LE NOVITÀ IN MATERIAPREVIDENZIALE contenutenella Legge di Bilancio per il 2026
Mario Verità, Consulente previdenziale in Milano e Legnano (Mi)
Contenuto dell'articolo
Scorrendo le righe scritte giusto un anno fa, avrei potuto cambiare qualche contenuto e riproporre le riflessioni presentate dopo l’approvazione della Legge di Bilancio per il 2025. C’è sostanziale coerenza con un percorso avviato già nel 2024 e la direzione a questo punto evidente, confermata e nemmeno nascosta, pare quella di evitare che il numero di pensionati, o meglio di pensioni in pagamento, aumenti di troppe unità ogni anno. La curva di aumento dei nuovi trattamenti si deve appiattire (nella intenzione del nostro governo) ed allora si prendono decisioni, alcune volte non è nemmeno necessario farlo, che perseguano questo obiettivo. Obiettivo dettato da analisi macroeconomiche di lungo periodo che individuano nella spesa previdenziale un capitolo da cui si può attingere per migliorare la condizione generale della nostra spesa pubblica. Sono operazioni che costano poca fatica, che non impongono impegno politico particolarmente gravoso (che invece richiederebbe la revisione generale o la riscrittura con passaggi parlamentari e politici), ma che danno un senso generale di incompletezza, di corto respiro e conseguentemente rendono difficile una programmazione che, anche in campo previdenziale, sta assumendo sempre più rilevanza. Questo il dettaglio di quanto vedremo o non vedremo nel 2026 rispetto al 2025:
• Si conclude e non sorprendentemente la fase aperta nel 2019 delle pensioni anticipate flessibili: quota 103 che era stata modificata negli ultimi anni fino a renderla praticamente inutile ed effettivamente inutilizzata NON è stata rinnovata
• Anche la seconda vita di Opzione Donna, storica presenza, prima dal 2005 al 2015 e quindi dal 2017 per la sua riproposizione, chiude definitivamente dopo un biennio in cui, come per la quota 103, si era trasformata in un punto di un elenco che quasi nessuno approcciava più per evidenti motivi di non convenienza
• Ritorna invece almeno ancora per il 2026 l’APE social che però, per sua natura, risulta essere un sostegno al reddito e non una vera e propria pensione: 63 anni + 5 mesi ed almeno 30 anni di contribuzione da lavoro, per coloro che disoccupati, hanno terminato la fruizione del periodo di NASPI, ovvero che sono i cosiddetti Caregiver o con una invalidità superiore al 74%; nel caso di lavoro gravoso l’anzianità contributiva da lavoro deve essere a seconda dei casi di 32 o 36 anni. Per le donne con figli l’anzianità può diminuire fino a 24 mesi. Nulla di veramente impattante quindi visto il peso numerico delle singole cancellazioni che molti consideravano talmente depotenziate da non rientrare nemmeno fra le opzioni praticabili. La decisione che ha suscitato più scalpore o polemica o stupore è stata quella di aumentare, a partire dal 2027 e, straordinariamente per il biennio 2027-2028 con cadenza annuale, l’età anagrafica e l’anzianità contributiva utile per le pensioni di vecchiaia e vecchiaia anticipata, di 3 mesi. In pratica nel 2027 per l’accesso alla pensione di vecchiaia saranno necessari 67 anni e 1 mese di età anagrafica (indistintamente per uomini e donne) e di 41 anni e 11 mesi (donne) e 42 anni e 11 mesi (uomini) per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata (con pagamento dopo 3 mesi di finestra). Dal 2028 per l’accesso alla pensione di vecchiaia saranno necessari 67 anni e 3 mesi di età anagrafica (indistintamente per uomini e donne) e di 42 anni e 1 mese (donne) e 43 anni e 1 mese (uomini) per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata (con pagamento dopo 3 mesi di finestra). E questa in realtà rappresenta una non novità: il blocco dell’aumento dell’età anagrafica e dell’anzianità contributiva previsto dalla Legge Fornero, era stato introdotto per legge, sempre nel 2019, per l’anzianità contributiva, mentre le note cause naturali (il periodo della pandemia) avevano ahimè confermato che l’aumento non poteva essere applicato perché non avevamo un incremento dell’aspettativa di vita. Tutto quindi è ritornato nell’alveo della normalità in cui l’automatismo di adeguamento previsto dall’ISTAT si applica a partire dal biennio che comincia con l’anno dispari; tuttavia, dato che questo incremento è giunto a sorpresa poiché il precedente rapporto non prevedeva alcun innalzamento dell’età, la decisione è stata quella di “spezzare” questo aumento in un 1+2 (un mese il primo anno del biennio e 2 mesi in quello successivo) quando normalmente l’aumento si applicherebbe interamente a partire dal primo anno. Quindi tutto nella regola perché le cose sarebbero state ben diverse senza l’intervento legislativo del 2019 e quello triste del 2020-2021; scorrendo la tabella di previsione saremmo già andati ben oltre i 67 anni e mezzo e i 42 e 43 anni e 5 mesi a questo punto. Tuttavia, direi che è utile una riflessione: esiste un limite di età di accesso alla pensione di vecchiaia o un limite di anzianità contributiva prima di poter lasciare il lavoro indipendentemente dall’età? Nel nostro ordinamento apparentemente no e, in questo senso, siamo fra i paesi europei con l’età più alta se parliamo di normativa. L’obiezione, o meglio, il dato che spesso viene proposto, che è l’età media in cui i lavoratori che arrivano alla pensione è più basso del resto dell’Europa; ma quali pensioni contiamo? Viene tenuto presente che nel 2026 con 42 anni di contribuzione sono pensionabili i soggetti che hanno cominciato a contribuire nel 1984 e che nel 1984, per la scarsa scolarizzazione superiore avevano 16/18 anni? Nel 2026 avranno 60 anni o meno. Indubbiamente questo abbassa la media dell’età di accesso, ma non sono forse sufficienti 43 anni di lavoro (anche a 60 anni) per poter dichiarare conclusa la propria vita lavorativa? Per questo riproponiamo la solita riflessione su come abbassare la spesa pensionistica (senza scomodare la differenza fra previdenza e assistenza): la flessibilità con rinuncia di una quota della pensione è davvero così impraticabile? Esistono degli studi che suffraghino la scelta fatta in luogo di una strada più difficile che richiederebbe una revisione delle regole? Attendiamo che arrivi il giorno in cui si dirà riscriviamo parzialmente le regole di calcolo, purché non finisca come una qualsiasi bicamerale per le riforme istituzionali.