Una proposta al mese – Licenziamenti per giustificato motivo oggettivo: ADELANTE (CON JUICIO)

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

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(Simonide di Ceo)

Abbiamo già espresso nella rubrica che precede il nostro parere negativo in merito al congelamento per due (poi cinque, forse dieci etc.) mesi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, in quanto scelta innaturale, soprattutto se protratta per un lasso di tempo talmente lungo da non ritenersi più giustificabile come misura emergenziale.

Tale scelta sembra manifestare tutta la sua debolezza, tanto che in vista di una possibile proroga fino a fine anno (ma a chi scrive risulta già tragico il differimento al 17 agosto) qualche esperto si scervella per trovare eccezioni.

Ad esempio, in caso di chiusura aziendale (o di reparto) o fallimento ci sarebbe una deroga nella deroga, cioè si potrebbe accedere ai licenziamenti, mentre permarrebbe negli altri casi il divieto. Nulla quaestio verso un’attenzione ai casi suddetti, diremmo macroscopici tanto che il divieto attuale di licenziamento risulta produrre effetti paradossali: anzi, fosse per noi tale deroga andrebbe messa in atto da subito, anche con efficacia retroattiva (cioè salvando chi lo ha fatto lo stesso, magari invocando un principio di pura necessità).

La scelta di selezionare i casi di possibile licenziamento oggettivo sarebbe tuttavia perniciosa, in quanto affiderebbe al Legislatore la difficile indicazione di fattispecie puntuali, non tenendo in considerazione tutti gli aspetti in cui si manifesta l’esigenza concreta di licenziare per motivazioni evidenti.

La soppressione di un ruolo, la riduzione di personale, l’inidoneità al lavoro senza possibilità di ricollocare in altre mansioni, la perdita di requisiti (come la patente o il porto d’armi) sono tutti casi di cui si sente poco parlare ma che sono riconducibili alla medesima ratio: un’impossibilità concreta (oggettiva, appunto – in certo senso quasi indipendente dalla volontà datoriale) di mantenere il posto di lavoro.

Obiettivamente, però, un certo momento di drammaticità sociale sussiste e la preoccupazione del Legislatore (anzi, del conduttore della vita pubblica, visto che stiamo parlando di continua decretazione d’urgenza e di emergenza, giustificata dalla situazione Covid-19 nazionale ed internazionale) è del tutto giustificata. Se il fine è condivisibile, lo è molto meno il mezzo (sopperire ad eventuali crisi con il dilatarsi della cassa integrazione), per diversi motivi. Uno, perché snatura lo scopo della cassa integrazione, che non è quello di una pioggia di aiuti contro la disoccupazione ma è quello di sostenere aziende sane e vive (e i loro lavoratori) in un momento di flessione; peraltro, siccome il significato è il motore delle azioni, abituare a determinati concetti perversi – che stavamo abbandonando a fatica – è un errore dal punto di vista culturale e concettuale che rischia di costare caro in futuro. In seconda battuta, perché la cassa integrazione utilizzata in tal modo rischia di creare uno squilibrio in azienda: con l’attuale sistema, sfruttare settimane concesse “in funzione Covid” magari solo per una o due figure significherebbe limitare la possibilità di fruirne per parti consistenti dell’azienda, in caso di flessione futura, sempre in qualche modo legata all’esigenza Covid.

In terzo luogo, perché l’attuale sistema disomogeneo e molto articolato degli ammortizzatori, complesso e fonte oggi di innumerevoli situazioni critiche, verrebbe a perpetrarsi ancora per mesi, con la moltiplicazione dei problemi.

Da ultimo, perché la situazione artificiosa legata alla sospensione di una posizione ormai non più esistente, ritarderebbe i processi di riavviamento e ricollocazione.

Però anche liberalizzando, come sarebbe opportuno, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo (in realtà, nessun “liberi tutti”: è presidiato dalle tutele previste anche per le altre fattispecie espulsive) alcune manovre possono essere messe in campo. Esse, nelle brevi proposte che seguono, potrebbe riguardare tutti i licenziati – per giustificato motivo oggettivo – in un certo periodo.

– Sul fronte del sostegno economico, il periodo di Naspi potrebbe essere prolungato; ed in particolare, si potrebbe prevedere (in aggiunta, o anche solo in alternativa) la corresponsione dell’indennità piena Naspi per sei (o più) mesi invece che per tre.

– Sul versante della tutela giuridica, oltre a quelle già previste dall’ordinamento, si potrebbe portare per un certo periodo il diritto di precedenza alla riassunzione nelle stesse mansioni (o anche a mansioni di pari livello) ad un anno invece che a sei mesi, garantendo così un minor ricorso ad espulsioni “facili” che si attaccassero al Covid come facile e comoda giustificazione temporanea.

– Rispetto all’incentivazione alla riassunzione, si potrebbero rimettere in funzione meccanismi di buon funzionamento purtroppo abbandonati (ricordate gli incentivi per i licenziati in lista di mobilità?), magari rivisitati: potrebbe ad esempio ammettersi il ricorso al tempo determinato acausale e senza vincoli per un periodo fino a 18 mesi (anche con più proroghe) ed un incentivo che si basi sul contributo Naspi (intero, non in percentuale) spettante al lavoratore, magari condizionando forme più incentivanti alla eventuale conferma a tempo indeterminato.

– Rispetto alla ricollocazione, si potrebbe dare il via a corsi di riqualificazione o a programmazione anche collegati a particolari esigenze produttive, straordinarie o settoriali o stagionali, magari con un monitoraggio sul territorio, con iniziative di sostegno che coinvolgessero – e incentivassero – attori pubblici e privati su progetti seri, in modo trasparente.

Avremmo pertanto due fotografie a confronto: una, quella attuale, di un Paese rigido ed ingessato in posizioni difensivistiche, come un naufrago in mezzo al mare aggrappato saldamente a un piccolo pezzo di ghiaccio che si scioglie lentamente, con una fine rallentata ma inesorabile; l’altra, quella di un Paese che cerca nei migliori strumenti di ricollocazione e nell’incentivazione delle attività ancora produttive o addirittura in via di sviluppo le possibilità di uscire da una crisi che oggi appare non facile. In due parole, programmazione e proattività contro sterile (e momentanea) sopravvivenza.

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