Settore di inquadramento contributivo errato – Quando il reo non è il datore di lavoro

di Emilia Scalise, Consulente del lavoro in Milano

 Tra le principali attività di set up di una società è prevista l’apertura della posizione contributiva, cosiddetta matricola Inps, necessaria per il versamento dei contributi previdenziali previsti dalla legge.  

La procedura di apertura, ormai da anni telematizzata, consiste nella compilazione guidata di poche e facili informazioni inerenti la società. 

Nonostante le semplici richieste dell’Istituto non sempre il settore di inquadramento attribuito d’ufficio per il corretto versamento contributivo rispecchia l’attività effettivamente svolta dall’azienda.  Difatti, l’unico dato, se si può dire “attendibile”, tra quelli richiesti, è il codice attività ISTAT), 

Per tale motivo, l’attribuzione iniziale del settore di inquadramento può essere successivamente riesaminata, sia su richiesta dell’azienda che per iniziativa diretta dell’Inps. 

Nessun dubbio sulle conseguenze retroattive della variazione, qualora la stessa sia dipesa da inesatte dichiarazioni da parte del datore di lavoro (la retroattività della variazione in tal caso decorrere dalla richiesta iniziale), ma cosa accade quando la regolarizzazione della posizione contributiva derivi da un errore imputabile al solo ente previdenziale? 

Sul punto è intervenuta di recente la Cassazione Civile con l’ordinanza n. 22556 del 10 settembre 2019, la quale ha ritenuto che nulla è dovuto quando il danno subito dall’ente previdenziale appare imputabile allo stesso istituto. 

La questione della controversia verteva sulla sussistenza o meno dell’obbligo da parte del datore di lavoro (un Consorzio) al pagamento di sanzioni e interessi richiesti dall’ente per avere omesso il versamento di contributi e per indebito godimento dei benefici relativi alla fiscalizzazione degli oneri sociali, a seguito di reinquadramento contributivo da settore commercio a settore industria disposto in sede giudiziaria.   

La Corte di Appello di Perugia, in favore dell’ente previdenziale, giustificava il pagamento di sanzioni e interessi per il carattere automatico del suo sorgere, in presenza dell’inadempimento dell’obbligo contributivo e negando rilievo alla circostanza che nella specie l’inadempimento dipendeva dall’erroneo inquadramento del Consorzio come impresa di natura commerciale, disposto dall’Inps che si era opposto fino a una certa data all’inquadramento dello stesso nel settore industriale. 

La parte lesa ricorreva per Cassazione sulla base di quattro motivi di ricorso, ritenuti tutti completamente fondati. 

Nello specifico, relativamente al pagamento di sanzioni e interessi, la Cassazione ha specificato che “il principio secondo cui l’obbligo relativo alle somme aggiuntive che il datore di lavoro è tenuto a versare in caso di omesso o tardivo pagamento dei contributi previdenziali […] non si applica allorché il danno subito dall’ente previdenziale appare imputabile allo stesso ente ovvero nelle ipotesi di applicabilità del D.L. 30 dicembre 1987, n. 536 […] che, avendo attribuito rilievo, nella fissazione di una certa graduazione dell’entità della somma aggiuntiva, all’esistenza di oggettive incertezze sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo  (art. 4, comma 1, lettera b), induce a ritenere che non sia dovuta alcuna somma aggiuntiva quando l’omesso o il ritardato versamento dei contributi sia stato causato dalla incontroversa rappresentazione dell’inesistenza dell’obbligo”. 

In sostanza gli Ermellini affrontano due diversi temi derivanti dalla riconosciuta responsabilità dell’ente nell’erroneo inquadramento contributivo: da un lato, la necessaria valutazione sulla posizione della corrispondente obbligazione sanzionatoria per omesso versamento contributivo rispetto al differente inquadramento disposto dall’Inps nel settore commercio anziché in quello industriale. Secondo la giurisprudenza, nel caso di specie, si ha una deroga al principio generale della ricorrenza automatica della corrispondente obbligazione a titolo di sanzioni ogni qualvolta il danno subito dall’istituto sia a lui stesso imputato (come accade quando sia stato disposto un erroneo inquadramento con determinazione d’ufficio). Dall’altro lato, l’estensione di tale deroga anche nelle ipotesi in cui vi siano oggettive incertezze sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo, connesse ad una controversia determinata da erroneo inquadramento da parte dello stesso ente previdenziale. Il fatto che l’Inps abbia richiesto le differenze contributive solo a seguito del passaggio in giudicato della sentenza che ha rideterminato l’inquadramento contributivo, secondo i giudici di merito, rende illegittima la richiesta dell’istituto per effetto dell’oggettivo inadempimento contributivo alle scadenze di legge.  

La sentenza in oggetto affronta anche un secondo importante aspetto derivante dall’errato inquadramento contributivo: il conseguente recupero delle prestazioni che, per effetto del diverso inquadramento, possono risultare non dovute. 

Sul punto, in linea con la tesi sull’omesso e ritardato pagamento contributivo, la Cassazione si è pronunciata con particolare riferimento all’indennità di malattia, stabilendo che “in caso di indebito versamento delle indennità ai lavoratori, dovuto all’erroneo inquadramento da parte dell’ente previdenziale, è dunque quest’ultimo, quale obbligato, a dover sopportare le conseguenze dell’impossibilità di recupero delle somme erogate nei confronti dei percettori: il datore di lavoro, infatti, è sì tenuto a procedere egli stesso a tale recupero  […], ma, ai sensi del comma 4, “qualora non possa recuperare le somme stesse, è tenuto a darne comunicazione all’istituto, che provvederà direttamente al recupero”. 

In altre parole, chi sbaglia paga. 

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