Una proposta al mese – RLS nelle rappresentanze aziendali: OPPORTUNO UN CAMBIAMENTO?

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

          “E non è necessario perdersi

in astruse strategie,

tu lo sai, può ancora vincere

chi ha il coraggio delle idee”.

(R. Zero, “il coraggio delle idee”)

Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza è figura ormai arcinota ed istituita, prima ancora che dal Decreto legislativo n.81/2008 dal suo antenato, il Decreto legislativo n. 626/1994.

I compiti di tale figura sono molteplici e della sua importanza ci ha fatto memoria qualche tempo fa un articolo dell’ottimo Andrea Merati su questa Rivista. Per sommi capi diremo qui che la figura si pone come “controcanto” del datore di lavoro in tema di sicurezza, con la possibilità di consultare i documenti e le prassi in atto in azienda, intervenire su di esse suggerendo miglioramenti e proposte di prevenzione, rappresentare le esigenze e le istanze in materia dei lavoratori, fino alla partecipazione alla riunione periodica del SPP ed anche alla possibile interlocuzione con le attività di vigilanza in materia antinfortunistica e prevenzionale. Potremmo dire che i Testi Unici sulla sicurezza hanno assecondato, e in alcune realtà anche anticipato, quella tendenza partecipativa che sola può contribuire ad una vera modernizzazione dell’impresa che vuole crescere ed innovare.

Nessun dubbio in merito: la sicurezza reale (e non cartacea o favolistica) non può non passare da un reale coinvolgimento dei lavoratori e delle loro istanze.

Ma proprio per questo c’è una parte della norma che appare, per così dire, poco “democratica”.

Il RLS (art. 47 del D.lgs. n.81/2008) è eletto direttamente nelle aziende fino a 15 dipendenti (pardon, lavoratori), e qualora nessuno voglia farlo o l’azienda sia troppo piccola perché si propongano nominativi al proprio interno viene istituita la figura del rappresentante territoriale dei lavoratori (RLST). E fin qui tutto bene, anche se la nomina del RLST e la funzione ed il sistema di rappresentanza degli organismi paritetici ha avuto alcuni alti e bassi e tuttora non è perfettamente chiaro, giusto quel tanto di alone di mistero che avverti quando chiedi di certi meccanismi, infilandoti in un labirinto di cui è difficile trovare l’uscita (sul perché qualcuno preferisca il labirinto alla strada dritta si possono sprecare le ipotesi, ma non è questo il luogo adatto per parlarne).

Il comma 4 dell’art 47 però così recita: “Nelle aziende o unità produttive con più di 15 lavoratori il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è eletto o designato dai lavoratori nell’ambito delle rappresentanze sindacali in azienda.

Solo se non esistono rappresentanti si torna all’elezione diretta libera.

Quindi, se in un’azienda con più di 15 lavoratori (come lavoratori si contano anche soci ed altre figure non dipendenti quindi il 15 ha una consistenza del tutto differente da quella usuale, ad esempio per l’articolo 18 o per la L. n. 68/99) vi fossero delle rappresentanze sindacali, i dipendenti sembrano sostanzialmente obbligati a scegliere all’interno di tali rappresentanti.

Ora sembrerebbe tutto chiaro e lineare ed anche facile; in fondo, se i lavoratori hanno eletto e dato fiducia ad un certo numero di rappresentanti sindacali vorrà dire che hanno già espresso una preferenza di rappresentanza: perché complicare le cose con un‘ulteriore elezione? E poi, se lo scopo del RLS è quello di rapportarsi in un clima partecipativo con l’azienda, chi potrebbe svolgere al meglio tale funzione se non proprio chi già si confronta normalmente con l’azienda su altri temi, così da poter sviluppare un confronto unico e costruttivo?

Peccato che … le cose si possono vedere in un altro modo.

Con la necessaria premessa che non è qui in discussione il ruolo e la funzione del sindacato in azienda, i due assunti precedenti non sono per nulla incontrovertibili.

In prima battuta proprio per come sono costituite le rappresentanze aziendali (art. 19, L. n. 300/70).

Sappiamo che insieme alle RSU (che hanno un’origine sostanzialmente elettiva) ci sono anche le RSA, la cui nomina discende spesso “dall’alto” dell’organizzazione sindacale. Non sempre tali RSA sono, per così dire, illuminate, ho visto casi (nemmeno pochi) in cui i lavoratori chiedevano per piacere che l’azienda non desse retta a certe RSA, che stavano portando avanti idee del sindacato completamente scollate dei lavoratori. Anche se in misura minore, questo accade pure con certe RSU, anche perché esse possono essere costituite solo a cura delle associazioni sindacali, che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva (o che abbiano partecipato alle trattative). Quindi la prima osservazione è che non qualsiasi organizzazione può istituire rappresentanze in azienda (ma soltanto alcune) e che in ogni caso il tutto giace sotto la coltre dell’inattuato art. 39 della Costituzione, con tutti i problemi che si porta dietro e di cui abbiam parlato più volte, ma che pochi sembrano intenzionati a risolvere, quasi che a farlo si rischiasse di scoprire un vaso di Pandora.

Quindi, rispetto alle scelte che potrebbero fare i lavoratori in merito ad un loro rappresentante per la sicurezza (cosa serissima, ne converrete), tali scelte appaiono fortemente condizionate qualora vi fossero delle rappresentanze sindacali costituite in azienda. La seconda osservazione è tuttavia ancora più pertinente al tema: siamo davvero sicuri che i ruoli e le funzioni delle rappresentanze sindacali in azienda e del RLS siano così facilmente sovrapponibili?

Come abbiamo detto, la logica che sta dietro al RLS è sostanzialmente partecipativa e di coinvolgimento, seppur un coinvolgimento in un certo modo anche con una funzione di contraltare, ma con lo scopo preciso di muovere proattività, efficacia e consapevolezza in tema di salute e sicurezza sul lavoro.

In alcune realtà l’interpretazione del ruolo del RSA e/o RSU è invece visto in funzione antitetica, oppure di rappresentanza, come detto, più delle istanze e delle posizioni sindacali, talvolta per nulla in linea con le esigenze reali dei lavoratori (sia concessa la sincerità).

E quindi in tali casi può succedere che:

  • l’RLS/RSA sia un’occasione persa per implementare la cultura della sicurezza aziendale: le istanze portate avanti sul tema avranno il medesimo grado di velleità e conflittualità;
  • anche dal punto di vista datoriale, istanze pure giuste vengano prese male in quanto provenienti “dal solito rompiscatole”;
  • l’RLS/RSA non sia percepito dai lavoratori come punto di riferimento;
  • in alcune realtà l’RLS/RSA abbia tante cose da fare diverse sui vari ruoli da diventare un elemento inefficace;
  • talvolta, si assiste purtroppo ad uno “scambio contrattuale” non virtuoso fra salute e sicurezza e questioni economiche o di trattamento. Insomma, con tanti saluti alle buone intenzioni della norma, tale situazione non sembra per nulla

La soluzione? Basterebbe una semplice abrogazione del comma 4 dell’art. 47. Che è poi la proposta che timidamente azzardiamo.

Aggiungiamo, per i più scettici, che non vi è nessuna preclusione che i lavoratori, ma stavolta liberamente, eleggano come RLS un RSA/RSU. Oppure, come proponiamo, che individuino specificamente qualcuno – rappresentante sindacale o no – che possa per loro essere il più garante possibile della loro partecipazione attiva e di controllo al sistema di sicurezza aziendale.

Apriamo il dibattito?

 

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