Una proposta al mese – Lavoro Autonomo Occasionale: PERCHÉ NON REGOLARLO MEGLIO?

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

            Donaci, padre Zeus, il miracolo di un cambiamento

(Simonide di Ceo)

Il lavoro occasionale è da sempre un argomento dibattuto nei forum o nei convegni. La prima ragione di ciò è, manco a dirlo, ascrivibile al Legislatore, che nella sua infinità bontà era arrivato addirittura ad utilizzare in passato tale termine in tre fattispecie differenti:

  • lavoro coordinato occasionale (art. 61 – ora abrogato – del D.lgs. n. 276/03) era quello che, inferiore a determinati limiti, non necessitava di un progetto, e che per non far confusione è stato subito ribattezzato dal popolo “mini-co.co.co.” (sussurriamo subito che, a differenza di quanto si legge tal volta, il mini-co.co.co. non è scomparso e quindi è possibilissimo farlo, solo non si chiama più in tal modo perché con l’abolizione del lavoro a progetto, qualsiasi lavoro coordinato e continuativo, con o senza limiti, è esercitabile con le medesime caratteristiche e possibilità di prima, salvo le norme di confine previste dalla nuova disciplina);
  • lavoro occasionale accessorio: quello dei voucher, ora abrogato e poi subito rimesso in pista, con qualche lucidatura e mostruoso incremento di burocrazia, con il nuovo nome di PrestO (N.B. la O sta per occasionale);
  • prestazione d’opera occasionale ex art. 2222: priva di qualsivoglia coordinamento con il committente, è realizzata da soggetto non esercente attività autonoma (professionale o imprenditoriale) in modo abituale: la cosiddetta “ritenuta d’acconto”, qualificabile nei redditi diversi e disciplinata quasi solo fiscalmente ai sensi dell’art. 67, co. 1, lett. l, del Tuir.

Il sadismo del Legislatore del passato (ma in via generale quello del presente lo ha superato di slancio) per rendere le cose complicate aveva ideato per tutte queste fattispecie un limite (5.000 euro annui) superato il quale scattavano regimi differenti. La confusione, soprattutto per operatori inesperti, era pertanto dietro l’angolo.

Ribadito che oggi “occasionale” resta un termine comunque ambiguo, osservando l’evoluzione delle fattispecie di cui sopra non possiamo non notare che nei primi due casi da subito il Legislatore ha avvertito (e ha mantenuto tuttora, addirittura rendendola più stringente) un’esigenza di regolazione e di inquadramento delle fattispecie che portava sostanzialmente a due obblighi, qualunque fosse l’importo e/o la durata della prestazione:

a) una comunicazione preventiva dell’avvio di tale prestazione;

b) una contribuzione previdenziale ed assicurativa, magari minima ma esistente e garantista di una prestazione.

Il lavoro a ritenuta d’acconto (occasionale “puro”) invece no: rimasto il “parente povero” delle prestazioni (autonome, mi raccomando) avventizie, si è solamente pensato di assoggettarne a contribuzione previdenziale la prestazione qualora il reddito annuo lordo percepito dal prestatore (nella somma degli importi ricevuti da qualsiasi committente) superasse 5.000 euro. Il che, come sa chi gestisce il flusso normale di queste cose, crea un grosso problema, perché se il prestatore non comunica al committente il superamento della soglia, il committente (obbligato del pagamento) non se la può sognare – e nemmeno potrebbe contare su un ipotetico sistema informativo di qualche Ente (lo so, idee di questo tipo appartengono al mondo delle speranze mistico-chimeriche) perché il lavoro a ritenuta d’acconto non è comunicato a nessuno (se non molto dopo fine anno, in qualità di sostituto di imposta).

La mancata comunicazione e regolazione di questa fattispecie (usata a tempo – e fuor di tempo, come vedremo) comporta, oltre all’appena citato problema della contribuzione, un aspetto tutt’altro che secondario in ordine alle attività di controllo sul fronte lavoristico, previdenziale e fiscale.

Essendo una prestazione ignota, immaginate i cattivi pensieri di un ispettore il quale entrando in un’azienda trovasse un soggetto intento (per fare un esempio) a tinteggiare di fresco il magazzino: da lì scattano tutta una serie di accertamenti volti a comprendere il perchè e il percome della presenza del soggetto nei locali aziendali, in forza del comprendere se tale lavoratore sia o no “in nero” (non è roba da poco, ci sono aspetti sanzionatori non indifferenti).

È un problema non indifferente, tant’è che il Ministero del lavoro (circ. n. 38 del 12 novembre 2010) aveva assunto prima una posizione rigida, poi parzialmente modificata il 9 ottobre 2014, con nota prot. 16920 della DGAI. Secondo quest’ultima versione, il lavoratore non sarebbe comunque in nero se vi fosse un versamento fiscale (cioè la ritenuta d’acconto) effettuata su tale rapporto. Il che va bene se si parlasse di una prestazione di due anni fa, ma non se al prestatore autonomo darò il compenso solo quando (per tornare all’esempio di prima) avrà finito di imbiancarmi il magazzino, non certo prima. Qualche esperto consiglia, a mo’ di difesa, il versamento immediato alla prestazione di una piccolissima somma con ritenuta d’acconto, con cui poi dimostrare la non volontà di occultare il rapporto. (sennonché la ritenuta è anonima e non battezzata su alcun soggetto). Qualche altro suggerisce ancora di elaborare un documento con data certa contrattualizzando le intenzioni delle parti e l’accordo raggiunto, a dimostrazione dell’autonomia ed occasionalità del rapporto.

Nasce così (ahimè quanto ci siamo abituati…) diverso contenzioso e diversa confusione, una serie di adempimenti oppure l’incoscienza e spavalderia (di qualcuno che utilizza tale fattispecie per mascherare prestazioni subordinate) contrapposta ad un serio controllo.

Ma le possibilità di elusione o di confronto non finiscono qui. Sul piano fiscale, pensate ad un nonno imprenditore con tanti nipotini (permetteteci di romanzare un po’ queste tecniche riflessioni) che arrivato a fine anno scopre di aver guadagnato un po’ troppo e di avere in previsione un cospicuo gruzzolo di tasse da pagare: perché non dare come mancia di Natale a ciascuno dei nipoti un bell’importo, inventandosi lavoretti occasionali? Stando sotto una certa soglia, la cosa è estremamente conveniente (N.B. se pensate che, nonno a parte, la prestazione a ritenuta d’acconto non possa esser utilizzata in modi simili anche quale mezzo di evasione fiscale, allora mettete il prossimo dente che vi cade sotto il cuscino, aspettando fiduciosi di trovarvi la mattina dopo un soldino grazie all’intervento della Fatina buona).

Quindi ricapitoliamo: mezzo rischioso anche per chi lo utilizzasse in buona fede ed opportunamente, mezzo che si presta ad inopportune elusioni lavoristiche o fiscali per chi volesse “marciarci sopra”. Per amore della brevità non vi espongo le altre infinite possibilità con cui l’elusione potrebbe avvenire: solo per dirne una, se verso la piccola ritenuta – ricordate anonima – ma non interviene nessun controllo – alla fine del lavoro pago in nero e straccio anche il contratto con data certa – e recupero pure la ritenuta versata (!) il tutto con buona pace delle geniali pensate ministeriali.

La cosa è ridicola se pensate poi che se prendo un soggetto per tagliare il prato di casa mia e lo voglio pagare con i PrestO, sono obbligato a complicatissime trame anche per importi piccolissimi, se lo voglio pagare anche con importi più considerevoli per imbiancare il magazzino della mia azienda non ho obblighi particolari (tranne qualcuno, peraltro anche ambiguo perché mal spiegato, in termini di sicurezza).

Eppure ci sarebbe una norma molto semplice: obbligare il committente ad una comunicazione preventiva di attività di lavoro occasionale, senza la quale comunicazione la stessa sarebbe considerata, in caso di ispezione, in nero e non detraibile fiscalmente. Tale comunicazione, anche in forma semplificata, con presumibile data di inizio e fine della prestazione, opportunamente scambiata fra gli Enti permetterebbe maggiori forme di controllo oggi inesistenti (vogliamo parlare dei lavoretti dei lavoratori in cassa integrazione o in Naspi, oppure percettori del reddito di cittadinanza?).

Io di mio, aggiungerei anche l’onere di versamento contributivo a partire dal primo euro e senza aspettare la soglia dei 5.000. Alla Gestione Separata ovviamente, anche senza particolari adempimenti scritturali come accade ora quando è superata la fatidica soglia) e magari con un’aliquota ad hoc a carico del solo committente.

Tutto chiaro, lineare, in fondo anche semplice e non particolarmente oneroso (provate ad utilizzare un PrestO e quanto qui proposto vi sembrerà una passeggiata).

In tal modo l’economia dei lavoretti – che ha sempre più ampia diffusione non perché il mondo è cattivo ma perchè ci sono tendenze (anche onestamente oggettive o legate a scelte individuali) che sono concretamente inevitabili – potrebbe trovare una piccola sponda contributiva. Ricordo a tal proposito che anni fa un ispettore dell’allora Enpals mi raccontava che ai tempi d’oro di Cinecittà diverse comparse raccattate qua e là dal popolino per i vari kolossal dell’epoca si erano costituite una discreta copertura previdenziale solo con queste attività occasionali (ma soggette, ieri come oggi, ad obbligo di comunicazione e contribuzione). Qualcuno ai tempi aveva pensato, evidentemente, che anche dai lavoretti si poteva ricavare qualcosa di buono, di utile, di controllato.

Oggi si spara contro la gig economy, si imbastiscono leggi pastrocchio dal sapore novecentesco, in compenso ci sono vie di fuga e contenziosi da ogni parte. E magari sarebbe sufficiente, o quantomeno un interessante punto di partenza, imbastire qualcosa sulla falsariga della proposta qui esposta.

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