Voci dal Festival – Le neuroscienze e la psicologia positiva: un nuovo futuro per le imprese e i consulenti del lavoro?

di Luciana Mari, Consulente del Lavoro in Milano

In occasione del Festival del lavoro 2019, tenutosi a Milano lo scorso mese di giugno, ho avuto il piacere di ospitare Andrea Gaggioli, Professore ordinario di psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Mauro Porcelli, Consulente del lavoro, docente presso l’Università Cattolica del  Sacro Cuore, alla tavola rotonda che si è svolta sul tema “Le neuroscienze e la psicologia positiva applicate al mondo del lavoro”.

Prezioso il loro contributo su un tema, forse ancora di nicchia, ma che e’ di strettissima attualità e che oggi viene ripreso su Sintesi. E’ d’obbligo per imprese e consulenti del lavoro accettare le sfide che il futuro gia’ … oggi (!) ci presenta e riflettere sulla evoluzione anche della professione di consulente del lavoro.

 

Neuroscienze e psicologia positiva applicate al mondo del lavoro

 di Mauro Porcelli, Consulente del lavoro in  Milano, Docente all’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore, e Andrea Gaggioli, Professore ordinario di psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore

 

A cura di Mauro Porcelli, Consulente del Lavoro in Milano, Professore a contratto all’Università Cattolica del Sacro Cuore Milano e Andrea Gaggioli, Professore ordinario di psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore

I consulenti del lavoro – gestori dello sviluppo delle risorse umane nelle Pmi  – non avranno solo un ruolo esclusivamente amministrativo ma leader nel cambiamento digitale delle Pmi italiane.

Il consulente del lavoro dovrà aiutare le Pmi a diventare imprese cognitive e digitali nelle sei funzioni base delle Hr utilizzando anche le tecnologie 4.0, le neuroscienze e la psicologia positiva mettendo le persone al centro di tutto.

La vita, rispetto a qualche anno fa, è profondamente cambiata; la rivoluzione 4.0, con tutto ciò che ha comportato e sta comportando, è ormai una parte di noi e notiamo cambiamenti sotto ogni punto di vista. È il mondo che si sta trasformando e noi, in quest’epoca, ci siamo dentro.

È l’ondata tecnologica “smart”; tutto è intelligente, tutto è connesso. Dispositivi connessi tra loro, big data, internet of things, computer quantici, solo per citarne alcuni ed ognuno è chiamato a “connettersi” in questo mondo, dove ogni informazione è reperibile con un “click”, dove tutto ciò che abbiamo percepito “lontano dai nostri interessi” in realtà è a portata di mano.

È cambiato anche il modo di lavorare; oggi si parla di metodologie che fino a qualche tempo fa sembravano pura fantascienza. Oggi i robot ci danno una mano, abbiamo accesso a banche dati di informazioni potenzialmente infinite, al cloud, lo smart working è sempre più praticato. Senza contare i risultati delle ricerche su realtà virtuale e realtà aumentata.

Anche per quanto concerne le professioni, il 70 per cento delle attuali professioni o lavori diventerà obsoleto nei prossimi 7/8 anni. Il 65 per cento dei bambini che oggi entrano in prima elementare faranno un lavoro che oggi non esiste.

Da quel che sembra, le innovazioni stanno aiutando il lavoratore, chiamato ad essere il punto centrale in un mondo che si sta avviando sempre più verso la totale automazione e digitalizzazione.

Ma è tutto oro quello che luccica? Vi sono dei contro oltre che dei pro? Consideriamo alcune questioni. Il lavoro di oggi comporta aspetti negativi dal punto di vista professionale, in particolare il sovraccarico informativo-cognitivo, l’esigenza di rispondere a diverse richieste contemporaneamente, dipendenza da internet, social, posta elettronica.

Insomma, una mente ed un corpo “connessi” praticamente 24 ore al giorno possono comportare degli effetti collaterali, soprattutto parlando di salute: ansia, tensione, stanchezza, insonnia, mal di testa, affaticamento mentale, disturbi dell’umore e psicosomatici.

Ed ecco che i protagonisti della “gestione delle risorse umane” nelle aziende, ossia consulenti del lavoro, manager e personale dell’Hr sono chiamati a cercare nuove strade, allo scopo di migliorare la performance aziendale e, al tempo stesso, creare benessere alla persona, sia sul posto di lavoro sia nella sfera puramente personale.

E non si può che partire dal cervello umano e dalla sua mente.

Le neuroscienze cognitive sono una disciplina abbastanza recente, anche se fin dall’antichità l’uomo ha cercato di studiare il cervello umano. È a partire dagli anni Sessanta che però il programma di ricerca sulle neuroscienze è stato avviato, con Frank Schmitt, mentre, l’espressione “neuroscienze cognitive” fu coniata da Michael Gazzaniga, insieme a George Miller.

Con le neuroscienze si vogliono comprendere i processi neurali su cui si fondano il comportamento e la mente.

Senza dilungarci troppo, possiamo dire che il cervello guida il comportamento umano, le sue scelte, sia individuali che collettive, creando strumenti sempre più raffinati di comunicazione ed interazione sociale.

Ben presto le neuroscienze hanno avuto sviluppi importanti, con la nascita di nuove discipline come la neuroinformatica, la neuroingegneria, ecc. Anche se la loro finalità primaria rimane il progredire nell’ambito clinico e diagnostico, ben presto si è scoperto che alcuni concetti possono benissimo adattarsi al mondo del lavoro, in particolare al management, allo sviluppo della leadership, delle emozioni, dando così luogo al termine neuroleadership.

Essere consapevoli dei meccanismi di funzionamento del cervello, infatti, aumenta le probabilità di essere dei manager vincenti. Tanti comportamenti, nel luogo di lavoro, possono essere gestiti con un approccio alle neuroscienze: pensiamo all’engagement tra i dipendenti, ossia il sentimento di appartenenza, la condivisione della cultura aziendale.

Il manager e il consulente del lavoro di oggi, sempre più, si trovano a gestire una grande quantità di compiti, con il focus di rispettare gli obiettivi aziendali; per farlo, essi devono condurre il loro team alla meta, cercando il miglioramento continuo della performance, la riduzione degli errori, passando per la corretta gestione delle persone, ampliando le competenze interpersonali, comunicative e digitali.

Altra disciplina applicabile al mondo del lavoro è la psicologia positiva.

Essa nasce negli anni 2000 grazie a Martin Seligman, il quale ha dedicato la sua carriera a promuovere lo studio delle emozioni positive, dei tratti positivi della persona e delle istituzioni positive. La psicologia positiva si dedica ad altri concetti rispetto alla cura di stati d’animo negativi: come imparare l’ottimismo e sviluppare le emozioni positive.

Secondo lui, la psicologia deve interessarsi anche di ciò che rende la vita degna di essere vissuta, di come è possibile costruire il benessere di una persona e vivere degnamente la propria vita.

La psicologia positiva aiuta a creare benessere personale legato a sensazioni ed emozioni positive, esperienze di autorealizzazione e qualità dell’interazione nel mondo delle relazioni interpersonali.

Naturalmente, l’applicazione di concetti di psicologia positiva al mondo del lavoro ha enormi potenziali; l’ottimismo, le emozioni positive vanno a contrastare quegli stati citati in precedenza come l’ansia, le tensioni, i disturbi dell’umore permettendo alla persona di affrontare favorevolmente le giornate lavorative, dando per scontato che sarà più performante nel lavoro.

Sono queste le strade che i lavoratori ed il personale dell’Hr devono percorrere per gestire e supportare i lavoratori durante questi cambiamenti epocali.

Altri grandi cambiamenti sono ormai in arrivo: parliamo di realtà virtuale e realtà aumentata, che avranno impatti incredibili sulla nostra vita personale e lavorativa. Se infatti l’Ict ha un limite dimensionale non superabile, queste tecnologie consentirebbero di superarlo.

La realtà aumentata – augmented reality – attraverso un computer, crea oggetti in grafica 3D e li orienta come apparirebbero dal punto di vista della telecamera, trasformando enormi masse di dati in immagini o animazioni che vengono sovrapposte al mondo reale.

La realtà virtuale, invece, crea veri e propri ambienti simulati dove l’utente può essere posto all’interno di un’esperienza ed è in grado di interagire con ciò che lo circonda.

Sia realtà virtuale che realtà aumentata possono aprire il passo alla smart mobility e, ancora di più, allo smart working: l’augmented reality potrebbe consentire alle aziende di aggiungere nuovi livelli informativi, in tempo reale e ad alto tasso di interazione.

Tramite la realtà aumentata, attività di controllo e monitoraggio aziendali, potrebbero essere effettuate in maniera più efficace od offrire una mole di informazioni dettagliare rispetto ad ora.

Anche nel settore del turismo esse potrebbero portare grandi innovazioni, integrandosi con le strutture della “smart city”. Inoltre, possono essere diffuse nella sicurezza del lavoro e nel benessere lavorativo.

Le principali domande che possiamo porci, con tutte queste innovazioni sono: riuscirà l’essere umano a gestire tutto questo, anche con l’ausilio di nuove discipline come neuroscienze e psicologia positiva? Cambierà la figura del lavoratore? E quella dell’azienda? E quella del consulente del lavoro?

L’essere umano ha tutti gli strumenti per adattarsi e sfruttare le nuove tecnologie per i suoi scopi, che siano essi nella sfera personale, familiare, sociale oppure lavorativa.

In questo vortice di cambiamento, alimentato dalla digitalizzazione, l’essere umano conserva e conserverà sempre alcune caratteristiche utili: la creatività, l’immaginazione, le emozioni e l’etica.

La figura del lavoratore dovrà essere sempre più centrale nel progetto venendo prima della tecnologia, andando oltre i classici schemi mentali, affrontando il cambiamento con ottimismo ed anzi, cavalcandolo. Il futuro andrà affrontato con le giuste competenze, che tutte le Parti coinvolte (lavoratore – consulente del lavoro – uffici Hr – azienda) dovranno necessariamente acquisire.

Le risorse umane e i direttori del personale, con la collaborazione dei consulenti del lavoro e dei neuroscienziati, possono utilizzare neuroscienze e psicologia positiva in tutte le funzioni Hr.

Come esempi concreti, per rilevare le performance legate all’interazione capo-collaboratore, studiando le reazioni del collaboratore di fronte al feedback del proprio capo. L’hyperscanning può diventare fondamentale nella valutazione del potenziale di una nuova risorsa che deve essere assunta: l’applicazione di questo paradigma può servire a capire se la persona ha determinate skills nella gestione delle dinamiche di gruppo.

Vi sono, poi, studi dimostrativi su come le neuroscienze possano agire nel circuito del reward, ossia il circuito della ricompensa, dove si è dimostrato che non serve necessariamente un incentivo economico per gratificare una persona, ma che segnali sociali positivi sono la ricompensa più potente.

A tal proposito, è ottimo il modello Scarf. Trattasi di prestigio, sicurezza, autonomia, affinità con gli altri e correttezza.

La pura valutazione delle prestazioni dovrà necessariamente tener conto di queste nuove discipline; potranno essere offerti nuovi spunti e nuove metodologie che possano essere in linea con le innovazioni degli ultimi tempi.

Anche l’azienda, intesa come organizzazione, dovrà fare la sua parte; dall’occuparsi della formazione di precise skills dei propri dipendenti all’aumentare le sue risorse immateriali o intangibili. È questo il concetto di “impresa cognitiva”; l’impresa come un centro di innovazioni, intese come il prodotto dell’intelligenza umana e non della macchina.

Impresa come sistema di conoscenze che produce nuova conoscenza; e alla conoscenza dell’impresa possono partecipare tutte le persone che ne fanno parte. Se la nuova ricchezza, come molti dicono, è il sapere, allora esso va coltivato e ne va creato di nuovo con le nuove tecnologie e con la video formazione a distanza.

Se le persone riusciranno a fare quanto descritto, esse si adatteranno senza particolari difficoltà a questi cambiamenti tecnologici e di competenze soft, con buone possibilità di vivere una vita degna e ricca di benessere ed emozioni positive; e ciò varrà anche per l’ambito lavorativo dove, con l’ausilio delle Risorse Umane, si potranno introdurre metodologie atte a rendere migliore la prestazione lavorativa (smart working) e la soddisfazione dei lavoratori.

 

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