Sgravio contributivo del Decreto Legge 104. LE PRIME INDICAZIONI INPS

a cura di Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (SO)

Con la circolare n. 105 del 18 settembre 2020 – uscita come ormai consuetudine di venerdì sera – l’Inps fornisce la sua lettura in merito al nuovo Esonero dal versamento dei contributi previdenziali per aziende che non richiedono trattamenti di cassa integrazione previsto dall’art. 3 del D.l. n. 104 del 14 agosto 2020. In particolar modo si precisano le modalità di calcolo dell’esonero, aspetto su cui concentreremo questo nostro intervento.

Diciamo subito che la lettura non ci sorprende. Potendo scegliere tra due diverse interpretazioni sul quantum dello sgravio la scelta è caduta su quella che meno va ad incidere sulle casse dell’Istituto.

Si ricorderà infatti di come, nello scorso numero di questa Rivista, propendevamo per un calcolo dell’esonero che prendesse a riferimento l’ammontare, quale valore economico, delle ore di integrazione salariale fruite, ovvero pagate dall’Inps, nel famoso bimestre maggio/giugno 2020.

Avevamo di contro escluso il possibile diverso riferimento alla retribuzione teorica persa su cui è stato riconosciuto l’ammortizzatore. E per una semplice questione di formulazione letterale della norma.

Avevamo infatti ritenuto sostenibile questa lettura solo qualora la norma avesse diversamente disposto, ad esempio riferendosi al doppio della contribuzione virtualmente dovuta sulla retribuzione persa durante il periodo di fruizione dell’integrazione salariale.

Questa sì che sarebbe stata chiarezza!

Al contrario la norma parla semplicemente di un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro da quantificare nel limite

del doppio delle ore di integrazione salariale già fruite nei predetti mesi di maggio e giugno 2020…

L’Inps invece abbiamo detto sposa una lettura chiaramente pro domo sua e, prima riporta paro paro il passaggio di legge, subito dopo si affretta a precisare che:

L’importo dell’agevolazione, più specificamente, è pari alla contribuzione a carico del datore di lavoro non versata in relazione al doppio delle ore di fruizione degli ammortizzatori sociali nei mesi citati.

Ma che vuol dire quel “specificamente”?

In quale passaggio normativo l’Istituto di Previdenza Sociale ricava questa specifica?

Quando mai nell’articolo 3 si parla di contribuzione non versata?

Che fa l’Inps? Si mette a dare l’interpretazione autentica della norma?

E che qualcuno si sia montato la testa lo vediamo confermato nel passaggio successivo dove ci si ostina ad attribuire un senso alla norma che, per dirla alla Vasco, tale senso non ha.

… più specificamente, si rappresenta che l’effettivo ammontare dell’esonero sarà pari al minor importo tra la contribuzione teoricamente dovuta per la retribuzione persa in forza del doppio delle ore di integrazione salariale fruite nei mesi di maggio e giugno 2020 e la contribuzione datoriale dovuta nelle singole mensilità in cui ci si intenda avvalere della misura …

In nessun passaggio della norma – e non ci stancheremo di ripeterlo – si parla di un importo da calcolarsi sulla contribuzione teoricamente dovuta ma semplicemente di un esonero da quantificare riferendosi al doppio delle ore di integrazione salariale già fruite.

E si noti bene che la norma si riferisce esplicitamente alle ore di Cig fruite, (che vanno valorizzate in funzione dei massimali individuati dall’Inps) e non alle ore lavorative perse (il cui importo dipende dall’eventuale Ccnl applicato).

Le ore di integrazione salariale fruite sono quelle di assenza dal lavoro causa Covid e, se necessariamente devono essere quantificate in soldoni, si deve considerare ciò che l’Istituto ha, direttamente o indirettamente, pagato per le stesse ai lavoratori.

Questo importo è la base che la legge ha individuato e su cui calcolare, raddoppiandolo, l’ammontare dello sgravio spettante alle aziende che rinunceranno a richiedere i trattamenti di cui all’art. 1 del D.l. n. 104. Per i motivi che precedono chi scrive continua a ritenere questa l’unica lettura possibile, visto anche l’art. 12 delle Preleggi.

Piccolo inciso: ma per il calcolo della “contribuzione teoricamente dovuta per la retribuzione persa” causa CIG vanno considerate anche le mensilità aggiuntive? Direi di sì anche se questo l’Inps non ce lo dice.

La questione, sia chiaro, non è di lana caprina ma ci sono di mezzo un sacco di soldi. Se ipotizziamo che per un mese di Cassa integrazione di un singolo operaio l’importo dello sgravio, calcolato in base a due volte la contribuzione virtuale dovuta sulle ore coperte dall’ammortizzatore sociale, è in media di 1.000 euro, contro il doppio ove il calcolo partisse dall’importo delle ore di Cig fruite, possiamo immaginare che si rischia un contenzioso di rilievo tra l’Inps e quelle aziende che occupano un discreto numero di lavoratori. La differenza su 100 lavoratori si aggira infatti sui 100.000 euro per mese; se i mesi son stati due arriviamo a ben 200.000 euro.

È pur vero che – come fatto notare da illustre commentatore1 – la relazione tecnica del decreto sembra propendere per la prima interpretazione, avendo indicato che «l’aliquota media oggetto di sgravio a carico del datore di lavoro è pari al 31%», ma è anche vero che, di fronte ad un testo che dice ben altra cosa, un Giudice potrebbe attenersi a quanto scritto, senza alcuna indagine sulla volontà di un legislatore che ancora una volta non si è dimostrato all’altezza, difettando sistematicamente della necessaria chiarezza.

Teniamo peraltro presente che la Relazione tecnica (atto propedeutico interno richiesto per la discussione di norme che comportano conseguenze finanziarie) è richiesta per dare contezza degli effetti finanziari di ciascuna disposizione ai fini del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato.

Pertanto, un’eventuale topica, un dato errato o anche un errore di calcolo, di qualche tecnico “sbadato” non dovrebbe mai incidere nella ricerca della volontà del legislatore – quella verso cui non è ammessa alcuna ignoranza da parte del cittadino – che deve partire sempre dal noto principio latino Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit.

Insomma, se vi sarà qualche avvocato “temerario” ma soprattutto un qualche giudice che si rammenta anche dell’altro brocardo in claris non fit interpretatio, credo che prossimamente ne vedremo delle belle.

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