Una proposta al mese – CASSA INTEGRAZIONE: una per tutti, tutti per una

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

            Un solo mondo è sufficiente per ciascuno di noi

Sting,“One word (not three)

L ’Evaristo Marconi era uno che si era fatto da solo. Lavorando a bottega subito dopo le scuole medie aveva imparato a lavorare nel metallo e con la magra liquidazione, la bellezza dei vent’anni (cit. Enzo Jannacci), qualche sua ideuzza e un orizzonte pieno di speranze aveva messo su una piccola fonderia.

Nel tempo, la piccola fonderia era cresciuta, in numeri, esperienza e fatturato, era diventata una vera e propria impresa che si occupava di sempre più numerosi aspetti della lavorazione metalmeccanica; tuttavia, rimanendo legato al suo primo amore, l’Evaristo aveva mantenuto il nome originario della ditta, che sembrava altisonante all’inizio, ma che si sarebbe rilevato premonitore dell’affermazione poi arrivata: “Pregiata Fonderia Marconi”. L’azienda era davvero una bella realtà e l’Evaristo inanellava successi come una rock-band di valore sforna componimenti epici.

Nell’azienda erano poi entrati i due figli dell’Evaristo, Pietro e Paolo, che malgrado i nomi evocativi, non erano, come dire, due apostoli del lavoro e nemmeno due menti geniali (a dispetto degli studi in Atenei altolocati, che li avevano portati a stentate lauree); in ditta si era capito subito che non avevano né il piglio né la visione del padre, e nemmeno lo stesso attaccamento al mestiere (e, forse, a qualsiasi mestiere); insomma, qui i frutti erano caduti ben lontani dall’albero e i due stavano all’imprenditoria come l’aglio sta alla crème brulée.

Cosi’, quando l’Evaristo  arrivato a una bell’età ma ancora arzillo e sempre il primo ad arrivare al lavoro, dopo quasi 50 anni di onorato servizio venne colto dal classico “colpo improvviso” e andò a fondere le aureole degli angeli, i due fratelli Marconi provarono per un po’ a portare avanti l’azienda di famiglia, con risultati disastrosi, ma prima di fare la fine del Titanic ascoltarono il pietoso consiglio del consulente del lavoro e misero l’azienda in vendita.

Sennonché, l’Evaristo non aveva fatto tutto proprio da solo, anzi: nella sua visione sapiente e lungimirante aveva messo a capo dei vari settori aziendali responsabili fidati e che lo avrebbero seguito anche in capo al mondo (tranne che nel posto dove se n’era andato, quello poteva ancora attendere un po’). Fatti quattro conti, furono loro a rilevare l’azienda, ma a pezzetti; un po’ perché ognuno aveva una sua testa e un suo progetto, un po’ perche così, a porzioni, fu più facile confondere il valore di ciò che stavano acquistando e pagare un po’ meno ai due fratelli, che tanto avrebbero dilapidato tutto lo stesso.

Per una chiarezza espositiva futura, denomineremo i tronconi di aziende nati dalla ditta dell’Evaristo con una lettera dell’alfabeto (ci servirà nei ragionamenti successivi). Il Franz (ditta A) rilevò il settore fonderia e i suoi 14 dipendenti, qualificandosi come ditta artigiana individuale.

Il Lucio (ditta B) rilevò una parte dell’attrezzeria, con 7 dipendenti, e fece una s.r.l. con la moglie, che gli dava una mano.

Il Patrick (ditta C) si prese l’altra parte dell’attrezzeria, che constava di 8 dipendenti, di cui uno suo cognato; fondò con quest’ultimo una s.r.l. di 7 dipendenti, e però decisero di iscriversi all’artigianato (per i soci di s.r.l. è un’opzione esercitabile o meno).

Il Franco (ditta D) si prese la parte dell’officina meccanica con i suoi 25 dipendenti e si avvio alla sua carriera industriale con una società di persone.

Il Mauro (ditta E), mente ingegnosa, rilevò i 10 dipendenti dell’ufficio tecnico ed aprì uno studio di progettazione.

Il Flavio (ditta F), responsabile dell’ufficio commerciale, fece una società che si occupava di vendere i prodotti e i servizi delle aziende del settore, fondando un’agenzia di vendita con 4 dipendenti.

Benchè separati, i sei rimasero in contatto e consigliati dal sempre vigile consulente del lavoro diedero vita ad una rete di imprese per mettere in sinergia le reciproche aspettative e competenze, rete che chiamarono con le iniziali della ditta del loro ex-capo: PFM. Venne la crisi del settore metalmeccanico, sapete ogni tanto arrivano, è un fenomeno ciclico; in 50 anni ne erano capitate anche alla Pregiata Fonderia, la cassa integrazione la conoscevano bene, anche se era stata esercitata con parsimonia, forse solo tre o quattro volte e per periodi brevi. Ma a questo punto i nostri sei amici ebbero un’amara sorpresa; non per tutti, infatti, vi era la stessa possibilità di accedere all’ammortizzatore sociale integrativo:

– Le ditte B e D erano coperte dalla cassa integrazione ordinaria (CIGO) del settore industriale.

– La ditta A doveva rivolgersi ad un Fondo Bilaterale dell’Artigianato, che assicurava sì una copertura ma solo fino a disponibilità di fondi e con un meccanismo di approvazione ben più complesso.

–  Anche la ditta C avrebbe dovuto rivolgersi allo stesso Fondo della ditta A, ma poiché aveva mantenuto il Contratto Collettivo degli industriali, si era trovata in mezzo ad un pasticcio e non sapeva dove sbattere la testa.

– La ditta E aveva una specie di cassa integrazione, simile alla CIGO ma con regole un po’ più contorte, denominata FIS.

–  La ditta F non era coperta per nulla.

Qui finisce il nostro racconto,le cui risultanze saranno utili per la riflessione che ora vorremmo condividere.

Badate, avvisiamo subito che la situazione di profonda diversità delle sei ditte suddette rispetto all’ammortizzatore sociale in caso di flessione temporanea dell’attività è quella in cui si sono trovate la maggior parte delle aziende durante la drammatica emergenza Covid (ancora in corso). Ma non è della presente situazione che vogliamo parlare, perché qui ci sarebbe arrivato anche un bambino di 7 anni, subito dopo aver imparato a leggere e a scrivere, che il sistema avrebbe dovuto prevedere, per l’emergenza, un ammortizzatore sociale unico da attivare per qualsiasi azienda in un momento di così grande urgenza e necessità; la cosa sarebbe stata fin troppo facile e scontata (purtroppo, e si stenta a crederlo, non è stato fatto…).

Qui stiamo progettando una situazione abituale, stiamo facendo una riflessione strutturale ed in prospettiva (forse la cosa migliore da fare in tempi critici): si tratta di ideare proposte di equilibrio per tempi normali (magari, si lasci dire, in tal modo in una prossima emergenza non avremo bisogno di invocare almeno l’intelligenza di un bambino di 7 anni).

La situazione attuale, a nostro avviso disequilibrata, prevede che le aziende possano avere un sostegno (cassa integrazione) volto a garantire la continuità aziendale completamente diverso a seconda del caso, e a volte nessun sostegno. E la cosa va anche meglio rispetto ad un tempo, perché nel 2015 il Legislatore del Jobs Act (D.lgs. n. 148/2015) ha cominciato a pensare ad una riforma volta all’universalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali. Riforma che però, pur facendo diversi passi avanti, è rimasta a metà ed ha continuato a mantenere “figli e figliastri” con trattamenti spesso del tutto differenti.

Eppure questa diversità di trattamento non si giustifica, quantomeno non in modo così marcato.

Per alcuni punti che elenchiamo succintamente.

• Come ci ha insegnato l’esperienza in corso, la disparità di trattamento fra i vari settori economici crea confusione e smarrimento nei lavoratori e nelle aziende. Soprattutto per alcuni tecnicismi (come sono trattate le festività? gli assegni per il nucleo famigliare? la malattia? quali massimali ci sono? che disponibilità economica c’è? E tante altre cose ancora) di profonda (ma inspiegabile) diversità fra un ammortizzatore e l’altro.

• La stessa disparità nasce nella diversità dei soggetti erogatori, con la tragica invenzione dei fondi bilaterali e della cassa in deroga che esce dal cappello nei momenti di crisi collettiva. Bisogna riflettere sul fatto che il bisogno vero non può fare differenze e pertanto le limitazioni al finanziamento degli ammortizzatori sociali finiscono o per non essere una garanzia per molti o per ricadere, comunque, in un modo o nell’altro sulla collettività.

• La diversità di ammortizzatori e di prestazioni in genere e la mancata universalizzazione delle tutele nasce in un periodo storico industriale con una forte caratterizzazione fordista. Ora la situazione è profondamente cambiata, la distinzione classica fra operai e impiegati, fra industria e servizi (e addirittura fra lavoro autonomo e subordinato) è profondamente ribaltata dall’avvento delle nuove tecnologie, di nuove competenze e di nuovi lavori. Continuiamo a dirlo nelle riflessioni teoriche ma dal punto di visto normativo è come se restassimo nel passato.

• Il mondo del lavoro è sempre più interconnesso, la specializzazione porta spesso ad una segmentazione delle competenze e della attività, che però rimangono difficilmente distinguibili sul piano economico e produttivo. Nella storiella emblematica che abbiamo offerto ad inizio del presente articolo ci siano divertiti a parcellizzare un’impresa in tanti piccoli pezzi, oggi in Italia succede il contrario, succede che le PMI partono piccole e (quando non vengono cannibalizzate, spesso perdendo il meglio della loro identità) per svilupparsi si integrano con forme di collaborazione e condivisione, si uniscono, in reti, consorzi e quant’altro, ma mantenendo una propria diversità e specificità.

• Ci sono anche filiere produttive, piccole o grandi catene di montaggio in cui un pezzo  non funziona staccato dall’altro, se ne fermi uno si ingrippa tutto il meccanismo; anche questo ce l’ha mostrato il Covid: l’azienda che fa (ad esempio) medicinali non è un monolite solitario, ha bisogno di manutenzione, di piccoli produttori, di fornitori sottostanti, della sua rete formale ed informale senza cui è bloccata (hai voglia di fare l’elenco stringato dei codici Ateco delle “attività essenziali”, quante comunicazioni di eccezione – parlando di quelle serie e legittime – hanno ricevuto le Prefetture? Riflettiamoci).

• Riprendiamo poi l’esempio delle imprese del nostro racconto: la ditta B e la ditta C fanno la medesima attività, con lo stesso numero di dipendenti. Per quale motivo hanno due trattamenti diversi unicamente a seconda di una scelta personale dei soci assolutamente libera ma senza che sia dato cogliere una qualsiasi distinzione, se non formale, fra le due aziende (e quindi fra le rispettive, identiche, problematiche)? La ditta A ha il doppio dei dipendenti delle ditte B e C, ma ha un trattamento ben più depresso; tuttavia in un caso di flessione produttiva, maggiore è il numero di dipendenti maggiore sarebbe l’esigenza di supporto. La ditta E e la ditta F (poco o per nulla coperte) non battono chiodo se le ditte A, B, C, e D si fermano, eppure, rispetto alle altre, altro un ammortizzatore condizionato, o addirittura inesistente.

Proviamo ad elaborare una proposta realmente differente.

1. Un ammortizzatore unico, CIGO, per tutte le realtà economiche con dipendenti per la cassa integrazione ordinaria. Con regole di base univoche e con il medesimo gestore (Inps) per tutti. Non è solo una semplificazione ed un’armonizzazione di regole, è una vera universalizzazione delle tutele.

2. Regole (durata, meccanismi ed aliquote di finanziamento, procedure e possibilità di accesso) che si distinguano in funzione del numero di dipendenti e, eventualmente solo in seconda battuta, delle attività (intese come codificazione delle stesse); è ovvio, infatti, non tutte le realtà sono uguali e le necessità di sostegno possono essere differenti, ma (come detto sopra) sempre più spesso si basano su distinzioni artificiose ed inattuali. Sarebbe un’occasione, peraltro, per ripensare anche all’attuale sistema di codificazione delle attività, che oggi non di rado risente di questioni di opportunismo e rappresentanza forzosa, con sperequazioni ed incongruenze di varia natura.

3. Una premialità per le aziende che non ricorrono agli ammortizzatori sociali, oppure una penalizzazione per chi vi ricorre con elevata frequenza (oggi ci sono già meccanismi del genere, ma andrebbero affinati); ciò comprenderebbe anche la finale eliminazione di sostegno “politico” (a mezzo ammortizzatori) ad attività improduttive o decotte, senza nessuna utilità effettiva per il Paese, un estenuante “accanimento terapeutico” con infruttuoso drenaggio di risorse pubbliche (non facciamo nomi, ma confidiamo che senza troppo sforzo essi sovvengano a chi legge).

4. Accesso controllato agli ammortizzatori sociali dopo una certa durata di utilizzo o che presentino determinate caratteristiche, per evitare abusi, con controllo affidato ad organismi pubblici o, meglio ancora, a soggetti in grado di fare auditing specifico in materia. È da ritenersi del tutto insufficiente e deficitario che tale funzione di controllo sia oggi lasciata in mano, in buona sostanza, alle parti sociali.

5. Monitoraggio delle possibilità economiche e dell’andamento del fondo messo a disposizione per gli ammortizzatori sociali. Essi per la loro delicatezza devono essere una provvidenza a carico dello Stato, e se le risorse ci sono ci sono per tutti, diversamente devono essere oggetto di una ripartizione ponderata, senza figli e figliastri.

6. Affidamento alla bilateralità di sole funzioni di sostegno, sussidiarie e non sostitutive, dell’intervento pubblico in materia di ammortizzatori sociali.

7. Una fiscalità premiale verso iniziative aziendali (o collettive) di welfare specifico in tali momenti di flessione e di ricorso agli ammortizzatori.

8. Rafforzamento in chiave semplificatoria dei meccanismi di erogazione delle prestazioni, prevedendo sempre il pagamento diretto dell’ammortizzatore da parte delle aziende, senza pregiudizio finanziario delle stesse (si veda proposta dello scorso mese su questa rivista).

9. Sostegno alla rioccupazione durante la cassa, specie se di prevedibile medio-lunga durata.

Cosa osta ad una simile soluzione? Beninteso, sappiamo che non è facile ne è immediato cambiare sistema, che è rischioso (non per niente prevediamo anche controlli qualificati) ma allo stesso tempo appare non ulteriormente procrastinabile: il modello attuale, obiettivamente, non funziona (Covid a parte).

La proposta che abbiamo esposto a grandi linee, si basa su una solidarietà economica possibile solo in un sistema equo ed ordinato (che vuol dire anche la prevenzione di abusi e furbizie), senza contrapposizioni fra il mondo industriale e quello autonomo e delle piccole imprese o fra industria e terziario, perche queste distinzioni appaiono ormai abbastanza superate, artificiose e strumentali rispetto al mantenimento di posizioni privilegiate. Tuttavia, l’egoismo ed il particolarismo di oggi rischia di essere la chiave dell’insuccesso di domani.

L’universalizzazione delle tutele (a cui mancherebbe, nella nostra proposta, un’attenzione peculiare per il lavoro autonomo economicamente dipendente, ma sarebbe il passo immediatamente successivo) richiede uno sforzo progettuale, un piano di sviluppo intelligente ed un coinvolgimento del mondo economico e del lavoro. Si può anche non esser d’accordo, ovviamente. Tuttavia, si rifletta sul fatto che quando certe bombe sociali scoppiano, spesso sono solo il risultato dell’accumulo di tanta forza esplosiva che nessuno ha pensato di disinnescare per tempo (se non per giustizia, almeno per intelligenza).

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