Una proposta al mese – LA BUSTA-PAGA: la razionalizzazione della sua consegna ed altri aspetti correlati

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

e Alberto Borella – Consulente del lavoro in Chiavenna (SO)

          “E non è necessario perdersi

in astruse strategie,

tu lo sai, può ancora vincere

chi ha il coraggio delle idee”.

(R. Zero, “il coraggio delle idee”)

Oggi parliamo della busta-paga o del payroll o del cedolino o di come viene chiamata nelle mille accezioni comuni (l’importante è che quando ne discutiate al plurale non parliate di “buste paghe”, che è bruttissimo da sentire oltre che errato in italiano). Il rapporto di lavoro dipendente, se ci pensiamo, ha una caratteristica unica. È l’unico contratto – o perlomeno uno dei pochissimi – dove la quantificazione del valore della prestazione effettuata viene fatta per legge non da chi l’ha eseguita ma da chi l’ha ricevuta. Indubbiamente una bella comodità, un bel vantaggio giustificato dall’essere il lavoratore parte debole del rapporto e dalla scarsa conoscenza della materia. Piccolo inciso: il fatto che una parte contrattuale non sia in grado di quantificare autonomamente le proprie spettanze la dice lunga sulla complessità del nostro “sistema paghe”.

Si diceva di un vantaggio per il prestatore subordinato ma che tale non si dimostra quando nasce un contenzioso tra datore di lavoro; e ciò semplicemente perché il Legislatore ha disposto che il prospetto paga debba essere consegnato al lavoratore solo al momento della corresponsione della retribuzione. Intendiamoci, la legge che regola tale obbligo ha qualche annetto (Legge n. 4 del 5 gennaio 53, va ormai per la settantina), e a quei tempi la forma comune di pagamento era il contante; anzi non sono mancate sentenze che in qualche modo sostenevano il diritto del lavoratore a ricevere il pagamento in moneta sonante e non con altri mezzi. Da qui la necessità sostenuta dalla legge (che altrimenti non avrebbe altro senso) di contare che i soldi messi in mano fossero corrispondenti all’ultima riga in fondo alla busta, quella che individua senza tutti i fronzoli delle mille righe precedenti, il netto da percepire.

Come sapete, oggi il discorso è del tutto cambiato, al posto del libro paga c’è il Lul (di cui una copia può diventare la busta-paga da consegnare al lavoratore, c’è il divieto di pagare le retribuzioni con mezzi che non siano tracciabilissimi (e comunque, il contante no), la maggior parte delle buste non vengono nemmeno più date a mano ma spedite via mail, o addirittura con una app o ancora pubblicate su un portale, ma la vetusta legge del 53 continua imperterrita per la sua strada. Allora vorremmo proporre una serie di razionalizzazioni, a partire dalla consegna della busta paga ma che poi, per il vecchio vizio sottile (come direbbe il Guccini) del pensiero, si estendono anche un po’ più in là.

RAZIONALIZZAZIONE N. 1

La legge sul Lul contempla che la scrittura dello stesso possa essere effettuata entro la fine del mese successivo a quello a cui si riferisce (art. 39, co.3, D.l. n. 112/2008). E se slegassimo la consegna del cedolino dal pagamento e la legassimo invece a questa scadenza? Guardate che non è per nulla difficile, basterebbe aggiungere poche parole (sotto evidenziate in corsivo) al successivo comma 5.

5. La consegna, anche con mezzi informatici, al lavoratore di copia delle scritturazioni effettuate nel libro unico del lavoro deve essere effettuata dal datore di lavoro entro il termine di cui al comma 3. La mancata consegna di cui al periodo precedente comporta una sanzione amministrativa da 100 a 250 euro per ogni lavoratore e per ogni periodo di paga. In caso di fallimento, liquidazione coatta o altra situazione di crisi aziendale conclamata, ove le scritturazioni non fossero state in parte eseguite e ferme restando le sanzioni a carico del trasgressore originario, l’obbligo è adempiuto dal curatore o dal liquidatore nel termine di 30 giorni dalla richiesta del lavoratore. La Legge n. 4 del 5 gennaio 53 è abrogata.

I più scafati fra i lettori avranno certamente colto una differenza non da poco. L’obbligo di consegna della busta paga non è più connesso al materiale pagamento, ma semplicemente all’obbligo di scritturazione che qualsiasi datore di lavoro ha. Vorremmo dire che è un obbligo di giustizia e con due piccoli esempi spieghiamo perché.

a) Se il datore di lavoro non paga, non è nemmeno obbligato a consegnare la busta paga. In questo caso il lavoratore, in genere ultradifeso, perde immediatamente ogni difesa o diritto, ha necessità di far elaborare un proprio un conteggio casomai volesse far valere le proprie spettanze (con tanto di spesa e di rischio di conteggi contestabili). E difatti la strategia operativa di molti datori non paganti è proprio quella di non consegnare la busta paga per evitare (la busta ha valore confessionale) un decreto ingiuntivo. Tutto ciò è corretto? Pare di no. Se i patti si rispettano, la corresponsione della retribuzione va rispettata. Oppure, in tutta trasparenza, si confessa almeno il debito e poi si deciderà in altra sede lo stato di difficoltà che ha impedito il pagamento. Magari si potrebbe pensare che prima di partire con un’ingiunzione una delle parti sia tenuta promuovere un tentativo di conciliazione (anche monocratica). Ma che almeno il debito, se non sussistono altre forme di contenzioso, sia chiaro.

b) Tutto quanto sopra è ancora più evidente in caso di fallimento o di liquidazione coatta aziendale. E questo perché, spiace dirlo ma è evidente, sia pure con qualche lodevole eccezione il liquidatore/curatore se c’è qualcuno che bistratta sono proprio i dipendenti. I quali per poter accedere al passivo devono elaborare le spettanze non percepite a propria cura e a proprie spese, e pure con il rischio di contenzioso (oltre al danno, la beffa). Perché non obbligare invece il curatore, in forza della modifica di cui stiamo parlando, a certificare al lavoratore tutte le spettanze con la consegna, magari semplificata, di un prospetto di paga?

RAZIONALIZZAZIONE N. 2

Se leggete attentamente il comma 5 sopra riportato, esso prevede che le scritturazioni del Lul possano essere riprodotte in forma di busta paga. Ma nelle scritturazioni del Lul ci sono anche le presenze del lavoratore. Esse però attualmente non vengono consegnate in forza di un principio di prassi. Quale? Eccolo, direttamente dal Vademecum Lul del 5 dicembre 2008 (sez. A, n. 23).

23 Vi è l’obbligo di consegna delle presenze (estratto del Libro Unico) al lavoratore? R. No, nemmeno su richiesta del lavoratore. Tranne che l’obbligo non sia espressamente previsto dalla contrattazione collettiva, anche aziendale.

Anche qui dobbiamo fare un piccolo excursus storico. Nel 2008 il Legislatore decide una profonda trasformazione delle modalità scritturali del lavoro. Cosa buona e giusta, a memoria una delle poche semplificazioni intelligenti di un certo spessore che sia dato ricordare. Tuttavia, il raccordo con le forme in atto all’epoca è tutt’altro che semplice, tanto che il Vademecum nasce proprio con la necessità di adattare la norma (necessariamente stringata e compressa) alle varie situazioni. Fra cui (si veda ad esempio il punto 14 sella sez. A) il fatto che le modalità di registrazione documentale delle presenze erano le più disparate.

Tuttavia, a distanza di 12 anni possiamo constatare che la riforma del Lul ha prodotto, fra le altre cose, una profonda integrazione dei sistemi e delle modalità di registrazione delle presenze. La quasi totalità dei cedolini oggi contiene una parte presenze (che del resto va registrata o comunque metabolizzata in quanto indispensabile all’elaborazione della paga). E allora, sempre in un’ottica di trasparenza, perché non rendere tale dato disponibile al lavoratore? Lavoratore che, peraltro, seguendo le varie norme sul trattamento dei dati, potrebbe già oggi richiederne copia con buone possibilità di successo. Non c’è nemmeno bisogno di cambiare la norma, che già prevede al comma 5 la consegna di copia delle scritturazioni a Lul (fra cui ci sono anche le presenze), ma solo di rettificare la prassi, giusto per chiarezza di tutti. Questo, per salvare tutto il salvabile, a meno che il sistema di registrazione presenze sia non integrato con la busta paga.

Ma francamente, sembra difficile, pensare ancora che esistano sistemi così.

E poi, sapere comunque il proprio orario registrato, sembra un’informazione di cui il lavoratore ha diritto (e quindi integriamoli, questi sistemi…).

RAZIONALIZZAZIONE N. 3

Con questa riflessione ci spingiamo, avvisiamo subito, un po’ più avanti. Lo facciamo nello stesso spirito della riforma del Lul, che a bocca dei suoi stessi ideatori, intese unire la semplificazione con la trasparenza, e sostituire la sostanzialità al mero formalismo. In generale l’obbligo contributivo prevede che il datore di lavoro effettui il pagamento, in favore dell’ente previdenziale, di un importo a titolo di contributi previdenziali a favore dei lavoratori suoi dipendenti. Ancorché i contributi previdenziali siano dovuti in parte dal datore di lavoro e in parte dal lavoratore, l’obbligo di versamento dei contributi previdenziali totali (cioè comprensivi anche di quelli a carico del lavoratore) è posto a carico del datore di lavoro che può esercitare il diritto di rivalsa nei confronti del lavoratore. Ma quando e come si esercita tale rivalsa? L’articolo 19 della Legge 4 aprile 1952, n. 218, prevede al secondo comma che “il contributo a carico del lavoratore è trattenuto dal datore di lavoro sulla retribuzione corrisposta al lavoratore stesso alla scadenza del periodo di paga cui il contributo si riferisce”. In altre parole, se il datore non paga alla scadenza del periodo di paga, perde il diritto di rivalsa e il lavoratore può pretendere la retribuzione piena (ovviamente il contributo del lavoratore rimane a carico dell’azienda). Tralasciando i vari casi particolari che potrebbero porsi alla nostra attenzione, questa previsione non ci sembra sempre equa e, talvolta, aggiunge dramma al dramma del datore di lavoro che magari incappa in qualche situazione di pesante mancanza di liquidità. Non ci piace pensare che in forza di un meccanismo rigido si sposti l’onere contributivo, talvolta colpendo proprio chi non ha bisogno di essere colpito. Purché sia, pur nella difficoltà, almeno corretto.

Vorremmo pertanto collegare le riflessioni precedenti – come detto, coniughiamo trasparenza ad equità – stabilendo che se il datore di lavoro consegna regolarmente la busta paga, con evidenza (ovviamente) anche della quota a carico lavoratore, non sia onerato al suo riversamento al lavoratore. La modifica potrebbe suonare così: “il contributo a carico del lavoratore può essere trattenuto dal datore di lavoro se evidenziato sulla scritturazione della retribuzione spettante al lavoratore ad esso consegnata entro la scadenza di cui all’art. 39 comma 5 del D.l. n. 112/2008”.

UNA RIFLESSIONE FINALE (RAZIONALIZZAZIONE N. 4)

No, non c’entra molto con le riflessioni di cui sopra (o forse sì) ma lasciatecelo dire.

Scampati ancora una volta ai conguagli di gennaio, ci chiediamo se mai una persona dotata di un minimo di intelligenza prenda il coraggio di modificare la norma di cui al secondo periodo del primo comma dell’art. 51 del Tuir, per cui “si considerano percepiti nel periodo d’imposta anche le somme e i valori in genere, corrisposti dai datori di lavoro entro il giorno 12 del mese di gennaio del periodo d’imposta successivo a quello cui si riferiscono”.

L’abbiamo già proposto innumerevoli volte su questa rivista e altrove, ma perché il giorno 12? Si rende conto il Legislatore che questo vuol dire affrettare gli adempimenti (per i consulenti e per le aziende) in un periodo già caotico di suo? Dodici giorni di calendario nei quali cadono 2 festività e mediamente due fine settimana, il che significa solo sei giorni lavorativi. Ai lavori forzati si riposa di più.

Anche perché, diciamocela tutta, faremmo un favore allo stesso Stato. Immaginiamoci che in sede ispettiva venisse riscontrato, a distanza magari di qualche anno, un errore dell’azienda che per tutti i propri mille ed oltre lavoratori ha tenuto conto in sede di conguaglio, errando, delle retribuzioni di dicembre pagate oltre il 12 gennaio. I lavoratori (peraltro in buona fede dato che nessuno di loro si prende la briga di controllare il conguaglio, anche perché non ne avrebbero la competenza per farlo), avrebbero utilizzato la CU per il loro 730, conguagliando le imposte trattenute per i loro crediti o per i debiti da altri redditi; per redigere la dichiarazione Isee per richiedere una prestazione sociale a condizioni agevolate; per richiedere gli assegni familiari. Che si fa in questi casi? Ricalcoliamo tutte le imposte e tutte le prestazioni? A chi giova?

Avete previsto la scrittura del Lul a fine mese? Benissimo, spostate anche il mefitico 12 ed adeguatelo al comma 5 dell’art. 39, scrivendo “entro la fine del mese di gennaio”. È semplice, immediato, non ci vuole una scienza infusa, basta solo un po’ di attenzione al mondo del lavoro.

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