Una proposta al mese – PAGAMENTO “DIRETTO” DELLA CASSA INTEGRAZIONE TRAMITE LE AZIENDE: una semplificazione operativa e un diverso orizzonte concettuale

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

“Donaci, padre Zeus, il miracolo di un cambiamento”

(Simonide di Ceo)

In questo periodo di Covid, si discute molto di cassa integrazione e delle altre provvidenze rivolte alla popolazione lavorativa dipendente (vi è anche una fascia indipendente comunque bisognosa, ma qui vogliamo focalizzare il punto su un aspetto specifico). Nella speranza che quanto stia succedendo serva non solo per ripartire, ma per ricominciare imparando dagli errori del passato (e, possibilmente, migliorando radicalmente), dedicheremo ad alcuni aspetti lavoristici alcune riflessioni (come facciamo da anni in questa rubrica, del resto, sperando che lassù qualcuno ci senta – che ci ami è difficile, per quello bisogna andare “molto più su”…). Cos’è, in linea generale, la cassa integrazione? (sì, lo so che molti lettori lo sanno e conoscono buona parte delle nozioni introduttive che, seppur brevemente seguiranno, ma non ci abbandona la speranza di essere letti anche da qualche non addetto ai lavori – e poi, un’introduzione alla materia serve a pulire le idee). Essa è, tecnicamente, una “prestazione a sostegno del reddito”: in un periodo di “magra” più o meno contingente (scarsità di ordini, blocco aziendale – come per la Covid – riconversione produttiva etc.) vi è in un’azienda un calo di lavoro. Invece di licenziare tutti o parte del personale (con innumerevoli risvolti tragici, sia lato lavoratore (per ovvie ragioni), sia lato azienda, che perderebbe il tal modo le proprie maestranze fi
delizzate e formate, la prestazione lavorativa viene “congelata” (sospesa) in tutto o in parte, e per questo periodo di sospensione il lavoratore riceve per sopravvivere un contributo dallo Stato per mezzo dell’Inps (per dirla sul generico, in realtà ci sono differenti enti preposti, ma di questo parleremo un’altra volta). Sì sopravvivere, perché il contributo non compensa mai lo stipendio perso, ed anzi più la retribuzione è alta più la distanza fra essa ed il sussidio di cassa integrazione aumenta. Ma vi sono altri tipi di prestazione di sostegno, ricordiamo solo le più importanti: malattia, maternità, congedi parentali, permessi L. n. 104, assegni familiari. Anche queste intervengono in un momento di bisogno personale del lavoratore e per alleviarne le negative conseguenze economiche. Anche queste prestazioni sono in genere fornite da Inps attraverso il datore di lavoro, con il metodo del conguaglio, che funziona in questo modo: il datore di lavoro anticipa le prestazioni al lavoratore per conto di Inps e le recupera subitamente dai contributi che deve versare all’Istituto. Questo meccanismo di conguaglio – ben funzionante nel suo insieme, malgrado alcune complessità burosauriche tipicamente italiote e a cui non sappiamo rinunciare – si applica in via normale anche alla cassa integrazione (d’ora in poi la chiameremo Cig per semplicità, intendendo così genericamente tutti i trattamenti di cassa); il datore la anticipa e poi conguaglia con quanto deve all’Inps. Sennonché la Cig ha una particolarità: spesso non è uno o qualche lavoratore che percepisce la prestazione, ma l’azienda nel suo complesso (pensate alla chiusura Covid) o una parte considerevole: in tali casi può andare in crisi tutto il meccanismo economico e finanziario dell’azienda che quindi non potrebbe, come accade in via normale per le altre prestazioni, anticipare somme divenute considerevoli. In tal caso l’azienda può chiedere, documentando la propria situazione di difficoltà (ma ciò non è stato richiesto per la Covid, essendo evidente e palese il diffuso stato di crisi), il pagamento diretto da parte di Inps (e qui entriamo nel vivo della nostra proposta). Se avete ancora un attimo di pazienza, faccio un piccolo “spiegone” di come funziona il pagamento diretto, enumerando una serie di passaggi (per citare solo i principali). Nota bene: quando dico “datore di lavoro” intendo in realtà per buona parte il consulente del lavoro che gestisce per lui gli adempimenti.

a) Il datore di lavoro elabora le buste paga con le presenze del lavoratore (in cassa tutto il mese o per il minor periodo) facendo una serie di conteggi. E questo è quello che fa solitamente tutti i mesi quando paga lo stipendio.

b) A fine mese il datore di lavoro manda i dati ad Inps utili per la pensione e per la posizione contributiva in genere di ciascun lavoratore (oltre che per diverse altre funzioni) con il flusso UniEmens. Anche questo è un fatto normale.

c) Il datore di lavoro paga la parte di stipendio di sua spettanza a ciascun lavoratore.

d) Il datore di lavoro paga contribuzione e ritenute fiscali di sua spettanza per il mese in questione. (nota: anche le precedenti lettere c) e d) sono fatto normale, che avviene anche in caso di Cig; da qui in poi cominciano le eccezioni per il pagamento diretto).

e) Il datore di lavoro trasferisce ad Inps una parte dei conteggi e delle presenze utili all’Istituto (che altrimenti non saprebbe cosa è successo in azienda).

f) Inps a sua volta elabora questi conteggi per capire cosa erogare al lavoratore in termini di Cig.

g) Il datore di lavoro trasferisce (oltre a presenze e conteggi) una mole impressionante di dati ad Inps che riguardano ciascun lavoratore (dati anagrafici, composizione del nucleo familiare, indirizzo, Iban, trattenute sindacali, etc., etc.). Questi sono dati che il datore di lavoro ha e gestisce normalmente, ma Inps no (e quindi per sostituirsi nel pagamento al datore di lavoro ne ha bisogno). Le operazioni f) e g) vengono fatte con lo stesso modulo (si chiama SR41, sembra il nome di un aereo da guerra) ma concettualmente sono due operazioni diverse ed entrambe onerose.

h) Inps in tal modo provvede ad effettuare il pagamento mese per mese sull’Iban di ciascun lavoratore.

i) Inps come sostituto di imposta (erogatore di somme di lavoro dipendente o assimilato) trattiene le somme mensili e le versa; a fine anno rilascerà la CU per ciascun lavoratore. Questa dovrà essere sommata alla CU rilasciata dal datore di lavoro e genererà la necessità di una dichiarazione dei redditi o di una complessa operazione di conguaglio.
Mettiamo tutto questo in una ditta di 50 dipendenti ed osserviamo che, a fronte del pagamento diretto:

– il datore di lavoro (N.B. oltre al lavoro solito che non è diminuito), è onerato di 50 trasmissioni di presenze e conteggi ad Inps; – il datore di lavoro è onerato altresì di 50 trasmissioni-monstre di dati relativi ai dipendenti;

– Inps deve sviluppare a sua volta conteggi per ciascuno dei 50 dipendenti; – Inps deve processare il pagamento a ciascuno dei 50 dipendenti sul relativo Iban;

– Inps deve accreditare con procedura interna la contribuzione figurativa (sempre un onere per 50); – Inps deve versare (o comunque accreditare) le ritenute fiscali operate sulla Cig erogata;

– Inps deve rilasciare 50 CU (oltre a quelle dell’azienda);

– l’Agenzia delle Entrate riceve ulteriori 50 CU, trasmesse dall’Inps;

– 50 dipendenti si devono porre il problema di come fare la dichiarazione dei redditi per la presenza di due CU nell’anno fiscale. In una ditta di 50 dipendenti, come vedete, vi sono almeno 450 adempimenti in più del normale (suddivisi fra i vari soggetti) particolarmente onerosi perchè eccezionali e non ricorrenti, che – attenzione, attenzione – con il pagamento anticipato da parte dell’azienda non ci sarebbero.

Se la cassa prosegue diversi mesi o magari è a cavallo di un anno, tutte o una buona parte di queste operazioni si moltiplicano per ciascun mese e per ciascun anno; 450 operazioni aggiuntive sono pertanto solo quelle in cui la Cig è intervenuta nell’ambito di un solo mese di calendario.

Non è finita qui. In casi di ricorso generalizzato alla Cig con pagamento diretto (è capitato qualche anno fa con una diffusa crisi economica, capita ora per la Covid), siccome la mole di dati che arriva ad Inps è enorme e i soldini ai lavoratori rischierebbero di arrivare ben dopo la morte per fame/inedia (le aziende, ricordate, sono bloccate perchè non hanno liquidità e quindi non possono anticipare), cosa si inventa lo Stato (con il geniale contributo di banche e sindacati)? L’anticipazione bancaria, cioè che il dipendente che ne necessita può chiedere a banche convenzionate, con costi (forse) calmierati (gratis non si fa nulla), una somma di anticipazione sulla “cassa che verrà” (sembra il titolo di una canzone del compianto Lucio Dalla … suonerebbe tipo, “cara banca mi iscrivo, così mi mantengo un po’…). Questo significa per ciascuno dei 50 dipendenti suddetti: – l’apertura di un conto bancario ad hoc, se non hanno la fortuna di essere già nella banca giusta; – da parte della ditta, 50 dichiarazioni, una per dipendente, ad attestare che ciascun dipendente ha fatto Cig e per quanto (ferma ma restando la responsabilità in solido se la Cig non viene erogata per errori di comunicazione ad Inps del datore di lavoro); – l’apertura da parte della banca di 50 conti e di 50 posizioni da monitorare. Fanno altri 200 adempimenti che sommati ai precedenti fanno 650 (per inciso: non dobbiamo dimenticare che questi passaggi hanno tutti un costo, di tempo, di stipendi, di oneri dei professionisti, di risorse umane statali, di errori; semplificazione è una parola che si sposa spesso con economicità). Sono sicuro di aver tralasciato qualcosa, 650 è da considerare un numero per difetto, ma siccome parlare di queste cose mi sviluppa un crescente senso di afflizione, se non peggio, spero mi perdonerete di aver tralasciato qualche passaggio. Proviamo a ribaltare la cosa (ecco che arriva la proposta). L’azienda non ha soldi, questo l’abbiamo detto ed è il punto di partenza, e quindi non può anticipare di suo, Ma… e se questi soldi le arrivassero da Inps? (è questa la nostra proposta, come tutte le cose semplici, ci si mette di più a spiegare il preambolo che ad arrivare al nocciolo della questione). Inps potrebbe, sulla base dei dati generali di sospensione forniti dall’azienda, anticipare i soldi per tempo sul conto corrente aziendale (magari vincolandoli, per la ditta e anche per la banca, solo al pagamento delle indennità di cassa, non è certo una cosa impossibile), l’azienda anticiperebbe le relative indennità e complessivamente gli stipendi spettanti, che arriverebbero regolarmente (seppur diminuiti, come detto) ai lavoratori, l’azienda fornirebbe un rendiconto mensile, gli eventuali soldi avanzati tornerebbero ad Inps.

Riepiloghiamo i passaggi:

– comunicazione preventiva ad Inps da parte dell’azienda (1 operazione);

– erogazione da parte di Inps dei quattrini necessari sul conto aziendale (1 operazione);

– controllo della banca fra corrispondenza dei pagamenti di cassa ed utilizzo della somma vincolata (1 operazione);

– rendicontazione finale dell’utilizzo (1 operazione, anche no perché sarebbe fatta tramite UniEmens);

– eventuale restituzione dei soldi avanzati ad Inps (1 operazione, peraltro eventuale). Le altre operazioni sono interamente assorbite da quelle fatte normalmente dal datore. Io so già che qualcuno sarà perplesso dal fatto di anticipare i soldi, immaginando che le aziende siano tutte brigate di banditi truffaldini (oddio, qualcuno di scorretto effettivamente c’è) che potrebbero appropriarsi dei soldi invece di darli ai lavoratori. Però, anche ora, a consuntivo, non viene fatto nessun accertamento se i soldi delle prestazioni siano effettivamente pagati o no. Su questo ci sono però responsabilità penali. Inoltre, in alternativa al controllo della banca (che già avevamo previsto e che potrebbe avere efficacia), si potrebbe prevedere un’asseverazione da parte di professionista abilitato, magari quando l’erogazione superasse un certo importo (un po’ come il visto di conformità sui crediti in F24). Ai fini della semplificazione, accertamento della banca o del professionista, è sempre una sola operazione. E peraltro, si osservi, renderebbe il meccanismo complessivo più al sicuro da qualsiasi ipotesi frodatoria, anche rispetto all’attuale sistema.

Il tutto comporterebbe alcuni vantaggi (qui ipotizzati su 50 lavoratori, provate ad immaginare la cosa per 3 milioni di dipendenti):

– 4 o 5 operazioni contro (almeno) 650; – snellezza del sistema; – immediatezza del pagamento; l’attuale sistema, con il massimo della buona volontà, l’immediatezza non la assicura proprio: basta accertarsi di quante “mosche bianche” abbiano ricevuto i soldini promessi per “il 15 di aprile” (sic);

– sicurezza del sistema contro comportamenti ipoteticamente truffaldini (data l’asseverazione professionale od il controllo bancario);

– mancati equivoci o disfunzioni derivanti dall’intreccio/scambio di dati (succede molto più spesso di quanto non si creda).

Su questo ultimo aspetto diciamo una cosa che farà contenti gli amici che si occupano di privacy: la legge prevede che la movimentazione (specie telematica) ed il trattamento dei dati sia effettuato con principio di necessità (e, diremmo noi, di massima economicità organizzativa) proprio ad evitare che in ognuno di questi passaggi qualche dato si perda o si condivida in maniera impropria o addirittura venga più facilmente sottratto (per carità di patria, non entreremo qui nei vari data breach del sistema Inps denunciati negli scorsi giorni e nemmeno degli adempimenti privacy che aggiungerebbero altre incombenze a quelle, già ingenti, viste sopra).

Ma questa proposta sottende anche un principio filosofico-concettuale, che possiamo riassumere con una domanda: in un caso come questo, il rapporto da rafforzare è quello di lavoro (fra dipendente e azienda) o è quello di consumatore (banca-correntista) o ancora quello di utente (Inps-percettore di prestazione) o se vogliamo di cittadino garantito dallo Stato sempre e comunque? Perché nel primo caso (che è aderente alla nostra proposta) si cercherebbe di costruire o rafforzare quella sinergia fra aziende e lavoratori che può essere foriera di una concertazione ed unità di intenti utile a ben altri scopi e ad una maturità complessiva del sistema produttivo, specie italiano, e di una cultura del lavoro in genere seria e proattiva. Viceversa, negli altri casi si continua ad insistere ideologicamente sulla contrapposizione fra impresa (che si farebbe gli affari suoi) e lavoratore che, abbandonato a se stesso, non può che rivolgersi allo Stato-Inps salvatore, al sindacato-protettore nonchè, per assurdo, addirittura alle banche. Dietro a ciò, tutti i soggetti, politici e non, che di tale “missione” (inutile) si farebbero (indesiderati) apostoli. In un misto di populismo, affarismo, retorica, autocelebrazione (a vario titolo) dei predetti soggetti, di cui non vogliamo peraltro svilire la funzione, a patto che non assurga a tali livelli impropri e strumentali.

La Covid che ha chiuso il destino di diverse persone (sempre troppe, comunque), sia utile almeno ad aprire gli occhi (e la testa) ai tanti che restano.

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