Social network e “fake news” : LA TUTELA DELL’IMPRENDITORE QUANDO SI SUPERA IL DIRITTO DI CRITICA

di Clarissa Muratori, Consulente del lavoro in Milano

I l social network rappresenta la più evoluta forma di comunicazione via web in grado di mettere in contatto in pochi secondi milioni di utenti. Attraverso le piattaforme social è possibile esprimere opinioni, condividere contenuti testuali, immagini audio e video, sia in veste di fruitori che come creatori di comunicazione. È indubbiamente una forma di diffusione di massa di notizie che non ha competitor con altre forme di comunicazione oggi conosciute.

I LIMITI DEL SOCIAL NETWORK

Nonostante sia un mezzo di comunicazione universale, anche in politica se ne scorge sempre più spesso l’interesse, appare infatti evidente che molti politici lo prediligano rispetto ai “vetusti” siti istituzionali; è uno strumento che tuttavia ci isola più che unirci, dato che quando ne facciamo uso siamo soli di fronte al nostro computer o allo smart phone e, complice l’apparente invalicabilità, non è infrequente superare i limiti della ragionevolezza nella sua utilizzazione.

E sì, perché qui, in questa dimensione a metà tra il reale e l’etereo non ci sono controlli, o almeno non immediatamente. Quindi chiunque può dire e fare qualsiasi cosa, o quasi.

E così milioni di utenti affollano il web dando libero sfogo ai loro pensieri, postando immagini, o lasciandosi andare a lunghi monologhi in cui si pontifica su davvero poca cosa oppure, peggio, su “ fake news”. Ma attenzione, diffondere notizie false, attraverso una piattaforma social network ci espone a dei rischi dei quali è opportuno prendere coscienza.

Tale forma di comunicazione non è assoluta, come è ovvio che sia, ma è soggetta agli stessi limiti che la giurisprudenza ha elaborato col tempo per l’attività giornalistica, seppur in forma attenuata data la tipologia delle notizie pubblicate.

L’autore di “ fake news” è perseguibile giudizialmente e condannabile a risarcire i danni alla vittima del reato, sia essa persona fisica o giuridica.

È quanto afferma il Tribunale di Torino (sentenza n. 1375 pubblicata il 21 aprile 2020) in riferimento ad un video, poi rivelatosi un falso, pubblicato su Facebook, che esortava ad esprimere il proprio dissenso verso un’iniziativa commerciale, questa reale, bandita dalla Fondazione “Museo delle Antichità Egizie di Torino” dal titolo “Fortunato chi parla arabo”, secondo la quale, per un periodo limitato di tempo, circa tre mesi, tutti i cittadini di lingua araba avrebbero potuto fare accesso al Museo Egizio in due persone al prezzo di un solo biglietto.

IL CASO OGGETTO DELLA SENTENZA

Venuto a conoscenza dell’iniziativa del Museo Egizio, l’autore del video, che veniva pubblicato sulla piattaforma Facebook, inscenava una telefonata falsa al centralino del Museo chiedendo quali fossero le promozioni in atto per visitarlo. Alla notizia della promozione riservata ai cittadini di lingua araba, oltre a criticare aspramente l’iniziativa, diritto di per sé legittimo, affermava di ritenere assolutamente ingiusta la promozione, in quanto, a suo dire, sovvenzionata da soldi pubblici e quindi dai soldi dei cittadini italiani, generandosi quindi una discriminazione al rovescio nei confronti di questi ultimi a favore dei cittadini stranieri.

Non solo, per tutta la durata del video si incitavano gli utenti a far sapere al Museo cosa si pensasse dell’iniziativa riportando in calce il numero di telefono del Museo stesso.

Il video, dopo la sua pubblicazione su Facebook, raggiungeva in poco tempo migliaia di utenti creando una vera e propria campagna d’odio contro il Museo con un susseguirsi di critiche, ingiurie, perfino minacce nei confronti del direttore e del personale, che successivamente alla pubblicazione del video avevano cominciato a ricevere telefonate ingiuriose e diffamanti proprio in relazione all’iniziativa commerciale.

Il caso, oggetto della nota sentenza, ha visto l’autore del video condannato ad un risarcimento del danno stabilito in 15.000 euro, non per la critica all’iniziativa, di per sé assolutamente ammissibile, rientrando nella libera manifestazione del proprio pensiero, ma per aver diffuso un video fasullo con cui si incentivava il pubblico dei potenziali visitatori ad inondare il centralino del Museo di telefonante, manifestatesi poi con toni eccessivi e violenti, in seguito anche all’affermazione, anch’essa accertata come non corrispondente a verità, che i finanziamenti dell’iniziativa venivano attinti da soldi pubblici.

IL DRITTO DI CRITICA ATTRAVERSO IL SOCIAL NETWORK

Il Tribunale di Torino fa un’attenta disamina sul diritto di critica e nel caso posto alla sua attenzione spiega dettagliatamente e con chiarezza quali sono state le riflessioni che hanno portato alla condanna del convenuto. Il diritto di critica prende le mosse da notizie vere o ritenute tali e per quanto aspro o addirittura irriverente si mantiene ancorato a fatti reali, cosa che nel caso in esame è stata del tutto travalicata.

Rispetto alla diffusione di notizie autentiche, ma del tutto false nella loro rappresentazione, si condanna non il dissenso in sé verso il fatto, pienamente manifestabile, ma la costruzione di un video fasullo e la diffusione, al suo interno, di notizie non corrispondenti alla realtà. La condotta dell’autore dell’illecito ha ripetutamente superato i confini della moderazione ed ha arrecato un significativo e tangibile danno all’immagine del Museo.

Per tali ragioni il giudice del merito ha ritenuto opportuno condannare l’autore del reato a pagare per l’errore commesso.

Sentenze di tale tenore non sono nuove alle aule di giustizia, ma la sentenza torinese ha il merito di aver posto l’attenzione sugli effetti amplificati che una notizia, oltre tutto fasulla, diffusa sul web può avere sugli utenti e, di conseguenza, sulla vittima oggetto di critica.

COME TUTELARSI, QUANDO POSSIBILE

Non solo può essere chiamato a rispondere giudizialmente del danno l’autore del reato, ma profili di responsabilità si scorgono anche nel titolare del sito che ospita tali contenuti qualora ad esempio la piattaforma non rappresenti semplicemente un mezzo di diffusione, ma in qualche modo dia valore ai contenuti della notizia stessa.

Alla luce di ciò per far fronte alla tutela della propria immagine gli imprenditori possono mettere in atto alcune azioni difensive: richiedere alla piattaforma la rimozione delle notizie false o offensive, promuovere in via d’urgenza un’azione volta alla rimozione delle notizie su ordine del giudice, oppure intraprendere un’azione giudiziale di risarcimento del danno1 .

Tuttavia, nonostante ciò, forse è proprio la dimensione del social network a farci credere, a torto per fortuna, che in qualche modo possiamo dire e fare tutto quello che vogliamo. Non vi è dubbio infatti che molto spesso gli autori di tali reati sono difficilmente rintracciabili e che quindi anche la miglior difesa contro tali illeciti crolli di fronte alla nebulosità delle piattaforme social. L’altro aspetto poi è la velocità con cui il social network, per sua stessa natura, raggiunge gli utenti collegati, ma con un grosso limite: le notizie che vi circolano difficilmente sono verificate ed i fruitori che ne fanno uso sono a loro volta ingannati, amplificandone al tempo stesso gli effetti ai danni di chi, ammettiamolo, dovrà faticare non poco per riacquistare, probabilmente mai del tutto, un’immagine costruita col tempo e perduta con un click.

1. Si v. Ciccia Messina A., Fake news: quando l’imprenditore può chiedere il risarcimento dei danni, Quotidiano Ipsoa, 23 giugno 2020.

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