Una proposta al mese – LAUREE ABILITANTI: come un rischio può trasformarsi in opportunità (e viceversa)

di CLARISSA MURATORI Consulente del Lavoro in Milano,  LOREDANA SALIS, Consulente del Lavoro in Roma,  ROBERTA SIMONE, Consulente del Lavoro in Milano

          “E non è necessario perdersi

in astruse strategie,

tu lo sai, può ancora vincere

chi ha il coraggio delle idee”.

(R. Zero, “il coraggio delle idee”)

 

 

INTERROGATIVI E RIFLESSIONI SUL DISEGNO DI LEGGE DELLE LAUREE ABILITANTI

eppur fino a qualche mese fa sembrasse decisamente improbabile giungere in tempi ravvicinati ad una proposta di modifica dei criteri di accesso alla nostra professione, è importante oggi valutare, con la serietà che contraddistingue il nostro Ordine professionale, la proposta del Governo, sempre più concreta, attualmente inserita nel disegno di legge 2751-A in materia di titoli

universitari abilitanti.

La radicale modifica che tale norma porta con sé, è frutto di esigenze contingenti legate all’emergenza epidemiologica che ha attraversato il Paese all’inizio del 2020, quando si è avvertita la necessità di avere a disposizione del personale medico già laureato e contemporaneamente anche già “abilitato”, non potendo attendere, in situazioni come quella, l’iter temporale legato alla tradizionale abilitazione alla professione.

Ma è opportuno anche rilevare, ed è qui che forse è necessaria la riflessione, che tale tipo di esigenza è stata esplicitata anche dagli stessi ordini professionali, uno tra questi quello degli Ingegneri.

Ora medici e ingegneri, senza nulla togliere alle altre professioni tecniche che il d.d.l. (richiesta una preparazione teorica e tecnico pratica di elevato livello per non nuocere, come correttamente si prefigge il testo, alla collettività o a terzi.

Se tali professioni possono svolgersi al termine di un percorso di studi in cui è possibile laurearsi e allo stesso tempo abilitarsi alla professione, forse diventa doveroso chiederci se anche la nostra professione di Consulenti del Lavoro non debba essere riconsiderata alla luce di questa nuova concezione. Si aggiunga anche che nel corso dell’iter di esame in commissione del testo di legge la lista delle lauree abilitanti è stata cancellata, dando ora la facoltà a qualsiasi ordine professionale di richiedere al Ministero la trasformazione del corso di laurea in abilitante, laddove il percorso di studio non preveda un tirocinio post lauream1, di fatto escludendo il nostro Ordine dal disegno di legge, almeno per ora.

Tuttavia, provando a seguire tale direzione e ipotizzando che anche il nostro Ordine professionale possa in futuro essere comunque ammesso all’attivazione di lauree abilitanti2, in tal senso la prima domanda da porsi è la seguente:

la nostra formazione universitaria è attualmente prevede, non rappresentano certamente professioni di poco valore: è giustamente mente all’altezza delle necessità dell’Ordine professionale dei Consulenti del Lavoro?


Più in generale, proseguendo in un esercizio ipotetico, se la norma potesse prendere avvio anche per il nostro Ordine professionale già dal 2022, saremmo davvero in grado come Paese Italia (e qui non c’entrano nulla gli ordini professionali) di farci carico di una formazione tecnico-pratica che risponda alle esigenze della collettività, del tutto legittime, di garantire accurati livelli di professionalità dei nuovi “ipotetici laureati-abilitati”?

Nella proposta del Governo si legge che l’intenzione sarebbe quella di una generale riforma dei corsi di studio universitari proprio in tale ottica, dove il tirocinio tecnico pratico, inserito all’interno del percorso di studio, sarebbe del tutto propedeutico per poter accedere alla laurea e al contestuale esame di abilitazione.

Non è forse auspicabile che fossero gli Ordini stessi ad indicare nel dettaglio quale tipo di formazione tecnica è essenziale durante il percorso universitario finalizzato a svolgere la professione di Consulente del Lavoro, di Avvocato o di Commercialista?

Sempre ammesso che questa sia la direzione.

E ancora… se la strada è davvero questa, oltre a far parte della commissione esaminatrice per l’abilitazione in fase di esame finale del corso di studi – previsione del tutto scontata

– forse non appare assai evidente, oltre che necessario, che i professionisti dell’Ordine entrino nel circuito della formazione a pieno titolo al pari dei docenti universitari?

Se è vero com’è vero, che la nostra cultura universitaria è ancora troppo legata a concezioni teoriche, allora lo è altrettanto, come sostiene il Governo, che i tempi sono cambiati, e che forse oltre al teorico del diritto adesso deve trovarvi spazio anche il tecnicopratico del diritto, colui che è costretto ogni giorno, tutto il giorno e tutti i giorni ad applicare concretamente ciò che nelle aule parlamentari viene teorizzato, e molto spesso non in modo del tutto chiaro, colui che deve trovare soluzioni immediate e di buon senso, soprattutto quando la norma non aiuta, colui che oltre a conoscere il diritto deve conoscere le sue concrete e corrette modalità di applicazione.

Davvero vogliamo ripensare alla formazione universitaria in tale ottica? Siamo certi che sia la soluzione migliore per un accesso più rapido alle professioni come si prefigge il disegno di legge de quo?

Allora siamo di fronte ad una scelta delicatissima e rivoluzionaria: quella di garantire che la formazione universitaria – con le essenziali modifiche che tale nuova impostazione necessariamente richiede – sia al tempo stesso una formazione teorica ma anche tecnico-pratica di altissimo livello.

Siamo pronti per questo?

SAPER COGLIERE LE OPPORTUNITÀ

Ben inteso, il nostro approccio non intende essere un miope e pregiudizievole rifiuto alla proposta legislativa e ai suoi futuri sviluppi: il nostro intervento vuole invece essere oggettivo e critico nel proporre alcune idee, assolutamente di buon senso, che potrebbero realmente trasformare una apparente minaccia in opportunità.

Partiamo da un assunto di base, assolutamente inopinabile: i percorsi di laurea così come attualmente strutturati, anche quelli triennali specificatamente dedicati alla consulenza del lavoro, salvo rare eccezioni (che ci piacerebbe conoscere!!), non rappresentano un percorso idoneo e coerente con le necessità del mondo del lavoro né sono in grado di realizzare la necessaria formazione propedeutica all’avvio del percorso di praticantato per l’esercizio della professione di Consulente del Lavoro che – lo ricordiamo – attualmente è della durata complessiva di 18 mesi (i primi 6 anticipabili durante il percorso universitario, ma solo per le Università all’uopo convenzionate), seguìto da un esame di abilitazione.

Da ciò ne consegue che la vera preparazione alla professione di Consulente del Lavoro non può che avvenire nel successivo periodo di praticantato.

Per chi invece è interessato ad occuparsi di risorse umane in altra veste l’unica alternativa è frequentare uno della miriade di corsi di formazione, purtroppo la maggior parte  delle volte tenuti da sedicenti esperti in blasonati istituti formativi, al termine dei quali spesso gli unici ad aver avuto un beneficio sono solo gli organizzatori e non i discenti.

LA PROPOSTA DI LEGGE E LE CRITICITÀ APPLICATIVE

Il disegno di Legge A.C. 2751-A “Disposizioni in materia di titoli universitari abilitanti”, al vaglio di Commissioni e Parlamento, proprio in queste settimane, e la cui approvazione finale si ipotizza entro la fine dell’anno, prevede la possibilità per gli Ordini professionali di rendere il percorso di laurea abilitante, ma esclusivamente per le professioni ordinistiche che non prevedano un tirocinio post lauream.

Prima degli emendamenti del 23 giugno u.s., tale possibilità era invece estesa indistintamente a tutti gli Ordini professionali, incluso dunque il nostro, ed è ipotizzando tale eventualità che intendiamo approcciarci ad una critica disamina, assumendo che la normativa possa prevedere l’eliminazione del successivo periodo di praticantato e l’anticipo dell’esame di Stato al momento della discussione della tesi, ipotesi che fino al 22 giugno era già peraltro prevista.

Non si tratta di mere congetture ma chi ha seguito fin dall’inizio l’iter legislativo sa che questo disegno di legge è stato emendato diverse volte, prima includendo, dopo escludendo, poi includendo di nuovo ed infine di nuovo escludendo, il nostro Ordine professionale. Nell’attesa che il Disegno di Legge riesca a raggiungere una maggior e definitiva coerenza, riteniamo comunque opportuno condividere ulteriori considerazioni.

Il percorso ad oggi previsto per il nostro Ordine professionale (laurea – praticantato

– esame di abilitazione) non è purtroppo scevro da criticità, anche comuni ad altri Ordini: anzitutto la difficoltà per gli aspiranti praticanti nel trovare un dominus che possa accoglierli nel proprio studio professionale, seguìto dalla possibilità che il percorso di praticantato risulti poco professionalizzante, fagocitato com’è dal marasma normativo a cui siamo soggetti (e di cui la ben nota ed imbarazzante proliferazione durante la pandemia).

Ma il disegno di legge laddove esteso anche al nostro Ordine professionale, risulterebbe di fatto impraticabile e non realizzabile nell’immediato, per una serie di motivi che ora andremo ad esporre.

Anzitutto attualmente il nostro praticantato è accessibile se si è in possesso di una tra le lauree ritenute idonee (afferenti alle facoltà di giurisprudenza, economia, scienze politiche): da ciò ne deriva la necessità di creare un percorso di laurea ad hoc per l’acquisizione del titolo di Consulente del Lavoro, perché è impensabile sostenere che il percorso di giurisprudenza, esso solo, possa sostituire il successivo praticantato, né che la laurea in economia, essa sola, possa fornire le nozioni per chi si voglia occupare di personale (e non di conto economico-stato patrimoniale e altre migliaia di complesse tematiche estranee all’area HR).

UN NUOVO PERCORSO ACCADEMICO “LA LAUREA MAGISTRALE IN CONSULENZA DEL LAVORO”

Posto dunque che appare ineludibile la creazione di un percorso universitario specifico per l’aspirante Consulente del Lavoro3 (e, vedremo oltre, non solo per chi voglia fregiarsi di tale titolo con la successiva iscrizione al nostro Ordine Professionale) resta da chiedersi se una laurea triennale possa essere ritenuta sufficiente o se sia più opportuna la scelta di una laurea magistrale.

Questa riflessione consente di chiarire fin da subito un comune triste malinteso:

il Consulente del Lavoro NON fa (solo) paghe e fare (solo) paghe non è semplice come taluni vogliono far credere

 

Il Consulente del Lavoro si occupa di amministrazione delle risorse umane di cui l’elaborazione delle paghe è un tassello fondamentale ma non esclusivo, si interfaccia con Enti ed Istituzioni al fine di svolgere in modo ineccepibile il proprio lavoro, è dedito ad uno studio costante per la corretta applicazione delle norme e del diritto, si occupa di gestione previdenziale e del contenzioso stragiudiziale, di crisi di impresa, di asseverazione, di consulenza alle aziende in ambito HR, di gestione delle risorse umane presso le aziende clienti, e l’elenco potrebbe proseguire ancora, perché la professionalità del Consulente del Lavoro è tale per cui rappresenta e rappresenterà, oggi e più che mai in futuro, l’unico riferimento delle imprese per una gestione a 360 gradi delle risorse umane.

Ciò doverosamente specificato, un percorso di laurea quinquennale, oltre che scelta obbligata per acquisire una tale mole di competenze, riteniamo possa ritenersi una vera e propria opportunità per studenti, imprese e Ordine dei Consulenti del Lavoro, ma con le dovute cautele.

Anzitutto il percorso universitario dovrebbe essere omogeneo a livello nazionale sia perché l’abilitazione conseguita sarebbe valevole in tutto il nostro Paese ed il contenuto non potrebbe che esserne condiviso necessariamente con il nostro Ordine professionale, sia perché occuparsi di risorse umane, a qualunque titolo, può nuocere lavoratori ed aziende e (purtroppo) non solo economicamente. Il percorso formativo dovrebbe prevedere la commistione di tutte le branche del diritto (costituzionale, privato, amministrativo, tributario, penale, …) fondamentali per il nostro lavoro e la cui docenza continuerebbe doverosamente ad essere assegnata al mondo accademico, ma con un affiancamento costante di docenti Consulenti del Lavoro sia nelle specializzazioni del diritto di propria competenza (lavoro e sindacale), al fine di renderne concreto e spendibile lo studio, sia con l’introduzione di diversi esami (procedure di amministrazione del personale, paghe e contributi, politiche attive, gestione previdenziale, …) che sarebbero di esclusiva docenza di formatori qualificati e quindi degli iscritti all’Ordine dei Consulenti del Lavoro.

Infine, accanto a noi, a sottolineare fin da subito la multidisciplinarietà che contraddistingue la nostra professione, docenti qualificati per le materie comunemente definite soft skills (tra le quali psicologia del lavoro e delle organizzazioni, sociologia del lavoro, selezione, formazione) che insieme alle altre materie di studio fornirebbero il bagaglio necessario affinché i Professionisti di domani, in qualsiasi area della gestione delle risorse umane, si approccino con la dovuta serietà e competenza.

Il nuovo percorso universitario, così sapientemente strutturato, rappresenterebbe quindi la base formativa di partenza per chi aspiri a diventare Consulente del Lavoro, non solo con una professione autonoma ma anche spendendo il titolo in azienda, o per chi desideri occuparsi a vario titolo di risorse umane e che al termine del percorso universitario potrebbe anche (incautamente) decidere di non sostenere l’esame di abilitazione durante la sessione della tesi di laurea.

UN’OPPORTUNITÀ DI CRESCITA

Un percorso così strutturato specificatamente per l’acquisizione dell’abilitazione al successivo titolo di Consulente del Lavoro4 dovrebbe prevedere diversi tirocini obbligatori da effettuarsi in diversi momenti del percorso universitario, in studi gestiti da Consulenti del Lavoro e anche in azienda, per mettere in pratica ciò che si è appreso nei mesi di studio e per acquisire tutte le necessarie competenze tecnico-pratiche.

Questo approccio consentirebbe anche ai nostri studi professionali ed alle aziende di poter instaurare rapporti con gli studenti, inizialmente in veste di tirocinio, ma con la possibile evoluzione in opportunità professionali, consentendo di fatto il match tra domanda e offerta che attualmente è spesso difettoso.

Anche su questo aspetto bisognerebbe vigilare con attenzione affinché il tirocinio rappresenti una vera opportunità per lo studente, e non solo per chi lo ospita.

Inoltre, poiché la valutazione finale positiva dei vari tirocini tecnici diverrebbe condizione essenziale per l’ammissione all’esame di abilitazione (seguendo le ipotesi dei vari emendamenti al disegno di legge delle ultime settimane), è doveroso che i tirocini a tal fine dedicati dovrebbero essere riservati a Consulenti del Lavoro iscritti all’Ordine.

IL SUPERAMENTO DEL PRATICANTATO E L’ACCESSO DIRETTO ALL’ESAME DI ABILITAZIONE

Contestualmente alla discussione della tesi di laurea si conseguirebbe l’abilitazione all’esercizio della professione di Consulente del Lavoro mediante il superamento di un esame di abilitazione tecnico-pratico.

Integrando un precedente emendamento della proposta legislativa con le nostre riflessioni, appare evidente come l’abolizione del praticantato e il conseguente anticipo dell’esame di abilitazione non potrebbe più rappresentare un escamotage, una pericolosa via di fuga preferenziale per chi voglia conseguire un titolo senza fatica, ma sarebbe anzi il risultato di un percorso di studi quinquennale strutturato, completo e realmente professionalizzante, durante il quale lo studente sarebbe continuamente sottoposto a verifiche mediante il superamento di esami multidisciplinari e la frequenza e valutazione di diversi tirocini, il cui superamento con esito positivo diverrebbe condizione essenziale per poter accedere all’esame di abilitazione.

L’esame di abilitazione, ora articolato in diversi passaggi (esame scritto di diritto del lavoro, esame scritto di diritto tributario, esame orale su una pluralità di materie) ma distribuito in un arco temporale ristretto, diverrebbe il sigillo finale di una evoluzione personale e di un accrescimento di competenze costruito lungo i cinque anni di istruzione e formazione universitaria.

Il disegno di legge prevede ad oggi, per gli Ordini che non contemplino un tirocinio post lauream, che l’esame di abilitazione assolva alla necessaria funzione di certificazione delle competenze acquisite durante il percorso di studi e soprattutto durante i tirocini, la cui valutazione finale sarà a tutti gli effetti condizione di accesso all’esame. L’esame di abilitazione, contestuale alla discussione della tesi, sarà “giudicato, ai fini dell’abilitazione all’esercizio professionale, dai componenti esperti che integreranno la commissione esaminatrice”.

 

Appare logico come in questo percorso di crescita lo studente dovrebbe essere necessariamente seguito, oltre che dai Professori universitari, anche – nel nostro caso – da docenti professionisti dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro che possano anche essere di aiuto e sostegno nella scelta del loro percorso professionale o di specializzazione ulteriore.

MINACCIA OD OPPORTUNITÀ?

Ora resta al Legislatore proseguire i lavori e decidere se anche al nostro Ordine possa essere consentito l’accesso all’esame di abilitazione semplificato dalla laurea abilitante, ma in ogni caso un’apertura legislativa in tal senso dovrebbe tassativamente prevedere il nostro coinvolgimento quale parte attiva nella necessaria riorganizzazione del percorso accademico e nell’insegnamento delle materie universitarie.

Solo con un atteggiamento lungimirante e programmatico potremo cogliere questa come una reale opportunità.

 

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