UN BUCO NERO NELLA FORZA LAVORO: il mix tra denatalità e bassi tassi di occupazione potenzialmente drammatico per il nostro mercato del lavoro

di Mirko Altimari – Ricercatore e docente di Diritto del lavoro Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il progetto Laboratorio Futuro dell’Istituto Toniolo si propone l’obiettivo di offrire al decisore pubblico analisi scientifiche e al contempo divulgative su temi centrali nel dibattito pubblico 

 

Una delle criticità con cui gli operatori del diritto e, più in generale, tutti i cittadini, convivono è una sorta di “presentismo” delle scelte operate del Legislatore, che caratterizza il macroambito del diritto del lavoro e della previdenza sociale ma non solo: manca, direi anche al di là del merito delle proposte, sulle quali si possono avere idee differenti, un metodo che le collochi nel periodo mediolungo. È evidente e del tutto legittimo che le scelte politiche ricerchino il consenso, anche a breve, però si ritiene sia necessario ritrovare uno sguardo di prospettiva più ampio, che guardi alle prossime generazioni più che alla prossima elezione, stante il clima di campagna elettorale permanente che informa tutte le forze politiche. Al tempo stesso la c.d. società civile e gli studiosi sono spesso tacciati di avere scarsa dimestichezza con le dinamiche reali e di limitarsi a una generica e per questo vana critica. Credo che il recente progetto dell’Istituto Giuseppe Toniolo, l’Ente fondatore dell’Università Cattolica, intitolato, non casualmente, Laboratorio Futuro, abbia l’ambizione di far fronte ad entrambe le questioni succitate, ponendosi l’ambizioso progetto di rispondere a due grandi domande: «Come sarà l’Italia tra dieci anni? Come affrontare i grandi cambiamenti sociali?» Conoscere la realtà odierna, senza pregiudizi in senso etimologico, ma ponendo in essere analisi con metodo scientifico, è la premessa per agire meglio in un’ottica di medio-lungo periodo, per poter compiere scelte adeguate:
del resto uno dei compiti che ci si dovrebbe attendere dalla politica, è proprio quello di orientare i processi e non limitarsi a subirli. Per raggiungere questo scopo, per il tramite di Laboratorio Futuro, l’Istituto Toniolo intende replicare ed estendere il metodo di lavoro e di analisi che dal 2012 caratterizza il c.d. Rapporto Giovani: quest’ultima è una ricerca, aggiornata annualmente, che è coordinata dal Prof. Alessandro Rosina, Professore ordinario di demografia nell’Università Cattolica ed editorialista di alcuni dei principali giornali italiani (Repubblica, Sole 24 ore, Avvenire). Tale ricerca si è imposta nel dibattito scientifico e non solo in Italia perché è la più estesa analisi disponibile nel nostro Paese sull’universo giovanile, fornendo dati comparabili a livello internazionale con la collaborazione del Laboratorio di Statistica dell’Università Cattolica e grazie al sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo, e viene pubblicata per le edizioni “il Mulino”. Il Rapporto Giovani – e l’Osservatorio che ne è conseguito – si propone come uno dei principali punti di riferimento in Italia sulla condizione dei giovani, fornendo dati, analisi e notizie che possano esplorare a fondo una componente essenziale della nostra società. Nel complesso, il progetto punta a concentrare l’attenzione pubblica sull’universo giovanile e le tematiche a esso legate, contribuendo così a meglio orientare politiche, servizi e progettualità. Adesso, come anticipato, Laboratorio Futuro si colloca quale ideale continuazione di questo progetto, ampliandone il raggio d’azione: ciò è particolarmente evidente con il primo lavoro che inaugura il laboratorio, la ricerca dal titolo “Un buco nero nella forza lavoro” che vede quali autori il già citato prof. Rosina e il sottoscritto, che è ricercatore di Diritto del lavoro nell’Università Cattolica (sia detto per inciso: vinco la ritrosia a parlare in prima persona della ricerca che mi vede coinvolto solo in virtù delle cortesi sollecitazioni pervenutemi in tal senso dagli amici il Presidente Potito Di Nunzio e la Caporedattrice di Sintesi Morena Massaini, che ringrazio per la proposta e per lo spazio). Questo report, che è il primo di una serie di lavori di ricerca i quali si propongono di indagare in maniera il più possibile divulgativa, ma al contempo con solide basi scientifiche, una serie di temi centrali per la nostra società, ha avuto una circolazione che è andata oltre il pubblico di addetti ai lavori: il tema qui indagato è quello del mercato del lavoro italiano nei prossimi dieci anni. Il rischio, paventato nei vari scenari prospettati, sulla base di accurate analisi demografiche, è che la riduzione della natalità associata ai troppo spesso deboli percorsi professionali, che caratterizzano molti dei giovani cittadini (non a caso l’Italia ha il poco lusinghiero record europeo di Neet) porti a conseguenze che rischiano di essere drammatiche per il mercato del lavoro di un domani, ormai prossimo. Queste annotazioni, che agli operatori qualificati del settore quali i consulenti del lavoro, di sicuro non sfuggono, sono fondate su una serie di rigorosi dati statistici. Partiamo da qualche numero: gli attuali 30-34enni italiani (i cosiddetti Millennials) sono oltre un milione in meno rispetto ai 40-44enni. Il rischio nell’arco di qualche anno è quello di perdere qualcosa come un lavoratore su cinque nella futura classe di età dei quarantenni, vale a dire il motore trainante della crescita di un Paese, con tutto ciò che ne consegue in termini di sostenibilità del sistema, anche (e non solo) dal punto di vista previdenziale. Si tratta di una riduzione senza precedenti, maggiore che nel resto d’Europa e con potenziali
conseguenze di lunga durata. Al contempo la popolazione anziana – fortunatamente, sia consentito evidenziare – continuerà ancor più ad aumentare. Tutto questo è comune a molti paesi cd. occidentali ma avverrà più in Italia che altrove in Europa perché, a parità di longevità (sui livelli dei paesi più avanzati), il crollo delle nascite è stato da noi più rilevante e continua a caratterizzarci, anzi si è accentuato negli ultimi anni, fino ad arrivare, lo scorso anno, al punto più basso in oltre cento anni di storia, come l’Istat ci ricordava poche settimane fa. L’Unione europea presenta infatti nel complesso una riduzione del 7% dei 30-34enni (giovani-adulti) rispetto ai 40-44enni (classe all’apice della vita attiva), contro il 26% in Italia. La Germania ha subito una riduzione simile nel recente passato a cui ha compensato con alti livelli di occupazione per le nuove generazioni. Francia e Regno Unito presentano squilibri analoghi o inferiori alla media europea. L’attuale tasso di occupazione, sia maschile che femminile, tocca il valore più elevato nella fascia 40-44 anni. Se, usando i dati comparativi Eurostat più aggiornati tale tasso risulta in Italia pari al 73,4 per cento (84,4 per gli uomini e 62,4 per le donne), il dato medio europeo, decisamente più elevato, è del 82,1% (88 per gli uomini e 76,1 per le donne); con riferimento a paesi (auspicabilmente) comparabili con l’Italia, il valore della Francia è in linea con il dato europeo (82,9%) mentre il tasso di occupazione per questa fascia di età tocca in Germania l’86,1%. In valore assoluto in Italia gli occupati nella fascia di età 40-44 anni sono 3,4 milioni. Sintetizzando: tra 10 anni arriveranno ad avere questa età gli attuali trentenni, e il loro peso “debole” in termini numerici, e non solo, avrà delle ricadute da non sottovalutare. Per l’Europa in generale questo comporterà una leggera contrazione, ma per l’Italia si tratterà di un contraccolpo rilevante e inedito da gestire con attenzione. Il rischio è infatti quello di indebolire il pilastro produttivo del paese per una combinazione di basso peso demografico (sono di meno) e bassa partecipazione effettiva al mercato del lavoro (presentano una storia occupazionale meno solida). I dati disponibili evidenziano in modo chiaro questo rischio. Dal punto di vista demografico: nel nostro paese gli attuali 30-34enni sono 1,2 milioni in meno rispetto agli attuali 40-44enni (i primi sono poco sotto i 3,5 milioni contro circa 4,7 milioni dei secondi). In termini di partecipazione lavorativa: il tasso di occupazione degli attuali 30-34enni è sensibilmente inferiore sia rispetto al tasso occupazionale dei coetanei europei (67,9% contro 79,1% Eu-28), sia al tasso occupazione che avevano i 30-34enni di dieci anni fa (gli attuali 40-44enni) pari a 74,8%. Dunque, concludendo sul punto, in assenza di politiche di rafforzamento demografico e di potenziamento del tasso di occupazione (portandolo su livelli però che non hanno precedenti in Italia), è molto verosimile che nei prossimi dieci anni possa ridursi drasticamente il numero di persone nella fascia di età più rilevante per i processi di crescita del paese. Se questi sono i numeri e i possibili scenari, su quali punti ci si dovrebbe concentrare? La denatalità è un tema che si pone in tutti i paesi europei ma non con le cifre italiane. È evidente che non è solo un problema di norme. Certamente ben vengano disposizioni che prevedano – ad esempio – il congedo di paternità o bonus per la frequenza degli asili nido, ma nessuno è tanto ingenuo da ritenere che basti qualche centinaio di euro per invertire questo trend negativo. Senza dubbio sarebbe utile una razionalizzazione della pluralità di istituti che, ciclicamente, ogni legge di Stabilità prevede nell’ottica di una loro messa a sistema, ma il problema ha tante concause, non ultime ragioni di carattere culturali, ed è tanta la strada da fare. Da un punto di vista del mercato del lavoro invece, come ampiamente noto a tutti coloro i quali operano nel settore, sebbene con ruoli differenti, scontiamo un coacervo di problemi complessi e talvolta atavici. Pensiamo alla carenza delle nostre politiche attive at
tive per il lavoro, che senz’altro passa anche dalla scarsità di risorse investite rispetto ad altri Paesi europei, ma non soltanto. In Italia la ricerca di lavoro continua ad essere prevalentemente affidata a canali di natura informale: l’87,3% delle persone in cerca di occupazione non passa per i canali ufficiali. L’azione di intermediazione richiesta ai Centri pubblici per l’impiego risulta invece molto limitata. Nel 2017 (ultimi dati presi in considerazione dalla ricerca) vi si è rivolto in media soltanto un quarto delle persone in cerca di lavoro. Inoltre, il ricorso al Cpi è stato ritenuto utile solamente dal 2,4% dei nuovi occupati e la percentuale cresce, ma non di molto, con riferimento alle agenzie private, ritenute utili soltanto dal 5,2% dei nuovi occupati per la ricerca dell’attuale lavoro. L’approccio burocratico-amministrativo talvolta fa sì che il disoccupato sia più una pratica da evadere (necessaria magari per accedere alla Naspi) che un cittadino da aiutare e supportare all’interno di un mercato del lavoro che cambia in maniera estremamente veloce. Anche aspetti in apparenza secondari, come il tema delle infrastrutture e delle banche dati informatiche, si rivelano in realtà un problema talvolta insormontabile. Insomma, è tutto perduto? La ricerca non si limita ad analizzare il presente ma mette a disposizione del Legislatore, e più in generale del decisore pubblico a diversi livelli, delle professioni, delle associazioni sindacale, una serie di scenari e di possibili proposte, come risulterà ancora più chiaro a quanti vorranno leggere la ricerca completa all’indirizzo http://laboratoriofuturo.it/ricerche/il-buco-nero-della-forza-lavoro/ Si è ben consapevoli che la situazione è complessa e che non esiste la bacchetta magica. Sta all’opinione pubblica far propri questi temi ineludibili e alla politica decidere quale strada percorrere, sapendo che si tratta di decisioni che ipotecano la vita, professionale e non, delle prossime generazione. Certamente il futuro non è già scritto. Ma per invertire la rotta occorre prendere decisioni ormai davvero non più differibili.

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