Una proposta al mese – Sicurezza e sanzioni nel decreto fiscale, cambiare il meccanismo “MOLTA REPRESSIONE, POCA PREVENZIONE”

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

          “E non è necessario perdersi

in astruse strategie,

tu lo sai, può ancora vincere

chi ha il coraggio delle idee”.

(R. Zero, “il coraggio delle idee”)

Il D.l. n. 146/2021 (G.U. del 21 ottobre 2021) interviene fra le altre cose sulla materia della sicurezza. Un intervento sul tema appariva quanto mai opportuno, anche se forse trascinato dalla recrudescenza di infortuni gravi o mortali tornati alla ribalta negli ultimi tempi in quantità e modalità preoccupanti.
Che il fenomeno sia inaccettabile pare scontato affermarlo, ma è lecito chiedersi se tutto quanto contenuto nell’art. 13 del “decreto fiscale” risponda ad un intervento organico oppure rincorra una logica di sensazionalismo. Sicuramente ottimo il ritorno in scena in maniera decisiva dell’Ispettorato del Lavoro in tema di sicurezza, insieme con il previsto potenziamento dell’organico ispettivo

Il riaffidamento ad INL non solo della competenza in materia ma di un complessivo coordinamento delle attività ispettive pare assicurare una maggiore uniformità ed incidenza di azione sul territorio1.

Tuttavia, verrebbe subito da dire che proprio per risultare incisivi nel tempo, andrebbe rivisto il meccanismo di composizione degli organici e degli incarichi (alcuni meramente burocratici e poco utili) affidati all’Ispettorato, nonché le norme in materia di mobilità del personale e di trasferimenti, che spesso – nelle pieghe dei diritti individuali – rischiano di lasciare sguarnite proprio le piazze che più abbisognano di una marcata presenza.

Se quindi è possibile formulare qualche osservazione “de iure condendo”, noi vorremmo tornare su due aspetti del tema “sicurezza” che, partendo dal decreto fiscale, meritano qualche commento e altrettante proposte.

Il primo argomento riguarda la sospensione dell’attività imprenditoriale (art. 14 del D.lgs. n. 81/2008). È stata ampliata la possibilità di applicazione del provvedimento, abbassando il limite del personale in nero al momento dell’ispezione al 10 % (prima era il 20 %) della forza lavoro presente al momento dell’ispezione. È stato inoltre ampliato il principio della sospensione dell’attività, indipendentemente dai lavoratori trovati in nero, per violazione – anche senza reiterazione, come in precedenza – delle norme in materia di sicurezza, andando ad ampliare la casistica (ad esempio per: assenza del DVR, mancata formazione, mancata predisposizione del servizio di prevenzione e protezione etc.).

Ora, è abbastanza agevole osservare come tale norma avrà pacificamente l’effetto di colpire la piccola e microimpresa (ed è curioso il silenzio delle organizzazioni imprenditoriali artigiane e delle piccole imprese sul punto): infatti ad un’azienda di piccole dimensioni basterà un solo lavoratore in nero (con tutto che è comunque gravissimo avere lavoratori in nero) per incorrere in un provvedimento di sospensione. Ancor più ampio è il rischio predetto in quanto a concorrere al conteggio della percentuale si contano solo i dipendenti presenti sul posto di lavoro al momento dell’ispezione: basta quindi che qualche lavoratore sia in missione esterna, in ferie, permesso L. 104, malattia o (nei tempi correnti) privo del green pass, per far scattare la percentuale di “scopertura” ed il conseguente provvedimento di sospensione.

Nella revisione dell’art.14, pertanto, non si dovrebbe perdere l’occasione di togliere l’alone di aleatorietà derivante dalla mentalità, si lasci dire, “cantieristica”, per cui il conteggio del rischio percentuale (nella logica che a una certa percentuale di lavoratori in nero corrisponda un certo rischio) vada fatto in relazione al solo personale presente, senza tenere in considerazione la reale consistenza dell’impresa, quantomeno nell’unità produttiva presa in considerazione.

Un secondo aspetto riguarda una considerazione di natura meramente matematicostatistica, ed è il fatto che non vengono presi in considerazione valori di tolleranza/ intolleranza (con un valore minimale ed uno massimale) per il provvedimento di sospensione, ma solo un freddo computo aritmetico. Tanto per fare un esempio, incorre nella sospensione la libreria senza dipendenti in cui viene trovato “in nero “a fare i pacchetti di Natale a tempo perso uno studente, mentre viene ritenuto meno grave il caso di un cantiere edile di 100 persone in cui vengano trovati 9 lavoratori in nero. Verrebbe da aggiungere, con amara ironia, che è del resto notoria l’alta percentuale di mortalità di commessi delle librerie sotto le feste natalizie.

È del tutto evidente che la proporzione non regge assolutamente.

Con un aspetto, per così dire, paradossale: infatti è presumibile la microimpresa senza dipendenti (l’unica che col lavoratore in nero teoricamente scamperebbe la sospensione) sia priva, proprio per l’assenza di lavoratori, di DVR e di SPP, ricadendo così nel provvedimento di sospensione non tanto per l’applicazione della percentuale ma per quelle che sono ritenute essere a prescindere gravi violazioni in materia di sicurezza. La prima proposta è quindi di limitare il provvedimento di sospensione al 10% dei lavoratori in nero rispetto a quelli complessivamente occupati nell’azienda (compresi quindi quelli assenti o momentaneamente lontani), purchè i lavoratori in nero siano superiori ad uno ed ogni caso qualora il loro numero sia superiore a cinque, indipendentemente dagli occupati totali dell’impresa. In tal modo si attenuerebbe la morsa sulle piccolissime imprese, magari per situazioni bagatellari o casuali, e si andrebbe a colpire in maniera radicale chi utilizza lavoro nero (un’impresa che abbia più di cinque lavoratori in nero non è un’impresa seria a prescindere). Da tempo agogniamo provvedimenti che servano non a fare cassa (o anche cassa di risonanza) ma che intercettino i problemi sostanziali; abbassare la soglia della sospensione dell’attività senza ripensare alla sua applicazione concreta assomiglia tanto a quei semafori o autovelox piazzati in punti “strategici” che non abbassano di un solo morto le stragi del sabato sera ma servono unicamente a rimpinguare le casse asfittiche di quale Comune.

Il secondo aspetto è che, pure guardando con attenzione alle novità introdotte, non pare di sorprendere alcun intento preventivo ma solo repressivo.

Oltre alla recrudescenza punitiva (ma fino a prova contraria e a meno di qualche ipotesi messianica aumentare le sanzioni non fa resuscitare i morti o guarire gli storpi …) quello che conta non è solo aumentare il numero degli ispettori ma riqualificare completamente l’attività ispettiva e di intelligence. A poco potranno, infatti, i quasi tremila nuovi assunti se essi verranno mandati in giro per cantieri ed opifici “come pecore in mezzo ai lupi” per verificare di persona le norme di sicurezza, che spesso mancano proprio degli aspetti più basilari.

Ed allora, ancorchè siamo consci che vi sono solo aspetti documentali, perché non collegare all’inizio attività dell’impresa una serie di comunicazioni che sveglierebbero almeno in parte l’attenzione su alcune questioni? Proviamo ad ipotizzare: l’azienda apre con una denuncia ad Inail l’inizio di nuova attività o la sua modificazione.

Se nuova attività, entro 30 giorni deve comunicare ad Inail il nominativo del RSPP e le sue competenze certificate in materia. Sia con nuova attività che per variazione della stessa, l’azienda invia inoltre entro 90 giorni il DVR (o il suo aggiornamento) e la composizione dell’intero servizio di prevenzione e protezione.

Periodicamente, l’azienda provvede inoltre all’invio delle certificazioni di formazione per dipendenti ed addetti.

Poche incombenze, o altre simili, ma stringenti, che agirebbero verso una sensibilizzazione dei datori di lavoro sugli oneri di responsabilità. E con pluriefficacia verso tutti gli Enti, che disporrebbero di un archivio condiviso in materia.

D’accordo, forse tali adempimenti risulterebbero ancora solo formali, ma avrebbero il vantaggio (oltre che di dare un minimo di garanzia in più e di costringere le aziende anche se piccole o distratte a cominciare a fare qualcosa) di indirizzare anche l’azione di verifica.

Sanzionando anche nel contempo, anzi mettendo proprio fuori dal mercato, tutti i soggetti “produttori di carta straccia” o di attestati “di comodo” in tema di sicurezza.

Proporremmo anche di rinforzare l’attività di consulenza, indirizzo ed affiancamento alle aziende che farebbe parte di una precisa competenza ispettiva, ma purtroppo da molto tempo abbiamo smesso di credere alle favole. Ed anzi siamo certi che anche le proposte minimaliste sopra esposte saranno accolte con diffidenza e sufficienza. Speriamo di non ritrovarci fra qualche anno con gli stessi problemi e con qualche sanzione in più, nell’indifferenza se la stessa sia servita ad altro oltre che a far cassa e ad angustiare la piccola impresa.

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