Hr&Organizzazione – FEEDBACK IN AZIENDA: COSTRUIRE VALORE ATTRAVERSO L’INTERAZIONE EFFICACE
Fernanda Siboni, Psicologa del Lavoro e delle Organizzazioni - Coach e Soft Skills Trainer
Contenuto dell'articolo
INTRODUZIONE
Nel contesto aziendale contemporaneo, caratterizzato da trasformazioni tecnologiche rapide, modelli organizzativi fluidi e una crescente interdipendenza tra ruoli e funzioni, la qualità delle interazioni tra le persone è diventata un fattore critico di successo. Tra queste interazioni, il feedback occupa una posizione centrale: non è semplicemente uno strumento di valutazione, ma un meccanismo di regolazione del sistema organizzativo. Attraverso il feedback, individui e team comprendono se le proprie azioni sono coerenti con gli obiettivi aziendali e con gli standard di qualità richiesti. Tuttavia, in molte realtà aziendali, il feedback è ancora sottoutilizzato o gestito in maniera inadeguata. Spesso è confinato a momenti formali, come le valutazioni annuali della performance, oppure evitato per timore di conflitti. Questo approccio riduce drasticamente il potenziale di questo strumento inteso come leva di apprendimento continuo, adattamento e miglioramento, sia individuale che organizzativo. Quando il feedback è strutturato, continuo e basato su dati osservabili, funziona come una sorta di “sistema nervoso” aziendale: raccoglie segnali, li elabora e li restituisce sotto forma di indicazioni operative. In sua assenza, le organizzazioni procedono “a vista”, rischiano di accumulare inefficienze e perdono progressivamente contatto con la realtà quotidiana del lavoro. Al contrario, quando è parte integrante dei processi, consente correzioni rapide, apprendimento costante e allineamento tra strategia e operatività. In Italia il tema è particolarmente rilevante. Secondo i dati Eurostat 2025, il livello di engagement dei lavoratori italiani resta inferiore alla media europea, attestandosi intorno al 52%. A questo si aggiunge un aumento del turnover, soprattutto nelle piccole e medie imprese del Nord, con picchi significativi in Lombardia. In questo contesto, sviluppare una cultura del feedback non è solo una scelta organizzativa, ma una risposta concreta a problemi strutturali del mercato del lavoro. Uno dei benefici più documentati della cultura del feedback riguarda il miglioramento delle performance. Secondo uno studio Gallup, ripreso anche dal Barometro AIDP 2024, i team che ricevono feedback regolari e strutturati registrano un aumento medio della produttività pari al 14,9%. Il dato è particolarmente significativo perché non riguarda singoli “top performer”, ma l’intero gruppo di lavoro. L’AIDP, nel suo Barometro HR 2024, evidenzia che i lavoratori che ricevono feedback, almeno una volta al mese, mostrano un livello di engagement 2,5 volte superiore rispetto a chi riceve comunicazioni solo in occasione delle valutazioni annuali. Sembrerebbe che le organizzazioni che adottano sistemi di feedback continuo possano ridurre il turnover fino al 25%. Considerando i costi medi di sostituzione di un dipendente – selezione, onboarding, perdita di produttività – il ritorno economico è sicuramente rilevante. In un contesto VUCA (Volatility, Uncertainty Complexity, Ambiguity), volatile, incerto, complesso e ambiguo, la capacità di adattamento è una competenza organizzativa cruciale e il feedback svolge, in certo qual modo, una funzione di “sensore”, intercettando problemi e opportunità prima che diventino critici. Un altro effetto, spesso sottovalutato, riguarda il clima aziendale. Secondo FrogLearning (2024), il 75% dei manager italiani segnala una riduzione delle tensioni interne dopo l’introduzione di sistemi strutturati di feedback. Questo accade perché, quando il feedback è basato su fatti e comportamenti osservabili, riduce le interpretazioni personali e i conflitti latenti. La qualità del feedback è strettamente legata alla qualità della leadership. Secondo Cegos (2025), i manager capaci di fornire feedback chiari, tempestivi ed equilibrati migliorano le performance dei loro team del 21% rispetto alla media. Tuttavia, dare e ricevere feedback efficaci non è una competenza innata: si tratta di una capacità che può essere sviluppata attraverso consapevolezza, metodo e pratica intenzionale. Le evidenze provenienti da management, psicologia del lavoro e neuroscienze organizzative indicano che le organizzazioni in cui il feedback è frequente, chiaro e bidirezionale registrano livelli più elevati di engagement, produttività e qualità decisionale.
I MECCANISMI DEL FEEDBACK
Dal punto di vista operativo, il feedback può essere definito come un’informazione specifica, osservabile e tempestiva relativa a un’azione o a un comportamento passato, con l’obiettivo di orientare comportamenti futuri. Factorial (2024) lo descrive come un “loop di apprendimento continuo”, sottolineandone la natura dinamica e bidirezionale. Può anche essere definito come un’informazione restituita a una persona o a un gruppo rispetto a un comportamento osservabile, a una decisione o a un risultato ottenuto, con l’obiettivo di rinforzare ciò che funziona e correggere eventuali scostamenti dalle aspettative. È importante sottolineare che riguarda il comportamento e i suoi effetti, non l’identità o il valore personale dell’individuo. Dire “Sei poco professionale” è distruttivo, mentre dire “Nella consegna del progetto X mancavano dati cruciali, con conseguente ritardo nella decisione del cliente” è un feedback operativo, chiaro e utilizzabile. L’apprendimento umano coinvolge processi neuro-plastici (di adattamento) in cui il cervello integra esperienze, valuta esiti e aggiorna connessioni e strategie comportamentali. In molte situazioni, questo porta a un adattamento che somiglia a un ciclo di esplorazione, selezione di risposte efficaci e inibizione di risposte meno efficaci. Semplificando possiamo dire che: il nostro cervello apprende per cicli di tentativo–errore–correzione. Il feedback fornisce la “correzione” e, quando manca, le persone tendono a ripetere comportamenti inefficaci, a sviluppare interpretazioni errate, a compensare con ansia o iper-controllo, a disimpegnarsi per mancanza di riconoscimento. In ambito lavorativo questo si traduce in calo della performance, conflitti latenti e perdita di motivazione. Al contrario, una cultura del feedback ben strutturata crea sicurezza psicologica, chiarezza e senso di direzione. Va anche detto che, dal punto di vista psicologico, ricevere feedback attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione del pericolo sociale. Il cervello interpreta il feedback come una possibile minaccia all’identità: “Sto sbagliando?”, “Non sono abbastanza bravo?”, “Perderò credibilità?”. Questo spiega perché molte persone reagiscono con: difesa, giustificazione, chiusura, rabbia passiva. Dare feedback, senza tenere conto di questo meccanismo, equivale a parlare a una persona mentre è in modalità di allerta. Amy Edmondson, docente ad Harvard, definisce la sicurezza psicologica come la percezione di poter parlare, sbagliare e imparare senza subire conseguenze negative sull’identità o sul ruolo: senza sicurezza psicologica, il feedback non produce apprendimento, ma resistenza. Ecco perché il come conta più del cosa. Si possono distinguere diverse tipologie di feedback:
1. Feedback positivo o di rinforzo: consolida comportamenti efficaci, aumenta motivazione e engagement.
2. Feedback correttivo: segnala scostamenti rispetto agli obiettivi e orienta al miglioramento.
3. Feedback di sviluppo o feed-forward: si concentra sulle azioni future e sulle competenze da sviluppare, più che sugli errori passati. Solitamente, le organizzazioni più efficaci integrano feedback formale (valutazioni periodiche, performance review) e feedback informale (interazioni quotidiane, coaching rapido), creando un ecosistema di apprendimento continuo. Di fatto, il feedback funziona come meccanismo di regolazione che permette alle persone di confrontare le proprie azioni con standard chiari. Senza feedback, i collaboratori operano spesso basandosi su “assunzioni soggettive”, che possono essere imprecise o distorte, aumentando il rischio di errori e inefficienze. In contesti complessi e interfunzionali, il feedback riduce l’ambiguità sugli obiettivi e sui criteri di successo, offrendo un orientamento immediato e concreto. In assenza di un confronto regolare, il rischio è che i collaboratori interpretino gli obiettivi in modo divergente, compromettendo il lavoro di squadra. In particolare, il feedback consente di correggere rapidamente errori e riflettere sui risultati ottenuti. Questo accelera lo sviluppo delle competenze individuali e contribuisce a creare una learning organization, capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato. Inoltre, un feedback positivo rinforza il senso di efficacia personale e aumenta il coinvolgimento. Nel contempo, un feedback correttivo ben formulato è spesso percepito come un investimento nello sviluppo della persona, non come una critica punitiva.
Per avere un impatto positivo, il feedback deve possedere alcune caratteristiche fondamentali:
1. Specificità: basarsi su comportamenti osservabili e fornire esempi concreti.
2. Tempestività: quanto più vicino nel tempo all’evento, tanto più efficace.
3. Orientamento al miglioramento: segnalare problemi e proporre soluzioni concrete.
4. Equilibrio tra rinforzo e correzione: consolidare punti di forza e correggere scostamenti.
5. Coerenza e credibilità: derivata dalla competenza e integrità di chi fornisce il feedback.
Queste caratteristiche riducono la “difensività” della persona che lo riceve e favoriscono l’apprendimento. Dare feedback richiede dunque preparazione e intenzionalità positiva. La preparazione del feedback da parte di chi si accinge a fornirlo include: chiarire l’obiettivo, accogliere esempi concreti e dati oggettivi (KPI, risultati, comportamenti), pianificare il momento più appropriato per darlo. Durante il colloquio di feedback è importante: separare i fatti dalle interpretazioni, descrivere le osservazioni prima di commentarle, utilizzare un linguaggio chiaro, diretto e rispettoso, favorire un dialogo bidirezionale (facendo domande e ascoltando la prospettiva dell’interlocutore), offrire possibili azioni concrete per il miglioramento. Un metodo pratico per strutturare il feedback è il modello SBID (Situation, Behavior, Impact, Desired Result):
1. Situation: definire contesto spazio-temporale.
2. Behavior: descrivere azione osservabile senza giudizio.
3. Impact: spiegare le conseguenze sul team o sul risultato.
4. Desired Result: indicare il comportamento atteso o le azioni future. Saper ricevere feedback è essenziale quanto saperlo dare.
Di solito, i principali ostacoli sono di natura emotiva: difensività, giustificazioni, minimizzazione. Ecco alcune strategie per ricevere feedback in maniera costruttiva:
1. Ascolto attivo: ascoltare senza interrompere.
2. Chiarimento: chiedere esempi concreti se necessario.
3. Separazione tra identità e comportamento: considerare il feedback come indicazione su ciò che si fa, non su chi si è.
4. Traduzione in azioni concrete: definire obiettivi chiari e monitorarne l’evoluzione. Va detto che il feedback non dipende solo da competenze individuali, ma anche dalla cultura aziendale, ovvero dall’insieme di valori condivisi, norme, comportamenti e pratiche che definiscono l’identità unica dell’azienda e influenzano il modo in cui i suoi membri interagiscono e lavorano quotidianamente. La cultura aziendale, come ben si sa, è influenzata dalla storia, dalla visione dei fondatori, dalle politiche di assunzione e dai rituali condivisi, dagli stili di gestione che possono favorire o meno il senso di appartenenza. Pertanto, la pratica del feedback si rivela particolarmente utile in quelle realtà aziendali dove emergono: sicurezza psicologica (percezione di poter esprimere opinioni, dubbi ed errori senza timore di ritorsioni), esempi di leadership (leader che chiedono e accolgono feedback e che inviano segnali chiari sull’importanza della pratica), processi coerenti (riconoscimento dei comportamenti allineati). Ma quali sono gli errori comuni nella gestione del feedback? Eccone alcuni:
1. Fornire feedback solo in presenza di problemi, trascurando il rinforzo positivo.
2. Accumulare osservazioni nel tempo e rilasciarle tutte insieme, generando stress e riducendo efficacia.
3. Usare il feedback come sfogo emotivo o controllo, minando fiducia e motivazione.
4. Evitare il feedback per timore del conflitto, privando le persone di informazioni fondamentali.
INTEGRAZIONE FRA SITUAZIONI FORMALI E INFORMALI
L’integrazione strategica tra feedback formale e informale rappresenta uno dei pilastri fondamentali per una gestione delle risorse umane che sia al tempo stesso solida e dinamica. Non si tratta semplicemente di scegliere tra un approccio istituzionale e uno spontaneo, quanto piuttosto di costruire un’architettura comunicativa in cui i due momenti si alimentino a vicenda per favorire la crescita continua del dipendente e dell’organizzazione. Il feedback formale si configura come il momento istituzionale della relazione lavorativa, tipicamente rappresentato dalla performance evaluation annuale o semestrale. Questo processo non deve ridursi ad una semplice formalità burocratica, ma è opportuno che sia un’analisi rigorosa basata su dati oggettivi, indicatori chiave di prestazione (KPI) e progetti effettivamente portati a termine. La sua natura strutturata offre uno spazio protetto e dedicato alla riflessione profonda, permettendo di guardare oltre l’urgenza quotidiana. È in questa sede che l’azienda e il collaboratore possono pianificare lo sviluppo a lungo termine, trasformando i risultati passati in una visione futura attraverso la definizione di obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Raggiungibili, Rilevanti e definiti nel Tempo), garantendo così che le ambizioni individuali siano perfettamente allineate alla strategia aziendale. Parallelamente, è utile sviluppare il feedback informale, che agisce come il tessuto connettivo della cultura aziendale. Si manifesta attraverso il coaching quotidiano, i dialoghi trasversali tra pari e i cosiddetti micro-feedback rilasciati “a caldo”. Il grande vantaggio di questa modalità risiede nella sua immediatezza: permette di correggere piccoli scostamenti in tempo reale e di rafforzare i comportamenti positivi nell’istante esatto in cui avvengono, aumentando l’engagement. Tale pratica ha il potere di “normalizzare” la critica costruttiva: quando il confronto diventa un’abitudine quotidiana, la valutazione formale perde quel carattere minaccioso che spesso genera ansia nei dipendenti, trasformandosi in una naturale prosecuzione di un dialogo già aperto. Di fatto, le organizzazioni di successo sono quelle che riescono a far convergere questi due mondi in una strategia unitaria. In questa logica integrata, il feedback informale funge da “bussola” per l’azione quotidiana, garantendo agilità e reattività, mentre quello formale fornisce la cornice e le fondamenta per la riflessione e lo sviluppo professionale nel tempo. Se il feedback informale è il motore che permette di aggiustare la rotta giorno dopo giorno, quello formale è la mappa che assicura che l’intera organizzazione stia procedendo verso la giusta destinazione, creando un circolo virtuoso che valorizza il talento e sostiene le performance di alto livello.
In sintesi: Feedback formale
• Performance evaluation annuale o semestrale.
• Basato su dati oggettivi, KPI, progetti completati.
• Permette riflessione strutturata, pianificazione sviluppo e definizione obiettivi SMART. Feedback informale
• Coaching quotidiano, dialoghi tra pari, micro-feedback.
• Migliora engagement immediato e corregge scostamenti rapidi.
• Normalizza la cultura del feedback, rendendo l’esperienza meno minacciosa.
GESTIRE IL FEEDBACK NEL COLLOQUIO DI VALUTAZIONE DELLA PERFORMANCE
Il colloquio di valutazione della performance è uno dei momenti più delicati nella relazione tra manager e collaboratore. Da un lato è l’occasione per dare feedback significativi e orientare la crescita futura; dall’altro è spesso vissuto con tensione, timore di essere giudicati e stress emotivo. Dal punto di vista psicologico, questi incontri attivano aree diverse del cervello: l’amigdala, legata alla paura e alla difesa, e la corteccia prefrontale, responsabile della razionalità e della riflessione. Se il colloquio non è gestito con attenzione, prevale la prima, portando a chiusura, resistenza o difensività. Non a caso, secondo dati Factorial del 2024, il 62% dei dipendenti italiani dichiara di temere le performance review perché le percepisce come un giudizio potenzialmente ingiusto. Quando invece l’ambiente è psicologicamente sicuro, la review può diventare un potente strumento di sviluppo. L’obiettivo, quindi, non è “giudicare” una persona, ma trasformare il colloquio in una conversazione strutturata sulla crescita. Le review annuali o semestrali servono a mettere ordine nei dati raccolti nel tempo e a dare loro un significato. Se ben fatte, rispondono a tre bisogni psicologici fondamentali:
• autonomia, attraverso piani di sviluppo personalizzati;
• competenza, grazie all’analisi dei gap di competenze;
• relazione, attraverso un dialogo autentico e bidirezionale. Un errore frequente è il cosiddetto “effetto sorpresa”: feedback critici mai anticipati che arrivano tutti insieme. Questo genera uno shock psicologico e può portare a disimpegno, con cali di coinvolgimento che, secondo studi Harvard, possono arrivare fino al 35%. La review dovrebbe quindi consolidare quanto già emerso nel tempo, non introdurre giudizi inattesi. Ecco uno schema utile per gestire efficacemente il colloquio di valutazione:

Di seguito alcuni esempi di feedback costruttivi:
1. Prestazione migliorabile: “Nel report mancavano dati regionali, rallentando decisioni del team. Per il prossimo, allineiamoci prima sulla struttura.”
2. Errore tecnico: “L’errore nel file ha causato un ritardo di un giorno. Vediamo insieme come evitare che ricapiti, magari con un controllo finale.”
3. Comportamento positivo: “Hai sintetizzato bene i punti chiave nella riunione; ha aiutato il gruppo a rimanere focalizzato.”
4. Difficoltà relazionale: “Ho notato tensione nel confronto con Marco. Possiamo lavorare su come gestire il disaccordo senza rallentare il lavoro?” Ecco alcuni esempi di feedback da evitare
• Generico: “Non sei abbastanza professionale.”
• Basato su supposizioni: “Hai sbagliato perché non ti importa abbastanza.”
• Ironico/passivo-aggressivo: “Vedo che anche oggi siamo arrivati puntuali… come al solito.”
• Evitante/falso positivo: “Va tutto bene, non preoccuparti.” (quando i problemi sono evidenti).
CONCLUSIONI
L’implementazione efficace richiede un approccio strutturato. Le organizzazioni che ottengono risultati duraturi seguono generalmente sei fasi: commitment della leadership, formazione diffusa, definizione di policy chiare, sperimentazione pilota, misurazione dei risultati ed evoluzione continua. Secondo AltamiraHRM (2026), entro pochi anni circa il 40% del feedback sarà supportato o generato da sistemi di intelligenza artificiale. Strumenti come l’analisi automatica delle call commerciali o l’assistenza alla scrittura del feedback stanno già modificando le pratiche HR. Allo stesso tempo, emergono nuove modalità legate al lavoro ibrido, come incontri one-to-one in realtà virtuale e sistemi di gamification particolarmente apprezzati dalle generazioni più giovani. Tuttavia, una cultura del feedback matura non può prescindere da considerazioni etiche come per esempio evitare bias legati a età, genere o origine e garantire la riservatezza delle informazioni. Occorre tenere ben presente che il feedback non è un evento a sé stante, ma fa parte di un processo. Volto a costruire team più resilienti, a generare apprendimenti più rapidi, e a ottenere risultati sostenibili nel tempo. Il primo passo è spesso il più semplice: iniziare oggi, con un feedback chiaro, basato sui fatti e orientato al miglioramento. Da lì, il sistema può crescere, evolvere e diventare uno dei principali motori del successo aziendale. Dare feedback non è un atto di potere, ma di responsabilità: richiede preparazione, consapevolezza psicologica e intenzione autentica di miglioramento. Quando è fatto bene, non indebolisce le persone ma le rende più competenti, più sicure e più coinvolte. Investire nello sviluppo delle competenze di feedback significa garantire resilienza organizzativa, innovazione continua e allineamento tra comportamenti individuali e obiettivi strategici.
BIBLIOGRAFIA
AIDP – Associazione Italiana per la Direzione del Personale. Barometro AIDP 2024 / Barometro HR: Engagement e Turnover. AIDP, 2024, manager.aidp.it/ALLEGATI/DOC/0/Presentazione%20AIDP%202024.pdf.
Altamira HRM. Intelligenza artificiale nel recruiting: guida agli strumenti. Altamira HRM, 2026, www.altamirahrm. com/it/blog/recruiting-ia-guida-strumenti.
Cegos. The Power of Purpose-Driven Leadership in 2025: Why It’s More Than Just a Trend. Cegos Group, 2025, www.cegos.com.sg/insights/thepower-of-purpose-driven-leadership-in2025-why-its-more-than-just-a-trend.
Edmondson, Amy. “Psychological Safety.” YouTube, uploaded by Harvard Business School, www.youtube.com/watch?v=KUo1QwVcCv0. 10 Jan. 2026.
Edmondson, Amy. “Sicurezza psicologica: il contributo di Amy Edmondson.” Fabio Novelli, 18 Mar. 2025, www.fabionovelli.it/2025/03/18/sicurezza-psicologica-amy-edmondson/.
Eurostat. “Occupazione e mercato del lavoro in Italia.” Euronews – Business, 2 Dec. 2025, it. euronews.com/business/2025/12/02/tasso-dioccupazione-al-627-a-ottobre-e-record-in-italia-ma-calano-i-lavoratori-giov.
Factorial. “Continuous Feedback: cos’è, benefici e criticità.” Factorial Blog, 2024, factorial.it/ blog/software-continuous-feedback/.
Factorial. “Cosa dice il report Gallup sullo stato del lavoro in Italia.” Factorial Blog, 2024, factorial.it/blog/cosa-dice-il-report-gallup-sullo-stato-del-lavoro-in-italia/.
Frog Learning. “Il feedback come strumento per ridurre le tensioni interne.” Frog Learning, 2024, www.froglearning.it/feedback/.
Gallup. “The Long-Term Benefits of Continuous Feedback Tools.” Psico-Smart Blog, n.d., blogs.psico-smart.com/blog-what-are-the-longterm-benefits-of-using-continuous-feedback-tools-one-190343. Accessed 10 Jan. 2026.
Poertner, Shirley, e Karen Massetti Miller. L’arte di dare e ricevere feedback: Come realizzare un’efficace comunicazione interpersonale per migliorare la performance individuale e di gruppo. FrancoAngeli, 2016.