Uso distorto dei social E “L’INSIDIA” DELL’ARTICOLO 131-BIS DEL CODICE PENALE

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

 

 

Una premessa è d’obbligo: chi scrive non intende aggiungere nulla a quanto raccomandato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine già con la lettera del 23 luglio 2018, a cui ha fatto seguito l’approfondimento della Fondazione Studi del 5 agosto 2019.

Nessuno, infatti, intende negare come l’utilizzo improprio degli strumenti di comunicazione e diffusione delle idee costituiti dai social possano comportare

“alcuni rischi, soprattutto ove colui che ne faccia uso sia proprio un professionista: quando un comportamento, inteso nel senso più ampio del termine, è riconducibile alla qualità di professionista e non, invece, alla mera sfera personale, lo stesso può avere una rilevanza deontologica e disciplinare, anche ove esternalizzato a mezzo social”.

Chi scrive, tuttavia, intende approfondire l’insidia che può venire – anche da una distorta informazione – quando a fronte di comportamenti di questo genere il giudice di prime cure stabilisca la non procedibilità per particolare tenuità del fatto ai sensi dell’articolo 131 bis del codice penale.

Tale norma stabilisce infatti al primo comma che:

“Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.

E ben potrebbe attagliarsi questa eventualità a reati come l’ingiuria o la diffamazione (articoli 594 e 595 c.p.).

Una pronuncia di questo tipo, tuttavia, tutto significa meno che una assoluzione: l’offesa all’ordinamento è accertata infatti, e della stessa se ne tiene conto (con alcune particolarità) con l’iscrizione nel casellario giudiziale; si veda all’uopo la pronuncia della Cassazione Penale SS.UU. 38954 del 24 settembre 2019:

“Il provvedimento di archiviazione per particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis cod. pen. deve essere iscritto nel casellario giudiziale, ferma restando la non menzione nei certificati rilasciati a richiesta dell’interessato, del datore di lavoro e della pubblica amministrazione.”

Ed il motivo è semplice, come prevede l’ultimo comma della norma considerata in tema di “comportamenti abituali” (in occasione dei quali, cioè, è esclusa l’applicabilità del 1° comma dell’articolo in questione):

“Il comportamento è abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenui, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.”

È evidente quindi il rischio (ed in un certo senso la facilità) di giungere ad essere considerati “delinquenti abituali”.

Non a caso è prevista la possibilità per l’interessato, di impugnare tale pronuncia onde giungere al proscioglimento (si veda Cassazione Penale, sez. V, sent. n. 25786 dell’11 giugno 2019).

Questo anche perché, ove la non procedibilità per particolare tenuità del fatto sia pronunciata dal Giudice di Pace ai sensi dell’articolo 34 del D.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, non si preclude al danneggiato l’esercizio dell’azione risarcitoria e restitutoria in sede civile (avendo tale proscioglimento natura meramente procedurale).

Se da un lato, allora, è bene evitare “comportamenti a rischio” sui social, dall’altro, ove si incappi in un procedimento penale sarà bene non gridare vittoria, in caso di esclusione di punibilità ex art. 131 bis c.p., bensì valutare le azioni da intraprendere per ottenere la piena assoluzione.

 

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