Voci dal Festival – I nuovi lavori della Gig Economy in Lombardia: Riders & Co.

A cura della Redazione

Il 20 giugno u.s., in occasione della giornata di apertura della X edizione del Festival del Lavoro, si è svolta la prima tavola rotonda sul tema “I nuovi lavori della gig economy in Lombardia: riders &c o.” alla quale hanno partecipato Potito di Nunzio, Presidente del Consiglio Provinciale di Milano Ordine dei Consulenti del Lavoro, che ha introdotto gli ospiti e moderato il dibattito, Paolo Lavagna, Centro Studi Consulenti del Lavoro Milano, Mariella Magnani, Professore ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università di Pavia, Pietro Martello, Presidente Sezione Lavoro Tribunale di Milano e Aniello Pisanti, Direttore Ispettorato Nord-Ovest. Presente alla tavola rotonda anche la dott.ssa Fiorella Imprenti dello Staff dell’Assessorato alle Politiche del Lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse Umane del Comune di Milano.

Il tema è quanto mai di attualità; negli ultimi periodi se ne è occupata anche la magistratura e si sono registrate già le prime sentenze che però, in assenza di un intervento legislativo chiaro e dirimente, non aprono ancora la strada a soluzioni e interpretazioni uniche e univoche che mettano un punto fermo chiarendo i confini tra autonomia e subordinazione e chiudendo, sul nascere, eventuali contenziosi che possono investire la figura dei riders e di tante altre fattispecie che si collocano, oggi, in un contesto di modernità e tecnologia che ha coniato una società impensabile fino a qualche anno fa.

La società cambia, mutano le esigenze dei cittadini-consumatori e con esse il modus operandi sia dei datori di lavoro che dei lavoratori. Restano però al momento sul tavolo i problemi, perchè la corretta qualificazione dei rapporti dei riders &co. non è una mera questione accademica. Essere subordinato o essere autonomo implica una profonda diversità nelle tutele che agisce anche sotto il profilo assicurativo, previdenziale e financo fiscale. A seguire pubblichiamo, ringraziandoli per il loro prezioso contributo, gli interventi degli ospiti intervenuti alla tavola rotonda.

I lavori del Centro Studi dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Milano: alcune riflessioni

INTERVENTO DEL COLLEGA PAOLO LAVAGNA 1

Lo studio portato avanti dal Centro Studi dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Milano prende le mosse dalle analisi condotte negli ultimi periodi (nello studio si fa riferimento in particolare ai dati raccolti e analizzati dalla Banca d’Italia) e dalle tesi espresse in dottrina nonchè da una imprescindibile riflessione sul contesto economico-sociale (Gig Economy) all’interno del quale si muovono fenomeni come quelli dei riders o dei conducenti di Uber, giusto per citare alcuni casi concreti (ma la lista si potrebbe agevolmente allungare ed estendere al di fuori dei confini italiani dato che il fenomeno è mondiale).
Il punto cruciale è tutto giuridico e si colloca lungo l’asse della definizione di autonomia e subordinazione. Ciò che è emerso dall’analisi condotta è che vi sono sovrapposizioni e stratificazioni  normative in materia che non giovano ad un quadro di chiarezza e che, dunque, andrebbero ripianate ed evitate nel futuro, dato che possono rivelarsi, con tutta probabilità, foriere di ulteriore contenzioso.
Sembrerebbe opportuno, quindi, condividere l’impostazione che vede da un lato l’autonomia della prestazione dei gig workers quale
elemento caratterizzante e quindi ineliminabile, dall’altro la necessità di approntare delle tutele di tipo socio previdenziale. Non pare accettabile viceversa, la qualificazione di tali rapporti di lavoro all’interno delle collaborazioni coordinate e continuative exart. 409
c.p.c., né quella che le vorrebbe comprendere tra le collaborazioni etero organizzate di cui all’art., 2 D.lgs. n. 81/2015 e ancor meno in quelle del lavoro subordinato.
Se si volesse davvero giungere ad una semplificazione “tutelante” si potrebbe far rientrare la categoria dei riders (&Co)nelle attività di lavoro occasionale previste dall’art. 54 bis,D.L. n. 50/2017 convertito in L. n. 96/2017, modificando eventualmente il limite di reddito annuo e le modalità per determinarlo ed eventualmente introducendo un importo minimo orario garantito ex lege . Per tali fattispecie sotto il profilo fiscale il concetto di occasionalità è formulato dall’art. 4, D.P.R. n. 633/1972 per esclusione, ossia sono fuori dal campo di applicazione della legge le attività di impresa non svolte per professione abituale, viceversa vi rientrerebbero, sebbene con un obbligo previdenziale ridotto, se l’attività fosse svolta abitualmente e non solo occasionalmente, così come sarebbe applicabile anche a costoro l’iscrizione al registro imprese parte piccoli imprenditori. Con la circolare n. 7/1496 del 30 aprile 1977, il Ministero delle
Finanze fornisce la seguente indicazione di attività abituale non essendoci una definizione positiva della fattispecie: “ l’attività svolta in forma abituale deve intendersi un normale e costante indirizzo dell’attività del soggetto che viene attuato in modo continuativo: deve cioè trattarsi di un’attività che abbia il particolare carattere della professionalità”. Per tutti coloro che svolgessero abitualmente, ossia professionalmente l’attività, ricavandone un reddito al di sopra del limite di cui sopra sarebbe, a parere di chi scrive, imprescindibile vuoi la qualifica di piccolo imprenditore ex art. 2083 c.c., vuoi la qualifica di imprenditore a tutti gli effetti ex art. 2082 c.c. con obbligo di iscrizione al registro imprese, con attribuzione di partita IVA ex art. 3, D.P.R. n. 633/1972; in tale materia si renderebbero tra l’altro applicabili i regimi agevolativi previsti dalle attuali normative (forfettario), nonché le prescrizioni in materia previdenziale previste per artigiani e commercianti, integrabili da una ulteriore forma collettiva di tutela previdenziale rapportata al lavoro svolto, simile a quanto realizzato a favore degli agenti di commercio. Si potrebbero quindi, mutuando per quanto compatibili gli istituti del rapporto di agenzia, stabilire delle forme di tutela comune in materia di trattamento economico minimo (non necessariamente rapportato al tempo di lavoro e/o di connessione), indennità di fine rapporto, preavviso di cessazione del rapporto, diritto di disconnessione, divieto di cottimo e  ranking reputazionale, senza dimenticare la privacy.

In alternativa, volendo attribuire a questi lavoratori lo status di lavoratori subordinati, si potrebbe seguire il metodo proposto da P. Ichino delle umbrella company che andrebbe semplicemente attuato tramite un obbligo amministrativo, che imponga alle piattaforme e/o agli altri attori del lavoro tramite piattaforma, di registrarsi e operare tramite un servizio ad hoc dei Centri Provinciali per l’Impiego e/o dell’Anpal, i quali dovrebbero fungere come una sorta di macro piattaforma pubblica obbligatoria, la quale agendo come una sorta di agenzia di somministrazione pubblica, dovrebbe preoccuparsi di incassare i corrispettivi dei lavoratori dalle varie piattaforme registrate, riversarli ai gig workers previa applicazione del sistema modulare e specifico di contribuzione e trattenuta fiscale già esistente per i collaboratori coordinati e continuativi. Tuttavia non ci si dovrebbe limitare, nell’ottica di dare una disciplina organica alle novità introdotte dalle modalità di lavoro tramite piattaforma o altri sistemi tecnologici, a definire delle tutele solo per questa tipologia di nuovi lavoratori, i riders,ma occorrerebbe, in quanto ontologicamente analoga rispetto ai principi di tutela sanciti costituzionalmente, una riflessione che includa anche tutta quella serie di lavoratori che seppur autonomi nella definizione qualificatoria del rapporto di lavoro, perdono – secondo quanto riportato nella sentenza FNV Kunsten Informatie della Corte di Giustizia Europea (sentenza 04/12/2014, C-413/13) 2 – la qualità di operatore economico indipendente nel momento in cui questi “non determini in modo autonomo il proprio comportamento sul mercato, ma dipenda interamente dal committente per il fatto che non sopporta i rischi derivanti dall’attività economica di quest’ultimo e agisce come ausiliario integrato nell’ impresa di detto committente”. Si pensi a titolo di esempio non esaustivo, alle figure dei c.d. “pony express”, ai padroncini che lavorano in esclusiva per grandi imprese e da cui dipendono per una parte estremamente rilevante, quando non totale, del proprio reddito/fatturato; ai coltivatori diretti che sono direttamente contrattualizzati da grandi catene di distribuzione o da strutture di mercati all’ingrosso gestite da poche grandi aziende che realizzano di fatto cartelli a danno della competitività del sistema produttivo e distributivo; ai professionisti, in particolare giovani e/o appena abilitati, che prestano la loro opera a favore dei grandi studi professionali, spesso senza neanche essere associati. Per tutti costoro andrebbero pensate, ma soprattutto realizzate concretamente, forme di tutela pubblica o semi pubblica in primis di tipo previdenziale e assicurativo migliori di quelle attualmente esistenti.

INTERVENTO DELLA PROF.SSA MARIELLA MAGNANI 3

A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, innovazione tecnologica e mutamenti dei modelli organizzativi delle imprese hanno posto periodicamente il problema di aggiornare la regolazione dei rapporti di lavoro, ivi compreso il welfare,ma sempre sostanzialmente nel perimetro del lavoro subordinato. Che cosa hanno di diverso oggi la rivoluzione digitale ed ancor più specificamente il lavoro tramite piattaforma? Essi interrogano il cuore del diritto del lavoro e le sue categorie fondative, in particolare la distinzione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo. Casi come quelli dei riders di Foodora e degli autisti di Uber – anche se questi ultimi non si sono ancora presentati in Italia – dimostrano che non si tratta più semplicemente di affinare gli indici della subordinazione, come anche il Jobs Act ha tentato di fare, bensì di costruire assetti di tutela adeguati ai nuovi modi di lavorare al di là della fissità della distinzione autonomia/subordinazione.

Gli altri ordinamenti, in parte, si sono già attrezzati. In Francia, con la tipica attitudine regolatoria del Legislatore francese, la Loi Travail del 2016 ha introdotto una speciale normativa per i lavoratori indipendenti tramite piattaforma, qualora questa determini le caratteristiche della prestazione di servizio fornito o del bene venduto e fissi il suo prezzo, attribuendo loro diritti normalmente non riconosciuti ai lavoratori autonomi: assicurazione in caso di infortuni e malattie professionali, diritto alla formazione professionale continua, diritto di astenersi dai propri servizi per difendere interessi professionali senza incorrere in responsabilità contrattuale (una sorta di diritto alle astensioni collettive dal lavoro), diritto di organizzazione sindacale.

Nel Regno Unito per ora non è stato necessario legiferare perché già esisteva una categoria intermedia tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, quella dei workers, che visualizza la figura del lavoratore economicamente dipendente e cui nel tempo è stato attribuito uno statuto protettivo ridotto: il salario minimo, la limitazione dell’orario di lavoro, il diritto alle ferie, la tutela contro il whistleblowing. E, nel caso di Uber, è venuta in questione appunto l’applicazione ai driver di questo statuto, in particolare il salario minimo e la limitazione dell’orario. In Italia il problema dei riders è arrivato davanti ai giudici, che hanno qualificato come autonomi questi rapporti (Tribunale di Torino, 7 maggio 2018; Tribunale di Milano, 10 settembre 2018), anche se poi la Corte d’Appello di Torino, con la decisione del 4 febbraio 2019, ha qualificato i riders quali collaboratori eterorganizzati applicando quella norma controversa che è l’art. 2, co. 1, D.lgs. n. 81/2015; e senza che sia chiaro se assumendo che vada applicato l’intero statuto protettivo del lavoro subordinato oppure solo alcune parti. A mio avviso né l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato tout court, né l’attribuzione all’interprete del compito di selezionare le tutele applicabili sono soluzioni accettabili. Che cosa fare allora? La grande varietà dei lavori creati dall’economia digitale sconsiglia soluzioni legislative generali. La Gig economy coinvolge un ampio ventaglio di lavoratori, dai freelance che godono davvero della flessibilità di queste piattaforme a lavoratori di bassa qualificazione per cui essa è una scelta necessitata.

Forse è il caso di guardare con maggiore fiducia alla capacità dell’autonomia collettiva anche in questo campo, utilizzando le potenzialità offerte dall’art. 2, co. 2, D.lgs. n. 81/2015, che affida ai contratti collettivi il potere di disciplinare alternativamente le collaborazioni nei settori che presentano particolari “esigenze produttive ed organizzative”, consentendo di plasmare e graduare fattispecie e tutele. Pretendere di estendere tout court la disciplina del lavoro subordinato alla proteiforme  esperienza delle attività mediate da piattaforme digitali sarebbe una soluzione di retroguardia ed anzi probabilmente impossibile.

Certo, se l’autonomia collettiva non intervenisse, tutto resterebbe nelle mani dei giudici, col rischio di condurre a soluzioni creative o comunque fortemente controvertibili. Forse, in quel caso, si imporrebbe un intervento legislativo “leggero”, che preveda, non a favore di tutto il lavoro tramite piattaforma, ma solo a favore dei riders non subordinati, tutele minimali, quali obblighi di sicurezza, assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e compenso minimo.

Nel frattempo l’esperienza insegna che si può fare qualcosa a livello locale.

Ad esempio, lo scorso anno è stata adottata a Milano una Carta dei valori del food delivery, sottoscritta da importanti imprese del settore e contenente le tutele ritenute fondamentali per i propri riders. È una forma di responsabilità sociale dell’impresa che non è priva di valore, soprattutto se sostenuta da iniziative di supporto dell’amministrazione locale, di tipo informativo e, magari, di incentivazione al suo rispetto.

INTERVENTO DEL DOTT. ANIELLO PISANTI 4

Ai sensi dell’art. 2 del D.lgs. n. 81/2015, ai rapporti di collaborazione che si concretizzano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato. La recente sentenza della Corte d’Appello di Torino n. 26/2019 pubblicata il 4/02/2019, R.G. n.468/2018, ribaltando le conclusioni cui era giunto il Tribunale in primo grado, ha ritenuto di ricondurre la posizione dei lavoratori di una importante azienda del settore nell’ambito della collaborazione regolata dal citato art. 2. In sintesi, la Corte d’Appello ha ritenuto che il Legislatore abbia voluto individuare un terzo genere posto tra il rapporto di lavoro subordinato e la collaborazione di cui al numero 3 dell’articolo 409 c.p.c., come modificato di recente dalla L. n. 81/2017. Infatti, il nuovo art. 409, co. 1, n. 3) c.p.c., a proposito del requisito del “coordinamento” nell’ambito delle collaborazioni genuine, quelle non riconducibili alla disciplina del lavoro subordinato, specifica che: «La collaborazione si intende coordinata quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa». Nella logica del Legislatore, invece, questo terzo genere resta un rapporto di lavoro di natura autonoma ma non è in linea con il requisito del coordinamento sopra descritto: la conseguenza è che pur non essendo fornito dei requisiti propri del lavoro subordinato detto rapporto del terzo genere merita un grado “forte” di tutela lavoristica e previdenziale qual è quello garantito dall’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato. Nel caso di specie si è riscontrata una situazione in cui la committente determina le zone di partenza per i fattorini, gli indirizzi ove consegnare la merce nonché i tempi entro cui assolvere all’obbligo. A parere della Corte, pur in assenza dei rimanenti poteri propri del datore di lavoro, le modalità di esecuzione della prestazione sfuggono all’autonomia del collaboratore (seppur attenuata dal coordinamento concordato col committente) essendo totalmente organizzate dal committente. Ovviamente, a nulla vale la circostanza che il collaboratore fosse libero di accettare o meno l’incarico di consegna, in quanto questa circostanza ha rilievo solo in ordine all’esclusione della subordinazione. Quindi, in conclusione, si applica la disciplina dell’art. 2 quando in fase di indagine ispettiva emerge una imposizione da parte del committente delle modalità di tempo e di luogo senza possibilità alcuna da parte del collaboratore di poter “contrattare e concordare” dette modalità. E si sottolinea che l’indagine è da incentrare non tanto sulla volontà negoziale e quindi sulle dichiarazioni delle parti acquisite agli atti del procedimento ispettivo (importanti sicuramente ma non decisive) quanto sulla oggettiva “libera collocabilità nel tempo e nel luogo” della prestazione lavorativa resa da parte del collaboratore.

INTERVENTO DEL DOTT. PIETRO MARTELLO 5

Parafrasando un bel romanzo di qualche anno fa, verrebbe da dire: “nulla di nuovo sul fronte dei riders”; o quasi. Il tema dei riders-ciclofattorini è ormai da gran tempo all’attenzione degli addetti ai lavori, proponendo il tema dell’autonomia o della subordinazione, delle tutele da riconoscere a questa categoria di lavoratori. Il dibattito che si è sviluppato ha portato al generale auspicio di un intervento legislativo, che dia una compiuta regolamentazione alla materia, compiendo le scelte più opportune e, quindi, creando un quadro normativo che dia ai soggetti del rapporto di lavoro le coordinate entro le quali strutturare la prestazione lavorativa; e agli interpreti delle norme (magistrati e avvocati in primo luogo) elementi sufficienti per risolvere il contenzioso nella materia. L’intervento legislativo da molti auspicato, e da molti promesso, tarda invece a prender corpo per varie ragioni (di definizione dei progetti di legge, di tempistica parlamentare, eccetera…), con l’effetto che l’unica risposta, al momento, resta quella giudiziaria, che è, per sua natura, surrogatoria e priva della portata generale, tipica della fonte legislativa. La risposta giudiziaria non può mancare ed è obbligata, perché il Giudice non può sospendere la decisione allorché un problema gli venga proposto e non ha il potere di soprassedere, anzi ha il dovere di pronunciarsi.

Al momento, quindi, le principali indicazioni giurisprudenziali sono quelle provenienti dai Giudici del lavoro di Torino che, con le recenti sentenze di primo grado e di secondo grado hanno fornito delle linee di indirizzo interpretativo sulle quali ferve il dibattito.

Ma la risposta giudiziaria, per questo come per altri temi, è più certa e più efficace in presenza di un quadro normativo quanto più possibile definito e chiaro.

Merita, poi, di essere segnalato (soprattutto per la sua portata simbolica) un recente accordo sindacale, stipulato a Firenze con una piccola azienda di food delivery,che ha dato un assetto alla rapporto di lavoro dei riders, considerandoli lavoratori subordinati.

L’accordo pare significativo soprattutto per il fatto che costituisce l’attivazione di uno degli strumenti che, anche nel futuro, dovranno e potranno essere utilizzati in via complementare rispetto alla regolamentazione legislativa.

Vi è da ritenere, infatti, che la particolarità e la varietà delle situazioni lavorative presenti nel settore dovranno muoversi entro le coordinate sia della fonte normativa sia di quella contrattuale collettiva.

Il combinato disposto di queste due fonti infatti, sembra quello più idoneo a risolvere la questione principale che si pone in tema di riders,e cioè quella del “ tipo”del rapporto di lavoro. Il ché riconduce al tema (antico e permanente) dell’autonomia e della subordinazione. La problematica del diritto del lavoro ha sempre ruotato sull’individuazione dell’autonomia o della subordinazione nella prestazione di lavoro. Si tratta di un tema fondamentale nella materia. Mai risolto una volta per tutte proprio perché si confronta con i continui cambiamenti della realtà organizzativa e produttiva e con il sorgere di modalità diverse nel rendere la prestazione lavorativa.

Il tema richiede di essere affrontato, caso per caso, guardando alle specifiche modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e agli accordi fra chi tale prestazione richiede e chi la fornisce.

Fra questi due estremi della autonomia e della subordinazione la realtà di fatto del mercato del lavoro presenta frequentemente delle situazioni nelle quali il confine è labile e non sempre è facile stabilire in quale campo si ricade. La soluzione del singolo caso deve essere ricercata, innanzitutto, senza fermarsi all’aspetto formale degli accordi fra le parti, poiché spesso sotto una apparente qualificazione di autonomia si può nascondere una effettiva subordinazione e i margini di libertà di scelta sono più apparenti che reali.

Situazione che, in molti casi dei “lavoretti” della gig economy, presenta connotati che rendono problematica una adeguata soluzione.

Anche perché, in molti casi risulta difficile ritenere che si tratti di fenomeni caratterizzati da significativa autonomia.

Bisogna, però, che le nuove situazioni che man mano si creano sul mercato del lavoro trovino adeguata regolamentazione sia nella legislazione sia nei contratti collettivi. Come si vede, i temi in giuoco sono molti e presentano molteplici aspetti, alcuni dei quali sembrano essere stati considerati nei progetti di legge che circolano in questo periodo. Pare opportuno rilevare, comunque che, anche in un contesto di autonomia, si debbano riconoscere ai lavoratori in questione alcune tutele di base in materia di previdenza, infortuni, retribuzione minima. A una esigenza siffatta ha dato una risposta la recente sentenza della Corte d’appello di Torino; e principi analoghi si rinvengono anche in taluni protocolli aziendali, realizzati soprattutto con grandi imprese del settore, nei quali si riconosce l’esigenza di garantire ai riders un certo livello di tutele.

Tutto ciò evidenzia, quindi, in primo luogo il fondamentale ruolo dei regolatori politici, dei decisori istituzionali che sappiano adottare gli opportuni provvedimenti per rispondere alla sfida dei problemi posti dalle nuove realtà lavorative. Altrettanto fondamentale sarà il ruolo della contrattazione collettiva, nell’ambito della quale i soggetti dell’autonomia privata realizzino un adeguato assetto dei reciproci rapporti, capace di conciliare e di tutelare i diritti e gli interessi di entrambe le parti. Pare opportuno, infine, sottolineare il ruolo che, nella fase di progettazione legislativa e contrattuale, possono svolgere le categorie professionali che, per loro natura, sono più vicine alla realtà delle imprese e ne conoscono le esigenze e le concrete modalità di strutturazione del rapporto di lavoro. In tale ottica, proficuo e propizio potrà essere l’apporto dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, che ha sempre saputo coniugare l’esperienza concreta professionale con una qualificata attività di riflessione teoretica, i cui risultati è spesso possibile apprezzare nelle loro pubblicazioni (la rivista Sintesi ne é un qualificato esempio) e nella attività del loro Centro Studi.

INTERVENTO DELLA DOTT.SSA FIORELLA IMPRENTI 6

La Dott.ssa Imprenti ha ricordato come il Comune di Milano si è impegnato sin da subito nel cercare di contemperare le diverse esigenze, riders da una parte e piattaforme dall’altra. A tal proposito è stata anche commissionata un’indagine all’Università Statale di Milano la quale ha dato uno spaccato del “rider” tipo mettendo in evidenza due problemi che andrebbero risolti, la lingua e la sicurezza. Per quanto riguarda la lingua il Comune di Milano ha già organizzato corsi per extracomunitari ma sulla sicurezza poco può fare essendo materia non gestibile dal Comune. Gli sforzi fatti dal Comune per disciplinare convenzionalmente (magari con un accordo territoriale) l’attività dei riders è tuttavia risultata vana. Comunque riferisce che il Comune andrà avanti nel cercare una soluzione condivisa tra le parti in campo.

 

1 Tratto da Il lavoro nella Gig Economy: autonomia o subordinazione? Profili, orientamenti e proposte, P. Lavagna, Centro Studi e Ricerche, Ordine dei Consulenti del Lavoro in Milano.

2.Patrizia Tullini, Le collaborazioni etero-organizzate dei riders: quali tutele applicabili? in Lavoro Diritti Europa, 2019/1.

3 Professore Ordinario di Diritto del Lavoro nell’Universita’ di Pavia.

4 Direttore dell’Ispettorato Interregionale del Lavoro, Liguria, Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta.

5 Presidente della Sezione Lavoro del Tribunale di Milano.

6 Fiorella Imprenti dello Staff dell’Assessorato alle Politiche del Lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse Umane del Comune di Milano.

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