Senza filtro – UOMINI CHE ODIANO LE NORME

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

I consulenti del lavoro, diciamolo subito, amano le norme. In esse ci vivono, di esse plasmano la loro professione, ad esse si conformano, anche quando sono astruse e contorte o decisamente impresentabili.

Le norme, per il consulente del lavoro, sono un po’ come i precetti biblici per il fedele: come dicono i salmi, se le scrive sui muri e sulle porte di casa, le medita di giorno e di notte (piccola notazione: le scrive sui muri perché ormai sono talmente ingombranti che sulla scrivania non ci stanno più, le studia di notte perché esse escono a tarda sera, come i ladri, per un’applicazione che scatta pochi minuti dopo, e talvolta anche diverse ore prima). Come il più devoto commentatore biblico, il consulente del lavoro passa ore ed ore del suo tempo migliore in webinar esegetici, ricercando il senso recondito delle espressioni più arcane, perdendosi in vertigini di misticismo interpretativo.

Però ci sono anche persone che, con tutta evidenza, odiano le norme: sono quelli che ultimamente scrivono e che applicano le leggi. La loro è un affezione malsana, come quella di certi serial killer, come nella sequenza di certi thriller: sembra amore, ma il realtà la norma è legata a una sedia, piange, dice “ti prego, non farmi questo”, mentre il Legislatore la accarezza, la fa soffrire, la blandisce con esasperata follia ma poi la tortura, la soffoca, la fa a pezzi, in una lenta, sadica agonia, la mette in sacchetti piccoli, magari la fotografa, per vantarsene, in seguito. E a suo modo, malatamente, pensa di amarla. Una norma lasciata in mano al Legislatore odierno diventa irriconoscibile, mostruosa, inguardabile, come certi cadaveri nelle scene di CSI.

So che stenterete a crederlo e direte che è un’esagerazione, ma ragioniamoci sopra. Per esempio a partire dal Decreto Rilancio, D.L. n. 34/2020. Già il nome non sembra infondere tanta fiducia: più che una rinascita suggerisce il bluff di un giocatore di poker (d’altronde, in uscita dopo la metà maggio il nome originario di “decreto di aprile” sarebbe stato decisamente fuori luogo). Qui ci si soffermerà solo su alcuni aspetti delle norme lavoristiche, sperando (sinceramente, ma con ottimismo altalenante) che il decreto nel complesso qualche effetto positivo lo porti, perché ce n’è davvero bisogno.

Anzitutto notate il gusto sadico e macabro del rimando. C’è una norma (anch’essa sfregiata dal Legislatore-maniaco) tremendamente complessa, il D.L. n. 18/2020, un vero labirinto in cui si perderebbe anche il migliore Teseo. Perché non scrivere frasi di senso compiuto e di immediata comprensione, invece di aggiungere o togliere parole qua e là a quel già terribile testo? In una trasmissione televisiva ho sentito un opinionista o un politico (ormai è difficile cogliere la differenza) dire che il decreto era “quasi una lettera di amore al Paese”. Ma voi ve la immaginate una lettera d’amore così? Cara, vorrei dirti che … alla lettera del 3 novembre 2019, terza frase, dopo la parola “occhi” aggiungi “e capelli”; alla sesta frase, dopo “sul letto”, aggiungi “anche sul divano, oppure sul tappeto”. Alla successiva lettera del 12 dicembre, penultima frase, dopo “ti porto a cena in un posto stupendo dove potrai ordinare ciò che vuoi” cortesemente aggiungi “nei limiti di spesa di quel che resta della tredicesima, visto che devo acquistare un cappotto, riparare la lavastoviglie e cambiare le gomme dell’auto”; all’ultima frase, dopo “bellissimo” aggiungi “e indimenticabile”.

Che reazione può avere la destinataria? O vi denuncia per stalking oppure vi da appuntamento alle dieci di sera nel bar più malfamato della zona, dopo aver sparso la voce che fate il cascamorto con la ragazza del boss locale (ovviamente lei non verrà, ma sarà comunque una serata indimenticabile).

Ma nel rimando normativo c’è un sadismo ancora più sottile. Siamo in emergenza, questo l’han capito quasi tutti, e quindi ci sarebbe bisogno di una norma chiara e immediata, di risposte subitanee, di pronta esigibilità. Bene, immaginate di aver bucato la gomma dell’auto appena comprata, non siete pratici del modello e cercate sul libretto di istruzioni come fare: però sul punto trovate che dovete leggere quanto c’è a pag. 12 e sostituire la parola “chiave a stella” con “chiave a brugola”, poi andare a pag. 37 e dovete rileggere la frase sostituendo, ogni volta che trovate l’espressione “senso orario” con “senso antiorario”, poi dovete dotarvi dell’arnese indicato a pag. 112 e utilizzarlo come indicato nella figura b) di pag. 118, seguendo il procedimento indicato a pag. 64 in combinazione con quello illustrato a pag. 82. A quel punto smettete di leggere, chiudete il libretto di istruzioni, chiamate il carro attrezzi e prendete un appuntamento col concessionario per farvi ridare i soldi. Forse sorriderete, ma quanto descritto è esattamente il metodo di molti passaggi del Decreto n. 34/2020.

In altri punti ci sono delle corse ad ostacoli. Nella logica sadica del serial killer, che ti accarezza e ti dice che ti ama mentre ti uccide lentamente, vengono spacciate per semplificazioni. Ad esempio, per la cassa in deroga (art. 70) pare non si dovrà più passare per le Regioni ma si andrà direttamente a chiederla ad Inps; però solo per le ulteriori 5 settimane concesse e solo dopo l’esaurimento delle 9 iniziali. Per cui se a qualcuno (sventurato, incosciente!) è avanzata una qualche settimana, o magari solo qualche giorno, dovrà presumibilmente fare una seconda richiesta alla Regione per quel pezzettino  e solo dopo potrà fare richiesta ad Inps per le settimane ulteriori. Ripetete con me, sillabando: sem-pli-fi-ca-zio-ne; non sentite, intanto, il bisturi che affonda lentamente nel vostro corpo?

Ci sono anche aspetti del tutti contraddittori. Prendiamo l’art. 90 sul diritto al lavoro agile. Una vera opera d’arte. Si prevede che a determinate condizioni il lavoratore abbia diritto a pretendere di lavorare in modalità di lavoro agile, a determinate altre condizioni invece la modalità può essere imposta dal datore al lavoratore; il tutto senza accordo individuale. Nessuno sa cosa voglia dire esattamente “modalità di lavoro agile” (probabilmente vuol dire “fuori dai piedi”), il lavoro agile prevede genericamente l’alternanza di lavoro sul posto di lavoro e, genericamente, all’esterno “anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”. Giustamente la norma originaria ha previsto che tutto ciò, che non è semplicissimo ed immediato, si sviluppi con un accordo ben preciso che equilibri le posizioni di datore e lavoratore. Qui invece da una parte il lavoratore può pretenderlo (con grave nocumento della libertà di impresa), dall’altra il datore può imporlo, che può essere anche un comodo sistema per non avere problemi col Covid, scaricando però altri problemi sul lavoratore o sulla lavoratrice (chiedete a certe persone se non pagherebbero per ritornare immediatamente al lavoro). Qualcuno sostiene che tutto ciò è incostituzionale.

A proposito di incostituzionalità (o comunque di violazione di principi legislativi elementari), ma vi pare possibile che il decreto approdato in G.U. il giorno 19 di maggio (che diventa un “quasi 20” visto l’uscita notturna) possa disciplinare un divieto di licenziamento per motivi oggettivi che agisce retroattivamente anche per i giorni 17 e 18 maggio in cui nessuna norma lo prevedeva (il precedente divieto, per 60 giorni dal 17 marzo, cessava di avere effetto il 16 maggio)? È passato di moda l’art. 11 delle c.d. pre-leggi? Ovviamente è vietato chiedersi cosa succede al datore di lavoro (e ai suoi lavoratori) che non può licenziare ma che rimanendo chiuso per svariati motivi non può nemmeno porre i lavoratori in cassa integrazione perché la stessa non assicura la copertura per l’intero periodo di 5 mesi in cui perdura il divieto di licenziamento. Sempre in tema di incostituzionalità, ma non è un controsenso o non è comunque contrario allo spirito dell’art. 77 Costituzione il fatto che sulla stessa materia un decreto legge appena convertito abbia disposto una cosa e il nuovo decreto legge (n.b. intervenendo in modifica sulla legge di conversione) ne disponga una differente (vedi art. 70 del D.L. n. 34: rimessa la necessità di consultazione sindacale – abrogata dalla legge di conversione – all’art. 22 del D.L. n. 18/20)? Se questo non è odiare le leggi, quelle vere…

C’è una legge blandita prima e poi deturpata. Vi ricordate il Decreto Dignità e il tempo determinato? Bene, dopo aver assurto tale legge a svolta epocale di giustizia, il Legislatore si è accorto (sempre troppo tardi) che non funziona. Ma la colpa è della legge, è lei che, così tanto amata, non funziona. E quindi la cambia, ma solo per il Covid, si intende, non perché fosse un’inutile esasperazione. Facendola a pezzi, ma a poco a poco, senza ucciderla del tutto, perché ucciderla vorrebbe dire rendersi conto dell’esagerazione della norma originaria, e questo il Legislatore psicopatico non può riconoscerlo, crollerebbe tutta la sua follia e la pazza adorazione che aveva riservato al Decreto in questione (guardate che il rituale maniacale classico è perfetto, fosse ancora vivo, Hitchcock ci penserebbe per un film: “La legge che morì due volte”). Prima, un piccolo colpo è assestato con una modifichina di poco conto (art. 19/bis del precedente D.l. n. 18/2020) poco efficace, al limite dell’inutilità, poi arriva la sforbiciata dell’art. 39 del nuovo D.l. n. 34/2020, che riconosce che, in fondo, le motivazioni sono impraticabili. Ma anche qui la forza deturpativa resta e si peggiora la confusione. Che senso ha mettere una data (il 23 febbraio) in cui gli eventuali assunti a tempo determinato dovevano essere in forza, per poter essere prorogati o addirittura richiamati al lavoro? Se han cessato il 22 perchè non posso richiamarli? Che senso ha l’inciso “per far fronte al riavvio delle attività in conseguenza all’emergenza epidemiologica da Covid-19”: è forse una nuova, assurda, motivazione, cosicchè se uno non ha mai smesso di lavorare non rientra nella previsione in questione perché non c’è riavvio? Cosa si intende con “è possibile rinnovare o prorogare fino al 30 agosto 2020”: il 30 agosto è la data in cui il rapporto a termine così liberato da lacci e lacciuoli deve terminare o è la data ultima in cui può iniziare?

Poi ci sono passaggi nuovi che si avviluppano su sè stessi. Prendiamo l’art. 103 sull’emersione. Lodevole intento, senza dubbio, perfino commuovente. Però per porre un limite allo sfruttamento bisogna aspettare. Perché il tutto andrà in vigore solo il 1° di giugno, prima deve essere approvato un decreto interministeriale (entro dieci giorni, quindi arriverà a fine maggio per un’applicazione da qualche giorno dopo – altre notti insonni passate a studiare). Però attenzione: dal 19 maggio, data di entrata in vigore del decreto, è sospesa (comma 11) la persecuzione di impiego in nero di lavoratori per cui sarà possibile presentare poi la domanda di emersione (inoltrabile dal 1° giugno al 15 luglio). La cosa è un po’ inquietante perché tale periodo di interregno appare un po’ ampio e poi perché (comma 13) se il procedimento di emersione non si compie per fatto indipendente dal datore di lavoro i procedimenti amministrativi e penali corrispondenti all’impiego irregolare sono “archiviati”. Quindi, ipotizziamo, io impiego un bracciante nella raccolta di frutta e verdura dal 20 maggio, ho tempo fino al 15 luglio per ravvedermi, nel frattempo non sono punibile, e se lo stesso bracciante sparirà magicamente prima che mi convochino oppure non potrà essere regolarizzato (perché, ad esempio, non regolarizzabile ai sensi del comma 10, per fatti che io posso non sapere) e quindi non si potrà portare a compimento l’emersione non per colpa mia, io (che ho usato barbaramente manodopera non in regola) non sarò punito nemmeno un po’. Posso dirlo? Anche a me sorgono lacrime spontanee…

E sapete qual è il bello? Che mentre stiamo scrivendo (l’articolo è stato chiuso il 24 maggio, per evidenti esigenze redazionali) sappiamo già che non sarà proprio tutto così, che le mille parole scritte qua e là da molti accorti commentatori – parole che si riassumerebbero nel concetto: “maledetti interdetti, ma che state facendo?” – sortiranno l’effetto di qualche aggiustamento, magari tardivo, posticcio, malandato. Un po’ come se foste stati portati in giro tutta sera da un amico (che guida l’auto e quindi comanda, come da antica legge non scritta) convinto di fare la strada giusta e che non vuole sentire le vostre ragioni, vi fa perdere un sacco di tempo e forse l’intera serata, arrivate imbufaliti ed esausti (sempre che arriviate) solo grazie alla vostra insistenza a fare il percorso evidentemente più corretto – e alla fine l’amico ha anche il coraggio di pretendere la vostra gratitudine. È il solito vizio, direte voi, di non chiedere prima, di non riflettere sui contenuti e sulle ricadute effettive di una norma. Ma non è in fondo, anche questo, un disprezzo profondo verso il ruolo e la dignità della legge?

Sul Decreto n. 34/2020 ci sarebbe ancora molto, moltissimo da dire ma il tempo e lo spazio sono tiranni.

Perché qualcosa dobbiamo proprio aggiungerla. Le norme non sono solo le leggi; per quanto ci dice il dizionario, norma è “ciò che serve di regola nell’operare, la consuetudine”, intesa in senso buono, positivo. Come si usa dire: “è buona norma che …” Per esempio, se non vai ad un appuntamento o se sei in ritardo, avvisi per tempo. Se dai un appuntamento a Bologna ad uno che è di Milano, non gli dici 10 minuti prima che non puoi più, perché lui … è già lì. Oppure se qualcuno è già estremamente preoccupato, è opportuno non aggiungere preoccupazioni inutili o fuori luogo: al funerale di un conoscente non dici alla vedova “eh chissà adesso che problemi avrai con la successione”. Forse questo senso di “norma” bisognerebbe sussurrarlo a Ministeri ed Istituti: se vuoi rimandare un pagamento (vero, Ag. Entrate? vero, Inps e Inail?) non lo dici il giorno di scadenza o la sera del giorno prima; se imponi delle regole al pagamento, non fai tiraemolla per cui un giorno forse si paga, poi forse no, poi forse sì, poi no ma con determinati criteri. Per tua comodità, non imponi alle già angustiate imprese di mettere dei codici su pratiche già trasmesse (e quindi da ritrasmettere) perché se no tu non sai come raccapezzarti (ma non vuoi fare fatica). Non rimandi solo ai primi di aprile la scadenza del 31 marzo delle CU. Non ti fai prendere dall’impulso circolatorio per dire prima che il Covid fa sorgere un infortunio, poi tenti in una successiva circolare di precisare meglio (ma metti una pezza peggiore del buco), mentre c’è bisogno di chiarezza e tranquillità, e soprattutto di linearità operativa.

Ma qui dobbiamo rassegnarci: siamo di fronte a uomini, a persone in genere, che odiano le norme. Sia intese nel senso di leggi, che nel senso di rispetto, buona creanza, logica di opportunità.

E cercando invece io di rispettare le buone norme, do per primo l’esempio e chiedo sommessamente scusa ai colleghi e agli amici (ma anche ai nemici, ci mancherebbe!) che leggono queste righe per il tono a volte un po’ leggero e scherzoso che ha accompagnato le precedenti riflessioni. No, avete ragione, non c’è davvero nulla da ridere. Perché loro, quelli che fanno le leggi ma le odiano, quelli che danno le disposizioni ma senza logica e senza rispetto di ogni buona norma, loro sembrano ormai obiettivamente incurabili.

Ma noi, tutti noi, siamo quelli maledettamente e continuamente incurati.

Preleva l’articolo completo in pdf