Voci dal Festival – “Mi hanno preso tutto, ma mi e’ rimasta la voce” Shirin Ebadi

di Roberta Simone, Consulente del Lavoro in Milano

Il Festival del Lavoro di quest’anno ha avuto l’onore di ospitare Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace nel 2003, avvocato attivista per la difesa dei diritti umani.

Ebadi nasce il 21 giugno 1947 ad Hamadan, in una famiglia che, contravvenendo la prassi in uso in quegli anni in Iran, adotta un’educazione che non privilegia i figli maschi rispetto alle femmine, dando il primo esempio pratico di parità nei diritti di genere e segnando il corso della sua vita.

Solo quando fui molto più grande capii che l’idea dell’uguaglianza tra i sessi si era impressa dentro di me in primo luogo grazie all’esempio avuto a casa… vidi come la mia educazione mi avesse risparmiato la scarsa autostima e la dipendenza acquisita dalle altre donne, cresciute in famiglie più tradizionali“.

Nel 1969 si laurea in legge all’Università di Teheran e diviene la prima donna giudice in Iran e Presidente del Tribunale dal 1975.

Con la rivoluzione del 1979 e la salita al potere di Khomeini è costretta a dimettersi, ciononostante non si rassegna alle nuove norme imposte dal sedicente leader islamico, fortemente limitatrici dell’autonomia e dei diritti civili che “mettevano indietro l’orologio di millequattrocento anni, tornando agli albori della diffusione dell’Islam quando lapidare le donne per adulterio e mozzare le mani ai ladri erano considerate condanne adeguate”.

Solo nel 1989, con la morte di Khomeini, alle donne è nuovamente concesso il privilegio di ritornare a studiare e a lavorare, purché in ruoli non apicali e strategici per la vita e l’economia del Paese.

Le è ancora preclusa l’attività di giudice, ma negli anni successivi potrà esercitare l’attività di avvocato e fonda, tra le altre, un’associazione ONG per la protezione dei diritti dei bambini.

La sua attività professionale la rende oltremodo scomoda per il regime, anche per essersi posta a fianco dei dissidenti e dei perseguitati quando nessuno aveva il coraggio di assumersene l’incarico professionale in loro tutela giudiziale.

Numerosi sono i suoi interventi legali per poter colloquiare con i suoi assistiti durante la loro carcerazione sia per prepararne efficacemente la difesa sia per poterne verificare di persona lo stato di salute.

Altrettanto numerosi sono gli atti intimidatori nei suoi confronti e verso marito e figlie, le minacce di morte, le intercettazioni, le irruzioni nei suoi uffici per porre fine alle attività legali e umanitarie, l’incarcerazione.

Ma Shirin Ebadi non accetta di subire passivamente alcun sopruso, reagendo sempre con estrema intelligenza e in modo pacifico, cercando di difendersi in sede giudiziaria o al contrario rifiutandosi di presentarsi in tribunale quando le venivano consegnati inviti a comparire del tutto illegittimi e privi di presupposti.

Il suo coraggio e la sua dedizione nella difesa dei più deboli le sono formalmente riconosciuti nel 2003, con l’assegnazione del premio Nobel per la pace, prima donna musulmana ad ottenerlo, con la seguente menzione: “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia […] Come avvocato, giudice, insegnante, scrittrice e attivista politica, Shirin Ebadi ha sempre alzato la sua voce forte e chiara nel suo paese, e ben oltre i suoi confini. Professionale e coraggiosa in un’era di violenza, ha fortemente sostenuto la non violenza. […] La sua arena principale è la battaglia per i diritti umani fondamentali, e nessuna società merita di essere definita civilizzata, se i diritti delle donne e dei bambini non vengono rispettati“.

Ma questo riconoscimento internazionale è motivo di ulteriore accanimento nei suoi confronti, sia perché ha reso di dominio pubblico la situazione iraniana, sia perché la sua azione è di esempio a tante altre donne che trovano il coraggio per manifestare e ribellarsi al regime.

Nel 2009, mentre si trova in Spagna, la Polizia di Teheran mette a segno un’irruzione nella sua abitazione iraniana e le viene sequestrato il premio Nobel.

Da allora Ebadi si trova in esilio volontario all’estero, ma continua la sua lotta per la difesa dei diritti umani e contro la diseguaglianza di genere, convinta che la parità e il rispetto verso donne e bambini porterà a cambiare completamente l’Islam e il suo Paese.

Tra i suoi libri pubblicati in Italia “Il mio Iran” (2006), “La gabbia d’oro” (2008) e “Finché non saremo liberi”, edito da Bompiani nel 2016 e presentato alla libreria del Festival del Lavoro a Milano, dove ho avuto l’onore di conoscerla personalmente.

Durante la lunga intervista al Festival del Lavoro 2019 da poco concluso (video integrale disponibile al link http://www.consulentidellavoro.tv/watch.php?vid=3cab004cd) sono molti gli aspetti della situazione iraniana che vengono trattati, da quelli di politica estera (ancor più attuali a seguito delle tensioni generate per l’abbattimento del drone USA) a quelli economici.

Il regime risulta nuovamente inasprito a causa dell’accentramento di tutti i poteri nelle mani del leader supremo.

L’economia del Paese è drasticamente peggiorata a seguito dell’embargo USA ma anche per la corruzione endemica e la fallace programmazione economica che hanno ulteriormente accentuato il divario tra i poveri e i pochi ricchi e potenti del Paese.

L’avvocato Ebadi non è contraria a misure sanzionatorie nei confronti dell’Iran, purché di carattere politico e non economico, perché quest’ultime vanno a colpire la cittadinanza e non i centri nevralgici ed istituzionali dello stato.

Quando pensa al futuro dell’Iran è persuasa della grande forza che risiede nelle mani del popolo iraniano, in particolare delle donne, e auspica una rivoluzione pacifica che parta dal basso, nella consapevolezza che l’aiuto di altri Stati non possa essere sufficiente a riportare la democrazia nel suo Paese.

In un mondo ormai interconnesso, l’informazione è diventata un nuovo potere.

Nel suo libro “La gabbia d’oro” ha ricordato una frase di Alì Shariati, rivoluzionario iraniano: “Se non potete eliminare l’ingiustizia, raccontatela a tutti”.

Fondamentale per Ebadi è infatti far arrivare la voce dei dissidenti, sia al popolo iraniano sia al resto del mondo.

La stessa Ebadi, trovatasi all’estero nei momenti di più forte accanimento del regime nei suoi confronti, fu convinta a non farvi più ritorno proprio su spinta dei suoi sostenitori e, suo malgrado, aveva dovuto accettare il suggerimento perché, se fosse rientrata, non avrebbe più potuto essere la voce dei suoi concittadini.

Se un governo può comportarsi in questo modo con una donna premio Nobel per la pace, che ha accesso alla piattaforma dei media internazionali […] potete immaginare cosa faccia con gli iraniani comuni, che non hanno a disposizione simili mezzi o esperienza“.

Il potere del popolo è nella comunicazione attraverso la quale diffondere la conoscenza e, con essa, riuscire a costringere moralmente i potenti a desistere dalle proprie pratiche intimidatorie e terroristiche perché consapevoli di doverne poi rendere conto all’opinione pubblica mondiale.

La vita, l’azione e il coraggio di Shirin Ebadi possono (e devono) insegnarci tanto.

Il modo con il quale affronta la sua situazione personale di esiliata, destinataria di continue minacce di morte è di una sconcertante realtà: ne parla con un linguaggio semplice, lineare, a tratti quasi apatico e distaccato, come se non ci fosse nulla di straordinario in ciò che ha fatto e continua a fare.

Come se sacrificare la propria vita, la propria autonomia personale per perseguire ideali di libertà e democrazia non fosse un fardello ma un semplice dato di fatto a cui uniformarsi, una missione di vita.

Ho trovato lo stesso approccio in altri eroi, purtroppo martiri della nostra storia nazionale degli ultimi trent’anni, e dei quali proprio in questi ultimi mesi se ne commemorano gli anniversari delle loro tragiche morti.

Oggi come allora mi chiedo dove si possa trovare il coraggio e la forza di ribellarsi, di alzare la testa e resistere di fronte a soprusi e minacce non solo verbali.

Noi che quando vediamo una persona in difficoltà per strada ci giriamo dall’altra parte perché non è un nostro problema, noi che non interveniamo nelle vite altrui perché temiamo di metterci nei guai, noi che non prendiamo le difese di un uomo anziano e fragile, deriso e picchiato tutte le notti da un gruppo di ragazzini stupidi e annoiati dalla routine della periferia e dei sobborghi.

Noi che siamo indifferenti perfino quando il nostro intervento non causerebbe alcun danno nei nostri confronti.

Ecco, questa è la vera indifferenza.

E l’indifferenza dalle piccole cose si trasmette a quelle più importanti, pigramente, perché è vero, come ha detto la nostra Presidente Marina Calderone, che “ci si abitua alla nostra libertà tanto da non apprezzarla fino in fondo“, ma purtroppo ci si abitua anche alla sua assenza, quando la privazione non è istantanea ma un lento stillicidio, quando la vessazione non è rivolta a noi ma a qualcun altro.

Abbiamo tanto da imparare da Shirin Ebadi, ma per farlo dovremmo anzitutto iniziare a sostituire all’apatia l’interesse, alla noncuranza il rispetto, per non rischiare di ripetere errori già commessi da altri in passato.

 

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