Una proposta al mese – Categorie protette: una norma obsoleta che va abrogata (o meglio riformata)

di Valentina Curatolo – Consulente del lavoro in Milano

“Donaci, padre Zeus,
il miracolo di un cambiamento “

(Simonide di Ceo)

Sono passati 20 anni dall’entrata in vigore della nota Legge n. 68 del 1999 che disciplina il collocamento obbligatorio, ma l’origine delle norme sul collocamento obbligatorio hanno radici ben più lontane nel tempo (è del
1921 la prima legge a favore di invalidi e mutilati di guerra). Sono leggi che nascono con lo scopo di favorire l’inserimento nel mondo lavorativo di particolari categorie di “soggetti deboli” ai quali la legge riconosce una condizione di svantaggio che ne rende difficile l’inserimento nel mondo del lavoro.
Se da una parte, in linea di principio, la ratio della norma risulta assolutamente condivisibile, dall’altra così come concepita, ormai decenni fa, risulta essere inapplicabile, mettendo le aziende in una situazione di grande difficoltà.
Mi riferisco in particolare all’obbligo previsto dall’art. 18, comma 2 della Legge n. 68/99 ovvero all’obbligo di assumere, oltre ai disabili, anche le categorie protette nelle seguenti misure:
– datori di lavoro che occupano da 51 a 150 dipendenti = 1 unità;
– datori di lavoro che occupano più di 150 dipendenti = 1% dell’organico complessivo aziendale.

Ma quali sono i soggetti che hanno diritto ad iscriversi alle liste delle categorie protette e quindi hanno diritto ad un avviamento al lavoro per così dire facilitato?
Questo l’elenco dei soggetti:

1) orfani, coniugi superstiti e soggetti equiparati di soggetti deceduti per causa di lavoro, di guerra o di servizio ovvero in conseguenza dell’aggravarsi dell’invalidità riportata per tali cause;
2) coniugi e figli di soggetti riconosciuti grandi invalidi per causa di guerra, di servizio e di lavoro;
3) profughi italiani rimpatriati a cui sia stato riconosciuto tale status.Analoga garanzia di avviamento è rivolta a centralinisti telefonici non vedenti, massaggiatori e massofisioterapisti non vedenti, terapisti della riabilitazione non vedenti, insegnanti non vedenti;
4) vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, loro coniugi e figli superstiti, fratelli conviventi e a carico qualora siano gli unici superstiti dei soggetti deceduti o resi permanentemente invalidi.
Già da una prima lettura appare evidente che sono ormai categorie obsolete e ne è prova il fatto che le liste dei centri per l’impiego sono sempre più scarne.
Se si pensa che nella provincia di Milano l’elenco conta circa 70 persone (con titoli di studi che nella maggior parte dei casi non superano la scuola media inferiore) e che il numero delle aziende soggette all’obbligo sono tutte quelle che superano i 50 dipendenti, la situazione ha del paradossale.
Ha del paradossale perché le aziende più virtuose che vogliono essere in regola con la normativa, non solo hanno grosse difficoltà a reperire personale che rientra nelle quattro fattispecie di cui sopra, ma proprio numericamente queste persone non esistono.
Ad oggi, con una procedura che è a discrezione del centro per l’impiego territorialmente competente, per dimostrare la volontà di essere ottemperanti i datori di lavoro devono mettere in atto alcuni accorgimenti. Sono comportamenti di prassi indicati (verbalmente) dagli uffici territorialmente competenti e che sono diversi da provincia a provincia.
Per mia curiosità ho fatto qualche telefonata agli uffici competenti situati in province del centro-nord e sud Italia per cercare di avere informazioni su come essere considerato ottemperante.
Sono così venuta a conoscenza che ad esempio, a Reggio Emilia, l’azienda viene considerata ottemperante se pubblica un annuncio sul portale del centro per l’impiego specificando che è indirizzato alle categorie protette.
A Milano viene richiesta la compilazione di un modulo da inviare tramite pec, l’azienda riceve in risposta l’elenco dei soggetti iscritti alle categorie protette e, per essere ottemperante, deve convocare qualche soggetto dalla lista ricevuta per un colloquio. Alla fine deve comunicare l’esito dei colloqui via pec.
In una provincia del sud Italia non sono riuscita ad ottenere nemmeno informazioni telefoniche e mi è stato chiesto di recarmi direttamente allo sportello.
Ma quello che mi chiedo e che mi chiedono le aziende è: siamo proprio sicuri che questi comportamenti di prassi possano esimere l’azienda dal rischio delle sanzioni previste in caso di ispezione?
O peggio, siamo sicuri che nel momento in cui un’azienda che partecipa ad una gara di appalto pubblica, andando a dichiarare di essere ottemperante ai sensi della L. n. 68/99, non stia dichiarando il falso?
Quali sarebbero le conseguenze se nel proprio cammino l’azienda dovesse imbattersi in un ispettore o un funzionario pubblico particolarmente pignolo?
Sembra dunque assurdo che un’azienda che vuole non può essere in regola per mancanza di lavoratori e non è giusto che le aziende paghino lo scotto di una normativa che seppur giustissima nella sua ratioè diventata di fatto inapplicabile.

Inoltre, prevedere un mero obbligo di assunzione di personale in capo alle aziende, senza contestualmente progettare un percorso di politiche attive costruito su misura dell’interessato, quale ad esempio un percorso di orientamento e formazione che possa favorire il matchtra domanda e offerta di lavoro, non fa che far apparire tale obbligo come un mero aggravio di costi e burocrazia in capo all’azienda. Viene a mancare dunque quell’aspetto di giustizia sociale ed equità che è invece la ratio della norma. Riformiamo dunque le categorie protette ragionando insieme su chi, all’alba del 2020, possa essere considerato soggetto che versa in una condizione di svantaggio per cui necessita di adeguate tutele per l’avviamento al lavoro e mettendo così le aziende nella condizione di adempiere ai propri obblighi allargando la platea dei “protetti”.

Chi sono dunque oggi le nuove categorie protette? Non ho la velleità di poter rispondere da sola a questa domanda, per cui rivolgo l’invito ai nostri lettori a rispondere e a condividere con noi le idee.
A me è venuto in mente, ad esempio, che in questi giorni si parla tanto di donne vittime di violenza di genere, le quali spesso senza lavoro sono costrette a convivere con il proprio aguzzino per questioni pratiche di sostentamento proprio e dei propri figli. Penso inoltre anche ai lavoratori ultra 55enni che perdono il lavoro a pochi anni dalla maturazione del diritto alla pensione che, venendo espulsi dal mercato del lavoro, hanno grosse difficoltà a rientrarci (con incentivi economici all’assunzione spesso insufficienti a renderli “appetibili” alle aziende).
Il tema è quanto mai attuale e speriamo vivamente che se ne inizi a parlare anche ai c.d.“piani alti”

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