Una proposta al mese – Le ritenute sul lavoro autonomo (partite IVA): POSSIAMO FARNE A MENO ?

di Andrea Asnaghi e Valentina Broggini– Consulenti del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

          “E non è necessario perdersi

in astruse strategie,

tu lo sai, può ancora vincere

chi ha il coraggio delle idee”.

(R. Zero, “il coraggio delle idee”)

 

Correva l’anno 1973. I Pink Floyd pubblicavano The dark side of the moon (a nostro avviso non è il loro album migliore ma tutti i gusti sono gusti), la Grecia passava dalla monarchia alla repubblica, la Guerra-lampo del Kippur innescava (fra le altre cose) una crisi energetica che incise per diverso tempo sulla vita delle persone, in Italia si pensava al compromesso storico e altre amenità del genere, in pieno post ’68 e alla vigilia degli anni di piombo.

Ma sono anche gli anni in cui partiva l’autotassazione, destinata a rivoluzionare il panorama e le abitudini fiscali degli italiani. Fra gli altri provvedimenti fiume in campo fiscale, veniva emanato il D.P.R. n. 600/73, il quale aveva come titolo “Disposizioni in tema di accertamento delle imposte sui redditi”. Come risulta evidente, lo scopo della corposa normativa, destinata ad avere influenza negli anni a venire ed ancor oggi, era quella di trovare forme di accertamento delle entrate. Uno dei meccanismi, anzi IL meccanismo principe individuato a questo scopo era quello della sostituzione di imposta: su determinate categorie di redditi (quelle evidentemente ritenute più suscettibili di elusione, e sulle quali quindi aveva senso concentrare pratiche di verifica incrociata) l’erogante (il sostituto d’imposta)  sul compenso dato al percipiente (il sostituito) all’atto del pagamento tratteneva una somma (la ritenuta) che versava allo Stato; tale somma fungeva da iniziale versamento di una parte di imposte del sostituito. Per dar conto delle trattenute e dei relativi versamenti il sostituto inoltre doveva (e deve tuttora):

  • compilare una dichiarazione riepilogativa delle stesse (quello che oggi conosciamo ancora come mod. 770);
  • rilasciare una certificazione ad ogni singolo percipiente sostituito indicante l’ammontare dei compensi erogati e delle ritenute effettuate, di modo che tale certificazione potesse essere utilizzata dal percipiente ai fini della dichiarazione dei propri redditi e delle tasse già pagate con il meccanismo della ritenuta. Focalizziamoci su questo preciso particolare: il meccanismo in questione, lo dice il titolo stesso della norma, aveva il preciso scopo di un tracciamento delle somme erogate (ai fini dell’accertamento della loro percezione) e non tanto quello di un incasso in anticipo di alcune somme: per quello infatti, era stato istituito il parallelo meccanismo dell’acconto, per cui il contribuente doveva pagare in anticipo, sulla base dello storico dell’anno precedente, la quasi totalità delle tasse presuntivamente dovute entro la fine dell’anno fiscale, anzi un mese prima.

Questo ambaradam burocratico si basa su un sistema di intreccio di operazioni reciproche perfetto da un punto di vista formale, ma che presenta diverse criticità sul lato pratico:

  • una cospicua onerosità gestionale: pago, faccio la trattenuta, la verso, a fine anno certifico, trasmetto la certificazione per via telematica, la invio al percipiente, faccio il riepilogo di trattenute e versamenti, verifico eventuali somme a credito o debito; – se il sostituto di imposta non versa le ritenute (non è che non capiti mai…), il percipiente che dimostri con un pagamento tracciabile di aver subìto dette trattenute può scomputare dai propri redditi (in questo caso è lo Stato che deve rincorrere il trasgressore e cercare di farlo pagare); – se il pagamento non è stato fatto in modo tracciabile e la certificazione latita, è il percipiente-sostituito che sarà onerato dal dover pagare due volte (la prima con la trattenuta, la seconda perché la trattenuta non certificata non gli verrà riconosciuta dal fisco); – lo Stato riceve un flusso magmatico di versamenti e dati da controllare (bisogna anche dire che la farraginosità dei processi porta – ed è anche un caso recente – a qualche mancato abbinamento e all’emissione delle famose e sempreverdi richieste pazze); – la ritenuta indiscriminata porta spesso ad un’esposizione a credito del contribuente (in altre parole: con le ritenute costanti ha pagato più tasse e gli devono essere ridate) e questo provoca altri passaggi ed intoppi burocratici (in cui si può nasconde magari anche qualche furbizia), oltre alla mancata liquidità; – se nei vari passaggi qualcuno (sostanzialmente il sostituto) sbaglia, rischia sanzioni pesanti.

Tuttavia, con l’avvento della telematica (anzi potremmo dire che la telematica è quasi cosa dell’altro ieri) il fisco dispone in tempo reale della congerie di dati che sarebbero necessari e sufficienti a conseguire l’opera di accertamento che quasi 50 anni fa era stata congegnata in tal modo.

Basti pensare alla fatturazione elettronica e quindi al meccanismo di intreccio del dato che in tal modo si realizza.

Voi direte. Ma non tutti i professionisti sono soggetti alla fatturazione elettronica, vedi i forfettari ad esempio (quelli con volume d’affari sino a 65mila euro annui, per intenderci). Vero. Ma è altrettanto vero che quegli stessi soggetti sono esonerati dall’applicazione della ritenuta d’acconto. Quindi qualcuno ha ritenuto non fosse utile/necessario applicare loro il meccanismo di accertamenti sopra descritto.

In buona sostanza: con tutto che sono passati quasi 50 anni e l’unica cosa che non è ancora passata di moda (per chi ha i nostri gusti, si intende) sono proprio i Pink Floyd (e, purtroppo, i conflitti mediorientali), perché non prendere l’occasione per annullare le ritenute d’acconto per tutto il mondo del lavoro autonomo? Almeno quello caratterizzato dalle partite IVA.

Perché…

  • ci sono oggi altri e ben più pregiati sistemi di accertamento;
  • l’attuale flusso di informazioni è tale che non solo non semplifica il processo di accertamento e di controllo, ma lo rende (inutilmente) più pesante;
  • nel flusso si possono nascondere intoppi che gravano a vario titolo su sostituto, sostituito e Stato (e noi amiamo tutti e tre i soggetti); – l’eventuale anticipo di tasse (fabbisogno finanziario) può essere realizzato in altro modo (c’è già, l’acconto di imposta).

Rendendo obbligatoria la fatturazione elettronica anche per i forfettari (proposta già al vaglio del Legislatore per i sopracitati motivi di possedere quante più informazioni possibili), lo Stato disporrebbe delle fatture attive di tutti, autonomi compresi. Così facendo si potrebbero annullare in un colpo solo le ritenute d’imposta, quindi la Certificazione Unica, quindi il Mod.770 relativi agli autonomi.

Il nostro Legislatore è stato così illuminato da anticipare tutta l’Europa con l’introduzione della fatturazione elettronica; potrebbe ancora esserne capace attuando la tanto decantata semplificazione, utilizzando gli strumenti che ha lui stesso ha introdotto?   

 

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