“Se quel che si fa si apre sull’infinito, se si vede che il lavoro ha una sua ragion d’essere, si lavora più serenamente” (Vincent van Gogh)
Ho conosciuto Gianna per questioni di lavoro. Gianna è una donna di una sua interessante bellezza. Passati da poco i cinquanta, il tempo le ha lasciato qualche piccolo segno senza cancellare la sua freschezza, che traspare in uno sguardo attento e in due occhi magnetici. Ma non è ovviamente di questo che voglio parlarvi. Man mano che la confidenza lascia lo spazio a piccoli squarci, discreti e rispettosi delle distanze, sulle proprie esistenze, si capisce qualcosa delle persone con cui ci relazioniamo. Così pian piano apprendo che Gianna viene da una famiglia di lavoratori e il lavoro, il senso del dovere, hanno caratterizzato buona parte della sua esistenza. Cresciuta in piccole aziende, ha imparato a fare di tutto, a seguire molte cose, come capita spesso alle impiegate che diventano dei preziosi factotum alle prese con i mille problemi del proprio mondo al tempo stesso ridotto e universale. Poi le cose cambiano, ci sono figli che cadono lontano dall’albero dei genitori imprenditori, talvolta per colpa dei genitori stessi, di qualcuno non si avverte più il valore (che brutto dare per scontato le persone!), anzi un’intelligente attenzione, talvolta giustamente anche critica, viene colta quasi con fastidio. E così sulla soglia dei cinquanta, Gianna ha deciso di lasciare ingratitudine e miopia e rimettersi in gioco altrove, entrando in un’azienda un po’ più grande, ma ancora a misura d’uomo. Certo, mischiata in mezzo a tanti giovani tecnici di software – lei però è rimasta all’amministrazione – le sembra più strana quella vita dove il lavoro si frammezza a giocate a bigliardo, schiamazzi, vita caotica, una specie di happy hour continuo. Poi c’è la sua responsabile diretta, una tignosa sessantenne gelosa del suo lavoro e forse insoddisfatta della vita, una di quelle persone che quando vanno in pensione rendono tristi solo l’Inps (perché gliela deve pagare) e che se sul biglietto di commiato i colleghi scrivono “ci mancherai” è una pietosa bugia. Ma la vita va avanti e Gianna continua la sua decorosa esistenza. Perché Gianna ha un senso, di sé e del lavoro, ha una sua dignità elegante e ammirevole, anche se sono cambiate le coordinate in cui era solita muoversi. Se c’è una cosa che mi ha tanto colpito di Gianna, sapete, fin dalla prime volte con cui mi ci sono relazionato, è la sua curiosità e la sua attenzione non banale. Capace di cogliere le sfumature di spiegazioni e di concetti che talvolta nemmeno certi professionisti, di farle sue, di seguirne il verso e le evoluzioni. Si percepisce che dietro non c’è solo un senso del dovere, ma un gusto nel fare le cose bene, nel capirle, nel renderle proprie, nell’impegnarsi. Ecco, Gianna è una donna che si impegna, perché percepisce il lavoro come costruzione, di sé e del mondo. E mica solo nel lavoro e in famiglia, perché Gianna allena anche una squadra di basket con buone soddisfazioni; un amore giovanile (lei ci giocava) poi rispolverato portando il figlio agli allenamenti, e ora eccola lì a far crescere (nello sport e nella testa) giovani atlete, apprezzata ancor più per la sensibilità e per l’attenzione alle persone che non per il talento sportivo, che comunque c’è. E anche quello è un lavoro, in fondo: chi ha detto che il lavoro è solo qualcosa per cui si percepisce uno stipendio? O non è piuttosto uno squarcio sull’infinito, la propria personale partecipazione alla creazione, come diceva Karol Wojtyla, un modo per costruire e costruirsi, una forma particolare di conoscenza e di relazione? Forse oggi questo senso, nella velocità e nel cinismo delle cose, si è un po’ perso, ma Gianna ce l’ha, o meglio ce l’aveva. Perché lo sta perdendo. Cos’è successo? Niente che non sia, purtroppo, comune: l’azienda in cui lavora Gianna è stata acquistata dalla GMO1 (Gigantesca Macchina Onnivora), una Società che compra tutto, dalle riviste alle società di formazione, dalle assicurazioni alle officine meccaniche, un grande fagocitatore tritatutto che compra e si ingrossa conquistando fette di mercato. E qui Gianna ha l’incontro/scontro con questa grossa realtà in cui, a poco a poco, si accorge di essere solo … un numero, di avere un lavoro che diventa sempre più rastremato nei compiti, così da essere facilmente sostituibile, praticamente come si fa con un pezzo di ricambio. Confinata in uno smart-working che non ha chiesto, perché ha sempre amato andare al lavoro e avere relazioni ed occuparsi di cose concrete, ora per accedere all’ufficio deve chiedere il permesso e prenotarsi una scrivania, come si fa con i traghetti e gli aerei. E se anche all’inizio lo ha parzialmente gradito, pian piano questo smart working lo sta vivendo come un’estraniazione. Fai il tuo compito, numerino. Nella grande azienda non sanno bene chi sono i numerini, c’è un ufficio del personale (ovviamente centrale) che, quando interrogato alla bisogna, dà risposte con la stessa celerità di un novantenne in carrozzella e con la chiarezza della sibilla cumana. Il senso di estraneità c’è fin nel nome che usano per interagire con lei. Perché, vedete, Gianna in realtà sui documenti all’anagrafe è Giovanna, ma lei fin da bambina si chiama e si è sempre chiamata Gianna. Giovanna non le piaceva, le sembrava un nome da vecchia, poi quando era ragazza c’era quella canzone di Rino Gaetano che le piaceva canticchiare. Per i suoi amici, per chi la conosce, sulla sua maglia da allenatrice, lei è Gianna e basta. Eppure nella GMO lei per tutti è Giovanna, perché questo è il nome che appare sull’indirizzo e-mail (per un’assurda burocrazia nell’aziendona – il Gruppo – ci si deve registrare con il nome dell’anagrafe, niente Pino, Gino o Roby). Fa niente se ogni volta specifica come vuole essere chiamata, non conta nulla, è già tanto che non la appellino davvero con un numero. E così diverse volte nelle video call (quei bei meeting che durano ore e ti lasciano un senso di inutilità e il lavoro da smaltire…), quando la interpellano come Giovanna le ci vuole qualche secondo per capire che stanno parlando con lei. Dai e dai, a Gianna quel lavoro non piace più. Le stanno spegnendo la passione per l’impegno, perché, come diceva un amico con il quale dibattevo un po’ di tempo fa, la motivazione interiore è qualcosa che coltivi tu, con cui sei cresciuto (o ti hanno cresciuto) e fa parte del tuo bagaglio personale, mica te la può dare un’azienda. In compenso, però, l’azienda in cui lavori te la può togliere, ti può spegnere, magari a poco a poco, in mille disattenzioni, in tanti rivoli di disorganizzazione, nell’incuranza di ciò che sei, nel superlavoro in cui ti gettano a casaccio. Anche il risultato del lavoro di Gianna è svilito. Lei è una precisa e meticolosa (può non esserlo una brava amministrativa?) eppure le procedure sono farraginose, ci sono metodi incomprensibili (o non metodi) e poi se non quadra qualcosa alla fine del mese (perché importante è arrivare alla fine del mese, comunque ci si arrivi, a presentare i conti) 25/30mila euro viene invitata a buttarli di qua o di là senza senso, cosa vuoi che sia, sono dettagli. Ma sono somme più alte dello stipendio annuo di Gianna, così nel “cosa vuoi che sia” si sente presa in pieno anche lei. Un dettaglio. Ma tutto questo o quasi, voi direte, in un’aziendona può essere anche comprensibile. Il bello però è che la GMO è tutto un florilegio di iniziative. Dello smart working, per quanto straniante e ove ognuno è abbandonato a se stesso e alle peggiori non-relazioni, abbiamo già detto; c’è anche un piano welfare (ovviamente fornito dal welfare-provider acquistato dalla GMO) che mette sul piatto, in fondo, quattro spicci (che comunque fan comodo, ci mancherebbe) ma con un’enfasi che sembra ti regalino la Luna. Ma non solo. Ogni tanto compaiono in qualche mail nomi strani, l’Officina del significato, il Laboratorio della felicità, l’Avamposto dell’inclusione, il Santuario dell’accoglienza. Ci sono una folta schiera di addetti in GMO che lavorano in questi contenitori di pseudovalori che fanno tanta carta, tante parole, forse che servono a concorrere in qualcuno di quei premi-fuffa che poi si postano sui social e fanno tanto contenti certi HR. E poi tanti corsi sulla gestione dei conflitti, sulla comunicazione, sulle relazioni, anche interessanti (per la prima oretta, perlomeno) ma che alla fine, nel generale disinteresse alla persona e nell’elaborazione di concetti astratti e generalisti, sanno un po’ di aria fritta. Così, Gianna ci scherza sopra con un po’ di amarezza, GMO diventa un’altra sigla, diventa la Grande Menzogna Organizzata, una sorgente di contenuti vacui e fini a sè stessi, senza raggiungere nessuno (forse solo ungere, come un ingranaggio), senza il riconoscimento delle persone, finanche nel nome con cui ti appellano. Eh ma forse, direte voi, è solo la situazione personale di Gianna, nel mezzo del cammin della sua vita, un po’ di energia che si è assottigliata, il tempo che lascia la sua patina grigia e attenua le passioni. Eppure non è così, dovreste vederla Gianna (io non la vedo, ovviamente, ma me la immagino quando lo racconta) sul campo di basket, attenta ad ogni palla e ad ogni movimento, capace di cogliere anche il sopracciglio alzato di una sua giocatrice per avvertire cosa va o non va. Capace di esserci se solo c’è un posto in cui ti lasciano essere, esprimerti, costruire, respirare. E poi il problema non è di Gianna o della sua responsabile pensione-prossima (così sperano in tanti), perchè nella GMO sono tutti spaesati, vanno e vengono, c’è un bel turn-over, non è un posto a cui si appartiene, sembra una lavanderia a gettoni, ognuno entra e ci sta il tempo che gli serve, prendendo ciò che gli serve. Io lo so che non è facile, lo so bene che i problemi sono tanti nelle aziendone e nelle aziendine (come quella da cui Gianna è scappata, perché avere a che fare ogni ora con un padroncino idiota e imbelle ti segna la vita). Ma se perdiamo il senso di ciò che facciamo o rubiamo agli altri il significato del lavoro, se lo disperdiamo anche a chi ce l’ha, dove andremo mai a finire in un mondo sempre più vorticoso ed incerto, ricco di ansie e povero di valori già di suo? Così, per favore, se potete, “salvate il soldato Gianna” e tutti quelli come lei. Perché è con i soldati come Gianna che si guarisce il mondo.