.
Nessuno mai risponde alle domande scomode, politici e sindacalisti in primis.
Ci girano tutti abilmente intorno.

«Dottor Maurizi, state chiedendo di introdurre il salario orario minimo perché ci sono ancora paghe da fame da 5, 6 euro.
Siete favorevoli a fissarlo a 9 euro l’ora ma poi risulta dai fatti che anche il vostro Sindacato ha sottoscritto contratti ben sotto questa soglia.
Ad esempio, avete firmato contratti per la categoria dei vigilantes a 5 euro e portandoli a metà 2023 a poco più di 6 e 80.
Comunque ben lontani dalla vostra idea di salario minimo.
Me lo spiega il perché?».

Lui balbetta.
Strano.
«Si, si … diciamoci le cose come stanno … quello era un contratto che era 10 anni che non si rinnovava e quindi una delle ragioni per cui quei salari son rimasti bassi è perché non si è mai rinnovato il contratto …».

«Insomma li avete firmati o non li avete firmati sti contratti a 5 euro?» lo incalzo.

«Si ma oggi siamo a 7,20 euro l’ora per un uno lavoratore di “neo-ingresso” … nel dicembre 2026 arriveremo a 7,80» prova una difesa.

Io insisto.
«Quindi va bene così per i prossimi anni?
Davvero mi sta dicendo questo?
Niente 9 euro?
La sola speranza del lavoratore è che passi la legge sul salario minimo?
E se non passa la riforma che fate?
Scendete in piazza?».

«No, andremo nei tribunali … l’art. 36 della Costituzione del resto …» farfuglia confuso.

Non demordo.
«Ma allora perché non vi siete rivolti ai giudici quando il CCNL scaduto a fine 2015 non veniva rinnovato?
Perché non lo avete fatto a metà 2023 quando avete capito che le associazioni datoriali non sarebbero spinte oltre un certo livello retributivo?».

È stato a quel punto che è accaduto l’imprevedibile.
Sguardo smarrito e poi …

«E va bene.
Le dirò tutta la verità».

Che poi a pensarci bene una verità detta in un sogno vale quel che vale.
Ma in quel sogno tutto appariva verosimile e mi piaceva quello che sentivo dire.
Uno scoop del resto è sempre uno scoop.

Ho pensato che questo cedimento fosse dovuto ad una sorta di maledizione, un po’ come quella lanciata dal figlio di Fletcher, il piccolo Max, che nel film Bugiardo, bugiardo deluso dall’ennesima promessa mancata del padre, esprime il desiderio che questi, per ventiquattro ore, dica solo ed esclusivamente la verità.

«Mi creda, il mondo dei contratti collettivi è già complicato di suo.
Discutiamo di cose che riguardano tantissimi lavoratori.
Scendiamo a compromessi sulla pelle degli altri firmando, a volte per stanchezza, cose che manco rileggiamo».

«Guardi che son in tanti a fare lavori difficili e delicati.
Mica è una scusa la stanchezza» avevo notato un piccolo cedimento.

«Ha ragione.
Ma lei non capisce.
Quella maledetta storia della “rappresentatività” che nessun governo hai mai ammesso fosse una cavolata pazzesca.
Una strada che non ha via di uscita».

Il Maurizi cercava di trattenersi, di evitare di andare su certi temi, ma era come ci fosse una forza oscura che lo spingesse nella direzione opposta.

«Tutto per via della mancata attuazione dell’art. 39 della Costituzione.
La registrazione dei sindacati è rimasta sulla carta.
Tutti hanno sempre fatto finta di non vedere lo spirito della Carta che immaginava che vi fosse un contratto collettivo, uno solo, per ogni settore firmato dai vari sindacati di riferimento in proporzione dei loro iscritti.
Sarebbe stato tutto più semplice.
In sede legislativa, in sede ispettiva, in ambito appalti pubblici, in sede giudiziaria».

Un rivolo di sudore gli solcava la tempia destra.

«Non abbiamo voluto assecondare il messaggio della nostra Carta costituzionale.
Abbiamo disatteso una indicazione all’apparenza chiara e ci siam messi a cercare delle alternative percorrendo strade impervie.
E più ci incartiamo e più ci inventiamo soluzioni che creano ancora più confusione e fanno ancora più danni».

La faccia era di uno che stava pensando “ma che sto dicendo.
Fermati!”.

«Prima la storia del “maggiormente” rappresentativi.
Il più grosso, in linea teorica, aveva titolo per comandare.
Monopolizzare.
E per stabilire chi fosse a comandare si doveva prendere in considerazione la consistenza numerica degli associati delle singole oo.ss., l’ampiezza e diffusione delle strutture organizzative, la partecipazione alla formazione e stipulazione dei contratti nazionali collettivi di lavoro, la partecipazione alla trattazione delle controversie di lavoro, individuali, plurime e collettive».

«E in questa situazione …».

«In questa situazione la nostra preoccupazione era di avere un contratto firmato perché se non l’avevi non avresti potuto mai essere valutato in termini di maggiore rappresentatività».

Bevve un sorso d’acqua e proseguì.

«E poi, con il famoso articolo 51 del D.lgs. n. 81/2025, hanno introdotto il requisito del “comparativamente” più rappresentativi.
Una formula che non individua un solo sindacato, ma un insieme di organizzazioni firmatarie di un CCNL che, in base a criteri oggettivi (numero di iscritti, diffusione territoriale, capacità di stipulare contratti, partecipazione alle relazioni industriali) risultano avere un peso maggiore rispetto ad altre sigle unitariamente firmatarie di contratti collettivi nello stesso settore».

«E chi mai la farebbe questa valutazione?»

«Diciamolo con franchezza: nessuno è in grado di farla considerando anche il fatto che andrebbe fatta in tempo reale.
Oggi, non il mese scorso.
Lo stesso Inps attraverso i dati Uniemens può dirci chi lo era al massimo qualche mese prima: il dato di dicembre sarà disponibile solo il prossimo febbraio» rispose a voce bassa.

«E certo.
Sapere che tre mesi fa era comparativamente più rappresentativo l’uno o l’altro serve davvero a poco anche perché nel settore potrebbe esserci ora un nuovo contratto comparativamente più rappresentativo» avevo rimarcato.

«Anche qui il problema è sempre lo stesso: avere un contratto firmato perché se non ce l’hai, col cavolo che sarai mai uno comparativamente più rappresentativo» ammetteva sconsolato.

«Adesso arriva la Legge n. 144/2025 dove si parla di contratti maggiormente “applicati”, in pratica, quelli che risultano più diffusi e utilizzati nel settore di riferimento.
Sia ben chiaro, non si tratta di una valutazione formale della rappresentatività dei sindacati che li hanno sottoscritti, ma di una misura empirica dell’applicazione concreta del contratto».

«Sparirà quindi il criterio della maggiore rappresentatività comparativa?» gli chiedo.

«Non credo.
Stiamo parlando di retribuzione proporzionata e sufficiente, di trattamenti economici, non normativi» rispose sbuffando.
«So solo che anche in questo caso, ça va sans dire, il problema è il medesimo ovvero l’impossibilità di avere un dato in tempo reale perché qualsiasi rilevazione ufficiale riguarderebbe mesi prima».

«Certo che ve ne ha creati di problemi questa storia della rappresentatività!»

Ci voleva un altro sorso d’acqua.

«E come non bastasse ci siamo inventati anche il criterio di “equivalenza” di due contratti collettivi dal punto di vista economico e normativo, di cui bisogna sempre tenere conto».

«Economico e normativo inteso come un complesso inscindibile.
Dico bene?».

«Esattamente.
Il caos.
Prima l’Ispettorato Nazionale del Lavoro che, ai fini della verifica dell’equivalenza dei trattamenti normativi – parliamo di verifica ex art.1, comma 1175, Legge n. 296/2006 – aveva individuato specifici istituti contrattuali ammettendone un solo scostamento, dato che il superamento di due parametri comporta la non conformità.

Poi arriva l’ANAC che, in ambito contratti pubblici ex D.lgs n. 36/2023, integra quell’elenco con ulteriori tre istituti, consentendo un margine di tolleranza fino a due scostamenti, mentre tre sono considerati eccessivi».

«Ma tutto questo secondo lei ha un senso?».

«No.
Pensi che oltre alla retribuzione bisogna tenere conto, tra gli altri, della durata del periodo di prova, del periodo di preavviso, della bilateralità, della previdenza e sanità integrativa».

«La durata della prova e del periodo di preavviso.
Come fa una maggior durata di questi due istituti – sempre ammesso che ciò sia una cosa a favore del lavoratore – a compensare un numero inferiore di permessi retribuiti o la diversa bilateralità prevista da un altro CCNL?».

«Esatto.
Siamo alla follia.
Si tratta di una verifica che metterebbe in crisi qualsiasi ispettore e qualsiasi committente pubblico.
Anche per noi firmatari di contratti collettivi capire se il nostro accordo è equivalente dal punto di vista economico-normativo ad un altro firmato nello stesso settore da altre sigle sindacali è impresa ardua».

«Pare di giocare al piccolo chimico.
Devi creare la stessa sostanza con ingredienti diversi.
Manco uno fosse Marie Curie con il Nobel in mano!».

«E ci mancava il Consiglio di Stato che ha sconfessato la lettura dell’ANAC precisando che nelle gare pubbliche il giudizio di verifica dell’anomalia dell’offerta ha natura globale e sintetica, costituendo espressione di un tipico potere tecnico discrezionale, riservato alla Pubblica Amministrazione, che è insindacabile in sede giurisdizionale.
Si tratta, stando ai giudici amministrativi, di una verifica da svolgersi secondo una valutazione complessiva, giuridica ed economica, che non può pretendere di desumere la non equivalenza unicamente dal numero degli scostamenti individuati, senza alcuna valutazione del loro effettivo rilievo e, soprattutto, senza considerare l’esame complessivo delle tutele assicurate».

«Certo che avere certezze che il proprio contratto sia equivalente non è facile» avevo sottolineato forse con troppa commiserazione.

«È un po’ come riempire due carrelli della spesa al supermercato e alla cassa c’è un nutrizionista che decide che se sono equivalenti ti riconosce il buono spesa da 100 euro, altrimenti ti arrangi».

«Ho capito.
Bisogna presentarsi con un carrello e sperare che piaccia quello che hai comprato».

«Vede, nulla è cambiato.
Il solito refrain.
Se sottoscrivi hai qualche speranza di essere equivalente, altrimenti ciao.
O firmi qualcosa o sei fuori dal sistema.
E noi siamo quasi costretti a firmare mettendoci dentro un po’ di tutto, parte economica e normativa, sperando che il giudizio complessivo finale sia di equivalenza.
Tanto si sa che ogni giudice decide a modo suo».

«Secondo equità e coscienza» preciso io.

«No, no, a modo suo».

La trasmissione volgeva al termine.
Il tempo solo per un’ultima “estocada”, come un torero nella Plaza de Toros.

«Quindi mi sta dicendo che continuerete a sostenere il salario minimo ma allo stesso tempo firmerete ancora contratti al di sotto dei 9 euro?».

«Esatto.
Le sto dicendo che noi, davanti a delle trattative complesse, con una controparte che spesso non si schioda dalle proprie posizioni, dobbiamo scegliere tra l’accettare un accordo al ribasso o mandare tutto all’aria.
E qui entra in gioco la questione della “rappresentatività” e come ho detto per esserlo agli occhi del legislatore o di un giudice devi aver sottoscritto un contratto collettivo e quel contratto deve essere applicato da più aziende possibili e interessare più lavoratori possibili».

«E se hai un contratto scaduto …» avevo appositamente lasciato la frase in sospeso.

«Se hai un contratto scaduto difficile avere degli iscritti, raccogliere deleghe e contributi da parte dei lavoratori.
Difficile fare assistenza sindacale.
Difficile indire assemblee in azienda e avere una massiccia presenza di partecipanti.
Difficile dimostrare una “presenza” nel territorio».

Una breve pausa per riprendere fiato.

«Il grosso rischio di non rinnovare un contratto è che un’altra sigla sindacale possa firmare un accordo al posto tuo, magari le stesse sigle che con te avevano firmato a suo tempo un primo accordo.
E che magari lo fanno a quelle condizioni, proposte dalla controparte aziendale, che noi abbiamo rifiutato.
Potrebbe allora accadere che sarà quel contratto ad essere applicato e quelle sigle sindacali ad essere considerate rappresentative.
Mi creda potrebbe persino avvenire che saremo noi ad essere accusati di dumping salariale perché il nostro ultimo contratto firmato è rimasto a livelli retributivi di un decennio prima.
In parole povere essere rappresentativi è una questione esiziale.
Se firmi resti in vita, se non firmi sarà la condanna all’irrelevanza sindacale.
E noi in queste situazioni ammetto che non ci capiamo una mazza.
Si firma e si spera.
Del resto con l’aria che tira meglio firmare contratti, anche a 5 euro, e poi scendere in piazza a fianco dei lavoratori piuttosto che decidere di non firmare alcun contratto.
E magari aprire contenziosi nei tribunali anche se in tutta verità facciamo grandi minacce ma fatti pochi.
Molto pochi».

L’INTERVISTA

Roma, fine dicembre 2025.

Sono le ore 17,30.
Fra mezz’ora inizia il programma.
Lo studio è pronto.
Un elegante salottino, sullo sfondo la scritta De Tomaso incontra, pavimento nero, due poltrone rosse al centro.

Andrea de Tomaso è arrivato negli studi televisivi con largo anticipo.
Se ne sta in attesa scambiando due chiacchiere con un cameraman nella penombra di un set che fra qualche minuto si animerà.

Lando Maurizi arriva poco prima della diretta.
Accompagnato da una assistente di studio si avvicina al suo intervistatore che gli porge la mano.
La stretta è vigorosa.
Ha sempre odiato quelle mollicce.

«Piacere, De Tomaso».
Abbozza un sorriso.

«Maurizi, Lando Maurizi … piacere mio».

Il tempo per i soliti convenevoli, uno scambio di battute, un aneddoto ma da subito tanta, tanta empatia tra i due.

«Ma lo sa» osserva il De Tomaso «che lei mi ricorda Jim Carrey … stessa simpatia … ma sì, dai … quello che fatto quel film spassosissimo … “Bugiardo, bugiardo” … dai chissà quante volte l’avrà visto … quell’avvocato che per una maledizione si trova costretto a dire la verità per un giorno».

Lo sguardo si rivolge verso il salottino.

«Ma se lo immagina?
Esser obbligati a dire la verità, e solo la verità, per un giorno intero … Cavolo, roba da non dormirci la notte».

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