Una proposta al mese – CAOS COVID: una “sanatoria” per tutte le casse

di Andrea Asnaghi – Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

            Donaci, padre Zeus, il miracolo di un cambiamento

(Simonide di Ceo)

Parliamo ancora una volta di ammortizzatori sociali: nessuno ce ne voglia, non è un’idea fissa (perlomeno non è una nostra idea fissa) ma è semplicemente la drammatica realtà che ci siamo trovati a fronteggiare in questi mesi: noi consulenti del lavoro, ma anche le imprese, per non parlare dei lavoratori e delle loro famiglie.

Ma se in passato abbiamo fatto proposte prospettiche, e forse ancora ci ritorneremo, quella di questo mese è una proposta istantanea, immediata, di facile spiegazione.

Alzi la mano chi non ha visto la tremenda confusione generata in merito dalla sovrapposizione e stratificazione, spesso davvero poco coordinata, di norme emergenziali, che si inserivano in una già di per sé non facile ed immediata normativa standard.

Alzi la mano chi non ha scorto, solitamente intorno al week-end, con timore la propria posta elettronica o i siti istituzionali, per constatare l’uscita dell’ennesima circolare o decreto o faq o qualsiasi altra cosa buona a gettare scompiglio, a precisare e a rettificare.

Nel frattempo, le aziende ed i professionisti avevano altre, e forse altrettanto urgenti, incombenze; tanto per dirne qualcuna, in tema di salute e sicurezza sul lavoro c’è stato un bel da fare; anche riorganizzare le attività, salvare il salvabile della clientela e degli ordini, coniugare le esigenze di tutti, rivedere le priorità finanziarie. E senza parlare delle urgenze personali, che oltre allo studio o all’impresa c’era da badare anche, forse soprattutto, alla pelle propria e dei propri cari.

Insomma, un periodo naturalmente caotico per l’emergenza nuova ed improvvisa, a cui non è stato facile prendere le misure, che la legislazione e la prassi incombenti non hanno certo aiutato a superare agevolmente.

Così, è con un certo sgomento che oggi sentiamo parlare di casse scadute, di decadenza del diritto, di reiezione delle richieste (vedi messaggio Inps n. 3007 del 31 luglio, solo per fare un esempio degli ultimi).

Un minimo di obiettività, anche senza voler essere per forza critici (ma su questa Rivista lo siamo stati e crediamo fosse giustificato e necessario), porterebbe a riconoscere che ancora oggi, a distanza di mesi, molti dubbi permangono. E questi dubbi, volente o nolente, hanno inciso anche sulle scelte aziendali e sulle scelte dei professionisti del lavoro.

Allora ci pare il minimo chiedere, anzi proporre, una sorta di sanatoria, cioè chiedere che sino alla fine dell’emergenza (se c’è uno stato di emergenza proclamato ci sarà bene anche la relativa, reale emergenza, no?) non vi siano preclusioni e decadenze, che tutti gli errori formali o i ritardi vengano abbuonati. Specie quelli derivanti dai dubbi non ancora chiariti del tutto, e sono tanti.

Viceversa, non poche aziende, e non pochi colleghi, rischieranno di trovarsi in serie difficoltà, per prestazioni negate, magari per importi ingenti.

Qualcuno penserà ad una proposta “balneare”, al “refugium peccatorum” per professionisti distratti o incapaci o aziende disorganizzate o anche scorrette. Niente di tutto questo. Solo un atteggiamento orientato al bene comune: se lo Stato non ti è vicino quando ne hai bisogno, che Stato è? E la vicinanza non si esprime solo a discorsi.

Un atto di clemenza, senza rigidità fuori luogo, che viste le molteplici incertezze della norma e della prassi, sembra quasi un atto dovuto. Fine dell’emergenza, fine dei giochi: prima, cioè per l’intera durata dell’emergenza, tutto è emendabile e rivedibile. Non si dica che in tal modo sarà difficile stabilire con esattezza il flusso dei costi: altrimenti qualcuno potrebbe pensare male (si fa peccato, ma non di rado ci si azzecca) e riflettere sul fatto che la distanza fra le promesse e le possibilità concrete si sia programmato di  colmarla facendo cassa sugli errori in buona fede, sulle eccezioni capziose o bizantine.

Una proposta semplice, immediata, civile: non chiudere le porte a chi incolpevolmente – o magari solo per un peccato veniale, o ancora per una difficoltà personale – è stato confuso o tardivo.

Il Governo, gli Enti hanno sbagliato tanto, hanno corretto tanto, hanno ancora tanto da correggere e da finire di spiegare: per una volta, in una situazione così drammatica, riflettiamo che anche la società civile ha il diritto di sbagliare (per errore umano, ovviamente, non per dolo).

E se proprio non volete parlare di “diritto”, diciamo che la possibilità di sbagliare, in buona fede, anzi di perdersi in un ginepraio che altri hanno seminato, non deve vedere nessuno oggetto di condanna, di deprivazione economica quale la perdita di una prestazione e l’onere di rifonderla di tasca propria.

Stato, se ci sei batti un colpo.

Preleva l’articolo completo in pdf