Una proposta al mese – Le ritenute fiscali in appalto: un’azione comune a norma di legge contro l’improvvisazione

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

“Donaci, padre Zeus, il miracolo di un cambiamento”

(Simonide di Ceo)

In Italia, ahimè, non siamo spesso avvezzi al rispetto delle regole; siamo, per cosi dire, un popolo di furbetti e che riempie i furbetti di ammirazione, laddove in altri Paesi i medesimi comportamenti sarebbero oggetto di vergogna e additati al pubblico ludibrio. C’è però da dire che anche lo Stato, che dovrebbe dare il buon esempio (il pesce, come dice un vecchio adagio, puzza dalla testa) ci mette del suo. E difatti una delle norme meno rispettate è nientedimeno che lo Statuto del Contribuente, Legge 27 luglio 2000, n. 212. Che non è una leggina qualunque, ma assume un rango molto importante, quasi costituzionale, come recita l’incipit della Legge stessa (art. 1, comma 1):

Le disposizioni della presente legge, in attuazione degli articoli 3, 23, 53 e 97 della Costituzione, costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario e possono essere derogate o modificate solo espressamente e mai da leggi speciali.

Sono, come si vede, parole pesanti: la legge non vuole che il cittadino scherzi con il fisco (ci mancherebbe), ma al contempo pretende che nel ruolo di imposizione fiscale lo Stato sia serio, preciso e puntuale e non “sfarfalleggi”, ponendo alla base di tale azione regole stringenti per ogni futura normazione tributaria o che ad essa direttamente od indirettamente si riferisca. E che la parte inerente le ritenute fiscali abbia abbondantemente natura tributaria sembra preclaro: ma per chi avesse qualche dubbio, basterebbe considerare, a contrariis, che nel febbraio del 2000 la Corte Costituzionale bocciò una proposta referendaria in tema di ritenute fiscali e sostituto di imposta sostenendo che la materia era sottratta alla consultazione pubblica in forza dell’art. 75, comma 2 della nostra Costituzione essendo di competenza tributaria (come appunto volevasi dimostrare).

Occorre a questo punto un immediato fast forward per tornare di colpo ai giorni nostri (d’accordo, viene un bel po’ di rimpianto nel confrontare la dignitosissima scrittura legislativa di ieri con quella odierna, ma con un po’ di coraggio possiamo farcela) e posizionarci sull’art. 4 della Legge 19 dicembre 2019, n. 157, che ha convertito il Decreto Legge 26 ottobre 2019, n. 124, con importanti modificazioni anche proprio relativamente al predetto art. 4. La disposizione è nota, ed è stata anche commentata in altri articoli di questa Rivista. Non vogliamo stavolta soffermarci sul giudizio, che a parer di chi scrive non può che essere nettamente ed incontrovertibilmente negativo, della norma in questione, pessima sia nella scrittura che nell’applicazione pratica (e finanche nelle finalità, perchè non le coglie minimamente) ma da bravi cittadini ci poniamo nella condizione di rispettarla, bevendo l’amaro calice con la magra consolazione dei nostri padri latini: dura lex sed lex (detto che, con l’andazzo odierno, potrebbe tranquillamente essere modernizzato in stulta lex sed lex).

Orbene, apprestandoci ad intraprendere tutta la serie di norme inutili e farraginose previste dall’art. 4 ci fermiamo, ricolmi di speranza, laddove avvertiamo (comma 5) che qualcuno è sottratto a dover produrre tanta faticosa documentazione in presenza di precisi requisiti (che qui elenchiamo in modo sintetico, essendo fatti noti): – essere in attività da almeno tre anni; – essere in regola con gli obblighi dichiarativi; – avere eseguito, nell’ultimo triennio in cui sono state fatte dichiarazioni, versamenti evidenziati nel conto fiscale per un importo di almeno il 10 per cento dell’ammontare dei ricavi o dei compensi risultanti dalle dichiarazioni; – non avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi per importi superiori ad euro 50.000 relativamente ad imposte, ritenute e contributi obbligatori.

Mentre qualcuno – in possesso dei predetti requisiti – comincia a tirare un sospiro di sollievo, ecco far capolino una mefitica disposizione, per cui i requisiti dovranno essere certificati. In che modo? Ce lo dice il successivo comma 6, che riportiamo per intero.

6. A decorrere dalla data di applicazione della presente disposizione, la certificazione di cui al comma 5 è messa a disposizione delle singole imprese dall’Agenzia delle entrate e ha validità di quattro mesi dalla data del rilascio.

Tutto bene? Sì e no, perché ad oggi della possibilità di questa certificazione nulla si sa. Eppure, lo Statuto del Contribuente, (qui usiamo il tasto rewind ) è molto chiaro al riguardo.

Art. 3 comma 2. In ogni caso, le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore o dell’adozione dei provvedimenti di attuazione in esse espressamente previsti.

Ma quindi che si fa? Qualcuno dice che per non sapere né leggere né scrivere in attesa della messa a disposizione della certificazione il sospiro di sollievo di cui sopra rientrerà e che sarà sostituito da un gemito di passione, per cui …. tutti a fare cartaccia.

Noi invece proponiamo (per una volta la proposta non è rivolta al Legislatore ma al Contribuente; del resto al Legislatore abbiamo già suggerito il mese scorso di buttar via tutto e di fare cose più pregnanti ed efficaci) una cosa molto più semplice. Verificato (dobbiamo essere sicuri, mi raccomando) che si posseggono i requisiti di cui sopra, ogni soggetto interessato invii una pec alla sede dell’Agenzia Entrate competente per territorio di questo tenore:

Spett.le Agenzia Entrate di ….
Essendo il sottoscritto (identificazione completa del richiedente) in possesso di tutti i requisiti di cui all’art. 4 ,comma 5 del D.L. 124/2019, conv. in L. 157/2019, richiede la certificazione prevista alla predetta disposizione. Avvisa altresì che in eventuale assenza di disposizioni operative relativamente alla certificazione per cui la stessa non possa essere tempestivamente rilasciata da codesta Spettabile Amministrazione ricevente, si riterrà in ogni caso esonerato da qualsiasi obbligo di produzione documentale o di adempimento previsto dalla predetta disposizione, nell’attuale e fino al 60° giorno dopo l’emanazione delle istruzioni operative per ottenere la certificazione in argomento, ai sensi dell’art. 3 comma 2 della L. 212/2000.
Ringraziando per l’attenzione, saluta con deferenza.

Facciamolo tutti, tutti insieme. Non lasciamo andare avanti, come al solito, i più coraggiosi.

Consigliamolo come associazioni professionali e di categoria.

Precisiamo: non è un atto di disobbedienza civile, è – al contrario – un atto in ossequio ad importanti leggi dello Stato, che vogliamo rispettare e anche che siano rispettate.

Come dite?

Nello Statuto del Contribuente c’è anche una disposizione che dice (art. 8, comma 1) che l’obbligazione tributaria può essere estinta anche per compensazione? E che a mente dell’art. 1 dello Statuto, sopra riportato, questa disposizione potrebbe essere modificata solo espressamente, per cui la deroga che vieta le compensazioni contenuta nell’art 4 del D.L, in commento, non facendo espressa menzione di deroga allo Statuto, deve risultare inefficace?

Che avete ancora da dire?

Che nell’art. 5 dello Statuto del Contribuente è prevista da parte dell’Amministrazione Finanziaria un’idonea, completa e tempestiva informazione che consenta la trasparenza e piena applicazione delle norme, mentre sulla maggior parte di quest’art. 4 ci sono più domande che risposte? E che quindi in un Paese serio si bloccherebbe tutto questo bailamme in attesa di seri e reali chiarimenti? Benedetta gente, allora non mi state a sentire: ma non vi ho detto all’inizio che fra le leggi meno rispettate vi è proprio lo Statuto del Contribuente?

Fatemi fare un’ultima preghiera, questa volta però rivolta ai committenti: dal 22 febbraio prossimo venturo, per cortesia, non bloccate i pagamenti agli appaltatori onesti e fidati a seguito della mancata presentazione della documentazione e/o della certificazione. Grazie

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