Una nuova valutazione del rischio: le attività di lavoro non routinarie

di Antonella Rosati – Ricercatrice del Centro Studi e Ricerche

Ugo Fonzar, Patrizia Marcon, Lorenzo Stefanutti analizzano le attività non routinarie in relazione alla valutazione del rischio  [*]

Gli artt. 17, co. 1, e 28 del D.lgs. n. 81/2008 vincolano il datore di lavoro a intercettare, valutare e inserire formalmente nel DVR tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, compresi quelli connessi ad attività non preventivamente pianificate perché svolte “per la prima volta” oppure in maniera non routinaria, i c.d. non-routine works[1].

Ma spesso il datore di lavoro non è nemmeno consapevole del fatto che queste attività possano venire svolte dai lavoratori.

Un problema rilevante, e irrisolto, cui gli Autori cercano di porre rimedio fornendo spunti pragmatici, nuovi canoni di valutazione, una diversa procedura da seguire e una modulistica ah hoc.

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Cosa sono le attività di lavoro non routinarie?

Le attività non routinarie sono quelle che non rientrano nella normalità dei compiti svolti dai lavoratori, discostandosi anche dall’esperienza personale del singolo:

  • attività uniche o mai svolte in precedenza;
  • attività eseguite sporadicamente o al di fuori dei normali compiti assegnati;
  • attività svolte in assenza di procedure scritte o prassi consolidate;
  • utilizzo di prodotti chimici particolari non più presenti nel mercato oppure scaduti;
  • attività svolte in maniera differente dalle consuete modalità o completamente ignote ai lavoratori, anche ai più esperti;
  • attività condotte in situazioni di emergenza.

La caratteristica principale è che i pericoli, i rischi correlati e i relativi sistemi di controllo – preventivi e protettivi – non vengono identificati, né valutati e formalizzati per iscritto.

Ma l’inosservanza del disposto legislativo, è opportuno rammentarlo, costituisce violazione di regole cautelari normativamente previste e quindi, in caso di infortunio[2], ipotesi di colpa specifica penalmente rilevante e in nesso di causa dell’infortunio.

 

Il metodo suggerito: “plan your work, then work your plan”

Per assicurarsi che i pericoli siano integralmente compresi e verificati è fondamentale che le peculiarità di un lavoro da svolgere vengano esaminate ex ante.

Il metodo da seguire deve iniziare con una descrizione meticolosa di ogni fase delle attività, degli strumenti e delle attrezzature impiegati, del personale richiesto, possibilmente corredata con uno schema dell’area di lavoro e identificazione dell’attività.

E’ poi essenziale stilare una lista di pericoli – che includono i potenziali pericoli tipici (caduta dall’alto, elettrico, chimico, ecc.) – il più possibile esauriente: dichiarare che un pericolo non c’è è già fare una valutazione del rischio.

I benefici attesi da questa metodica sono:

  • riflettere sui pericoli per gestire i rischi correlati al lavoro non routinario, così da schivare l’improvvisazione;
  • fornire a tutti i soggetti coinvolti un piano di lavoro scritto per evitare problemi di comunicazione;
  • assicurarsi che tutti comprendano il ruolo di ogni collega di lavoro;
  • avviare la discussione tra i lavoratori interessati, coinvolgendoli e cercando opportunità di miglioramento;
  • formare il personale addetto;
  • cristallizzare e standardizzare la valutazione del rischio;
  • stimolare la percezione del rischio, la sua gestione anche in autonomia da parte di singoli o gruppi di lavoratori;
  • aumentare la cultura della sicurezza in azienda.

Ma se la valutazione di tutti i rischi e l’elaborazione del DVR sono a carico del datore di lavoro, come si abbina questa prescrizione con una procedura on the job condotta con la tecnica bottom-up come quella tratteggiata?

La risposta sta nella previsione di una procedura aziendale dedicata nuova, più “viva” e dinamica (ad es. inserita nella “gestione del cambiamento”), inclusa la formazione degli addetti coinvolti che – divenuti parte integrante attiva del processo – producono e poi fanno sottoscrivere alle figure classiche preposte i documenti prodotti: datore di lavoro, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, medico competente, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. [3]

[1] Anche la norma OHSAS 18001 al punto 4.3.1 richiede di considerare nella valutazione sia le attività routinarie che quelle non routinarie, così come la ISO 45001:2018, punto 6.1.2.1.

[2] Studio di Du Pont: il 96% degli infortuni sono associati ad azioni non sicure. Dall’80 al 90% degli infortuni sono associati a errori umani (Joshchek 1981).

[3] In chiusura dell’articolo viene riportato un esempio di modulo di valutazione del rischio dell’attività non routinarie, correlata dalle misure preventive e protettive ipotizzate per ridurre i rischi presenti. Nei casi più articolati si potrebbe, prima di far eseguire il lavoro, condurre una fase di analisi e poi approfondire il tutto coinvolgendo altre funzioni aziendali specialistiche (ad es. SPP, responsabili della manutenzione, tecnici esperti, ecc.) e prevedendo la redazione di specifiche procedure, permessi o istruzioni operative ad hoc prima dell’esecuzione dei lavori.

[*]  Sintesi dell’articolo pubblicato in Igiene & Sicurezza del Lavoro, 6 / 2019, p. 349 dal titolo Il lavoro non routinario e la valutazione del rischio.

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