Senza filtro – Vendere … e svendere

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

Soffro nel vederti infrangere

                                                                                                                 i principi sui quali era salda

                                                                                                                 un’esemplare dignità …

                                                                                                                 Se è vero che ad ogni rinuncia

                                                                                                                 corrisponde una contropartita considerevole

                                                                                                                 privarsi dell’anima comporterebbe

                                                                                                                 una lauta ricompensa”.

 (Carmen Consoli – L’eccezione)

Vendere, dare qualcosa in cambio di qualcos’altro, sostanzialmente denaro-ricompensa, non è una cosa brutta in se stessa. Il business fa parte della vita normale di un imprenditore o di un professionista, a meno che non si sia aperta una “onlus”. La donazione, l’offerta gratuita – propria dell’amore, dell’amicizia e dei rapporti interpersonali più veri, – non è possibile, probabilmente nemmeno giusto, pretenderla entro i normali rapporti economici.

Così anche noi consulenti (nel senso di professionisti o operatori intellettuali in genere) vendiamo, offriamo sul mercato, con leggi ad esso sostanzialmente analoghe, le nostre competenze, il portato di informazione e di esperienza di cui disponiamo.

Ma dobbiamo subito qui aggiungere che vi è, vi deve, vi dovrebbe essere nel nostro stare sul/nel mercato una cifra distintiva, le cui multiformi caratteristiche potrebbero tranquillamente racchiudersi sotto la parola “deontologia”: possessori di competenze, di sapere, abbiamo un ruolo in più nello scambio, pur mercantile, che di esso facciamo, perché maggiormente abbiamo la possibilità di coglierne i principi, le risultanze, le ricadute, soggetti unicamente alla libertà intellettuale ed incondizionabile che ci contraddistingue ed ai principi della professione.

Consci dell’innegabile valore dell’autocritica, vorremmo rivolgere l’attenzione al nostro settore, quello del lavoro in genere, e mettere a fuoco una devianza dell’attività, professionale, intellettuale, o consulenziale in senso lato, che in luogo di un’onesta vendita di conoscenze e soluzioni è piuttosto tesa alla svendita.

No, non vogliamo qui parlare dell’atteggiamento, spesso autolesionista, del professionista che si lascia trascinare nel gorgo del prezzo basso, del costo come unico metro di valutazione del proprio operato (un cortocircuito spesso causato proprio da quel mercato e da quella concorrenza le cui leggi sembrano, ma spesso non sono, garanzia di libertà e di convenienza per il fruitore dei servizi).

“Svendere” infatti ha una duplice accezione: non solo quella del vendere “sottocosto” o a prezzi irrisori (che nel caso predetto si risolverebbe in uno svendersi) ma anche quella del dispregio verso ciò di cui si sta facendo commercio; o, come dice il dizionario, “sacrificare qualcosa di importante in cambio di qualcos’altro che non lo merita o in nome di interessi poco nobili”.

Ci sono campi in cui un consulente non potrebbe, non dovrebbe permettersi di essere leggero, in considerazione dell’importanza e della serietà di questi campi. E tantomeno di farsi attrarre dal guadagno facile. È lì che soluzioni vendute (e magari nemmeno svendute, anzi fatte pagare a caro prezzo) come “comode scorciatoie” rivelano un certo dispregio verso la materia; la cosa ancora più grave è che questo dispregio si riverbera automaticamente verso i fruitori della “consulenza” e via via si dipana nel mondo del lavoro. Insomma è un effetto di cerchi concentrici viziosi che tradiscono lo scopo e l’essenza stessa della professione e del campo di cui si occupa.

Facciamo qualche esempio.

Tutti concordiamo – chi non concorda o è folle o vive nel diciannovesimo secolo … – sull’importanza della sicurezza sul lavoro. Ma poi, magicamente, ecco spuntare la valutazione dei rischi “standard” (un bel modello, zeppo di pagine e formule ma, ahimè, uguale per tutti, basta cambiare l’intestazione di prima pagina), i corsi di formazione in e-learning con le risposte precompilate, i corsi di formazione residenziali con le presenze (!) già compilate, le certificazioni leggere o farlocche di questo o quel corso, questa o quella competenza.

E che dire dell’operazione “maquillage” dell’OT/24 Inail? Ma sì, sapete, quel modello che si inoltra ad Inail per avere uno sconto sul tasso di contribuzione in quanto aziende particolarmente virtuose nella realizzazione di un sistema di sicurezza o, per dirla con le parole esatte, che abbiano realizzato “interventi aggiuntivi di miglioramento nel campo della prevenzione degli infortuni e dell’igiene del lavoro”.

Interventi aggiuntivi, che devono portare ad un determinano punteggio. Ma che significa aggiuntivi? Significa non solo che con la norma sei già a posto ma che stai facendo di più, stai migliorando oltre il dovuto, in forma volontaria, le condizioni di lavoro. Se invece ti dicono che il punteggio, a cui consegue lo sconto, si raggiunge con un po’ di azioni sapienti, anche se insipienti sotto un profilo di reale efficacia, (e nota bene: con la clausola espressa “soddisfatti o rimborsati”), che consulenza è ? Che serietà è (anche dei controlli NON posti in essere dagli Enti per verificare questi contributi elargiti un po’ a pioggia) ?

E la formazione professionale? Questo aspetto, che tutti dicono strategico ed indifferibile per un rilancio dell’economia ed una tenuta dell’occupazione, sia a livello sociale che personale, come viene gestito? Quanti magheggi economici stanno dietro ad un certo modo di intendere la formazione professionale? Come mai uno dei fondi interprofessionali con più iscritti (ma non è l’unico) gira per studi offrendo non una particolare qualità di corsi ma soldi – cash – e nemmeno pochi (provvigioni, prebende, pizzi, chiamatele come volete) per girare il contributo dello 0,30 per i fondi interprofessionali alla loro organizzazione ? Possiamo chiederci cosa ci stia dietro, quali interessi si muovano? E possiamo poi meravigliarci se, salvo lodevoli eccezioni, la formazione efficace stenti a decollare ?

La medesima cosa succede con diverse associazioni di categoria, maggiori o minori, che foraggiano i propri Enti bilaterali e incassano contributi associativi (che sono, ricordiamolo, una delega “politica” importante) riconoscendo al “consulente promotore” una commissione. Ma l’associazione sindacale non è e deve essere libera? E la promozione della contrattazione collettiva deve esser un libero confronto fra parti volto alla realizzazione di un comune terreno condiviso, bilateralmente garantista, oppure la ricerca del minor costo (ergo, maggior profitto) sulla testa dei lavoratori? E ancora, l’ente bilaterale nasce per dare servizi alle imprese ed ai lavoratori per un ennesimo miglioramento della reciproche condizioni e rapporti, o come carrozzone raccogli-fondi e potere o consenso politico? Eh sì, perché legati inscindibilmente agli interessi economici c’è la possibilità di stare in certe stanze, di manovrare determinati aspetti di gestione sociale, cioè di entrare, indirettamente ma purtroppo molto efficacemente, in altre cordate di interesse (una versione politico- sindacale del “piatto ricco, mi ci ficco”).

Fosse anche che questo sia un andazzo (un trend, come direbbero gli anglofoni) difficile da contrastare, sicuramente ci si aspetterebbe dagli appartenenti ad una classe professionale un sicuro contrasto a tutte queste forme, quantomeno una salutare distanza, non una compiacente connivenza, non uno scambio di favori, magari con la giustificazione pelosa del “tanto se non lo faccio io lo fa qualcun altro”.

Forse, in tali casi, alla parola “professionisti” dovremmo sostituire la parola “profittimisti” (no, non sono quelli a cui piacciono i profitteroles, sono gli esperti che hanno in testa solo il profitto). Forse la parola consulenti (che ha un bel sapore, di consiglio, di dirittura morale e di orientamento consapevole) dovremmo sostituirla con “concludenti” (che qui non sono il contrario degli inconcludenti, ma sono quelli a cui piace concludere un bel gruzzoletto).

Precisando, non fosse stato chiaro finora che con la parola “consulenti”non stiamo parlando dei consulenti del lavoro, ma delle professioni in genere, quelle per intenderci individuate dagli artt. 2229-2230 del codice civile (grande famiglia fra cui ovviamente anche i consulenti del lavoro stanno di diritto) noi crediamo fortemente che la parola “consulenti” non sia una parolaccia (come sosteneva un amico – vero professionista del settore sicurezza – in una chiacchierata su un social forum), pensiamo (al contrario di un insulso pensiero dominante) che il vero approdo di una professione, di qualunque professione intellettuale che abbia un impatto sociale, sia l’incardinamento in un sistema ordinistico, fatto di regole certe a tutela della fede pubblica (eh sì, cari fautori della libera concorrenza, un ordine professionale non fa protezionismo e casta, anzi spesso rompe le scatole ai propri iscritti), possibilmente un sistema po’ meno blando della “foglia di fico” della legge n. 4/2013. Eh già, perché essere professionisti vuol dire essere depositari di una fiducia, custodi di una conoscenza, non banalmente esercenti un’attività.

E pertanto non ci dispiacerebbe mettere al bando, quantomeno in un angolo, i “profittimisti” e i “concludenti”, quelli per cui, qualunque sia la loro professione, semplicemente business is business; e l’etica professionale un orpello fastidioso.

Ovviamente, c’è sempre una possibilità alternativa: la legge della giungla.

 

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