Una proposta al mese – La Pubblica Amministrazione che sbaglia … paghi!

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Provate ad immaginare di essere particolarmente disordinati nella vostra contabilità clienti aziendale, a tal punto che, giunti nel marasma più completo, escogitate come soluzione quella di mandare un sollecito a TUTTI i clienti che vi risultano sospesi, senza alcuna contezza di quanti lo siano veramente, ed aspettate che si facciano vivi con la dimostrazione del pagamento quelli non insolventi, per ricostruire la situazione e depennarli dalla lista dei debitori.

Oppure fate finta di essere uno Studio che smarrisce periodicamente i documenti, ma (facendo finta di non averli mai ricevuti) manda letteracce di sollecito ai clienti, anche più volte, avvertendoli che le sanzioni per eventuali ritardi saranno a carico loro.

Fantasticate ancora di avere un cliente che vi assilla per giorni, mesi, forse anche anni, per un problema (magari grave o urgente), ma voi, con una tenacia degna di ben altri scopi, non rispondete, vi fate negare, lo evitate.

Ipotizzate infine di interpretare una norma come più vi aggrada, e di fronte alle sanzioni a cui è in seguito  esposto il vostro cliente facciate semplicemente spallucce.

Quel che abbiamo descritto nelle righe precedenti non è il comportamento di un qualche professionista esaurito o colto da virus della mucca pazza, ma è talvolta (purtroppo, potremmo dire anche “sovente”) il comportamento della Pubblica Amministrazione verso l’utenza (parliamo di cartelle pazze, di risposte inevase, di documentazioni rimandate più volte, di risposte discutibili, di prese di posizione di una certa sede o di un certo funzionario, e di tutto il campionario variegato che chi legge ben conosce).

Non volendo puntare il dito su questo o su quell’Ente in particolare (tanto prima o poi, chi più, chi meno, succede un po’ a tutti), diciamo solo che il professionista soffre in prima linea il comportamento non sempre lineare, preciso, puntuale dei nostri Uffici Pubblici; spesso ne paga le conseguenze in termini di aggravio di lavoro, oppure di rischi, talvolta anche di spese; quasi sempre fronteggia un cliente scontento  ed incredulo (eufemismi). Ovviamente anche il cliente ne soffre, in termini di ritardi, oneri, intralci nella sua normale attività (pensate a un Durc che, ingiustamente, non arriva regolare).

A ben vedere, tuttavia, i nostri clienti (aziende) e i professionisti (noi), e tutti quanti come cittadini, siamo la normale utenza degli Enti, siamo quelli che dovrebbero essere rispettati e coccolati, oddio magari proprio coccolati no, ma insomma almeno destinatari di una piccola customer care; noi siamo insomma i clienti della Pubblica Amministrazione. E quando essa ci tratta nei modi con cui abbiamo iniziato questo articolo, non ci restiamo bene. Sennonchè, non solo non possiamo (come farebbe un normale cliente) cambiare fornitore, ma la Pubblica Amministrazione si erge nei nostri confronti in una posizione potestativa; e le sue determinazioni hanno spesso conseguenze anche potenzialmente molto dannose.

Buona parte delle volte, grazie al cielo, le conseguenze dannose rimangono ad un livello solo potenziale perché arriva in soccorso del cliente – da noi sapientemente azionato – un ricorso, un’azione insistita, le procedure varie (formali o informali, codificate o da noi inventate per risolvere le questioni) che portano un Ente a revocare o modificare un atto in azione di autotutela.

Ma anche in quel caso, il ricorso, l’azione ha un costo. Un costo che normalmente paga il nostro cliente, che talvolta paga il professionista (che magari ha fatto una tariffa “flat”), ma al di là della vittima resta il principio che il cattivo funzionamento degli uffici pubblici determina costi.

E qui arriva la nostra, semplice proposta.

Tutti sbagliano, l’errore è umano, spesso la materia è complessa e non vorremmo davvero qui fare “processi sommari” alla Pubblica Amministrazione. Però nella congerie di inconvenienti sopra ricordati ce ne sono alcuni che sono particolarmente fastidiosi. Perché derivano da un’incuria (usiamo un termine neutro) particolarmente colpevole dell’Ente.

Sono le richieste di pagamento che sono state già assolte con documentazione ripetutamente inviata, sono le prese di posizione immotivate di questa o quella Sede (siamo anche a questo, di una prassi “a macchia di leopardo” per cui quello che va bene a Milano, a Torino si fa un modo diverso e a Venezia ancora differente). Sono quelli che con tutta evidenza potremmo definire errori marchiani, topiche clamorose, assurdità deliranti; quelli in cui si manifesta una grave colpevolezza dell’amministrazione in termini di negligenza.

Sono cose, come detto, che quasi sempre riusciamo a sistemare senza arrivare alle vie giudiziarie (dove chi sbaglia paga, e ci sembra che i costi della Pubblica Amministrazione soccombente siano abbastanza significativi).

Ma noi proponiamo che “chi sbaglia paga” sia applicato anche ai ricorsi o alle iniziative per via amministrativa. Una somma simbolica, diciamo 50 euro, che ha nelle nostre intenzioni un triplice scopo:

– ripristinare almeno in parte i costi che sosteniamo per carenze della P. A. ed incoraggiare la resistenza a provvedimenti ingiusti: è evidente che se una pratica costa, diciamo, 60 euro, e arriva una richiesta da 20 euro, costa meno “turarsi il naso” e pagare che non fare ricorso (molti lo fanno);

– essere di monito alla medesima P. A. con un invito concreto a minimizzare gli errori suddetti;

– fare un rapido conto dell’(in)efficienza del singolo ufficio; poniamo ad esempio che un ufficio abbia assommato 20.000 euro di penali in un anno: vuol dire che in quell’anno ha emesso 400 pratiche sbagliate. Ma non di sbagli normali.

Pensiamo infatti ad una norma che semplicemente preveda questo.

Quando una Pubblica Amministrazione emette un atto palesemente errato, per evidente e grave inefficienza o per grave difetto di motivazione, che richieda un ricorso o un’istanza a cura dell’utente o contribuente, l’Amministrazione emittente è tenuta a rimborsare a ciascun utente ricorrente un importo di euro 50,00, salvo il maggior danno subito da determinarsi in sede giudiziale. Il rimborso può avvenire, su istanza dell’utente, anche formulata direttamente in sede di ricorso o di istanza principale, con compensazione dei crediti vantati nei confronti dell’utente dalla medesima Amministrazione oppure con versamento da effettuarsi entro 30 giorni dalla definizione dell’atto amministrativo mediante bonifico o vaglia sul conto indicato dall’utente.

 

Per una volta, il principio di sacrosanta giustizia per cui “chi sbaglia paga” verrebbe così applicato non solo all’utenza. Ma soprattutto, i costi dell’inefficienza ricadrebbero finalmente su chi la provoca, non su chi la subisce.

 

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