Senza filtro – Un lavoro buono come il pane

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

Chi non vuol lavorare, neppure mangi

 (S. Paolo, 2Ts., 3, 10)

Capita a volte di leggere riflessioni che ti lasciano basito, se non ti fanno addirittura infuriare (e subito devi decidere se non dare risalto alla cosa, seguendo il detto popolare per cui “raglio d’asino non salga al cielo”, oppure se commentare e, di conseguenza, dare immeritata pubblicità ad una scemenza).

A me è successo leggendo l’articolo-blog di Massimiliano Sfregola su “ilfattoquotidiano.it” del 16 febbraio u.s. e ho deciso, assumendomi il rischio predetto, di parlarne. L’articolo parte dal fatto (reso noto dal Gazzettino e che ha avuto qualche eco anche in TV) del panettiere di Reschigliano di Campodarsego, in provincia di Padova, che lamenta di cercare da tempo un apprendista offrendo una paga di circa 1400 euro al mese senza che nessuno risponda. L’orario di lavoro sarebbe dalle 2 alle 9 di notte per sei giorni la settimana (lunedì-sabato). Lo Sfregola si schiera senza se e senza ma dalla parte dei giovani che (evidentemente) non accettano il lavoro sulla base di alcune considerazioni: la paga troppo bassa (il nostro la calcola in 8 euro l’ora circa) e la gravosità del lavoro notturno che “non fa bene alla salute e non fa bene alla vita sociale”. Il nostro infatti sostiene che “Il benessere fisico e quello mentale sono patrimoni che vanno preservati e se qualcuno decide (o è costretto) di metterli a rischio, deve essere per una ragione valida, non per guadagnare 8 euro l’ora”. L‘eventuale perplessità sul fatto che malgrado la crisi nessuno accetti la proposta di lavoro sarebbe frutto, sempre secondo lo Sfregola, di una retorica populista al contrario: secondo tale logica distorta (riassumo) tutti dovrebbero accettare proposte indecenti di lavoro, come quella in questione, mentre se la rifiutano sarebbero dei lazzaroni. Non così per l’articolista, il cui parere è invece che i giovani fanno benissimo a rifiutare l’offerta e a starsene a letto. E giusto per non farsi mancare nulla nemmeno lui in fatto di retorica, ecco partire il breve ma intenso pistolotto sui contratti flessibili, su condizioni di lavoro fantozziane, sui giovani bollati ingiustamente come “schizzinosi” e via discorrendo. Un concetto che potrebbe anche essere condivisibile in via generale – la crisi non giustifica alcuno sfruttamento – ma che applicato al contesto in argomento costituisce un grave errore di calcolo, di metodo e di mentalità.

Di calcolo, anzitutto, chè quando si parla in termini di numeri non basta saper fare una divisione ma si deve avere una minima contezza di ciò di cui si parla, sì, perché in realtà conteggiando ferie, festività, mensilità aggiuntive, TFR ed altre amenità del genere, la paga incamerata non è più di 8 euro all’ora ma supera gli 11. E se si aggiungono i contributi e le assicurazioni sociali, il valore di mercato di quella paga supera i 15. Si può continuare a sostenere che sia poco, tanto all’ideologia non c’è limite, ma se si vogliono dare i numeri che siano almeno quelli corretti. Altrimenti non si fa informazione, si fa propaganda.

C’è un altro valore che l’articolista non calcola, ed è quello dell’apprendimento di un mestiere. Il che ha una duplice valenza; non solo quella di acquisire una professionalità (che è l’unica cosa oggi che può dare una forza sul mercato del lavoro, e magari ai giovani sarebbe opportuno spiegarlo) ma anche quella del confrontarsi col lavoro in sé, che è un modo per conoscere il mondo e per partecipare, in piccola o grande parte, alla sua costruzione. Anche cominciando dal lavoro che magari non è quello della vita. In altre parole un atteggiamento proattivo e costruttivo, invece che passivo e onanisticamente concentrato sempre e soltanto sui diritti (veri o presunti). Siamo passati nel tempo da un concetto di lavoro in cui il senso del dovere prevaleva sulle prerogative personali (con obiettivi scompensi sociali) a quello in cui i diritti sono diventati l’unico e il solo metro di misura. In questa contrapposizione di polarità abbiamo assistito ad una pesante perdita di responsabilità, individuale e collettiva. Non so se come società civile ci abbiamo guadagnato, in ogni caso mi sembra indispensabile ripensare ad un bilanciamento (anche perchè ho la sensazione che il modo per bypassare i diritti sia, per assurdo, ancora più forte e radicato, in una società dove tutti formalmente sono protetti ma dove intanto la forbice della povertà si allunga sempre di più: d’altronde, chi di irresponsabilità ferisce, di irresponsabilità perisce).

Anche la manfrina sul lavoro notturno, anche se indubbiamente più gravoso di un orario “normale” diurno, non è convincente. Una consistente parte della nostra società si basa sul lavoro di notte o in orari pesanti. E senza andare a prendere baristi, forze dell’ordine, lavoratori dei servizi pubblici in genere, trasporti, sanità etc., potremmo, giusto per rimanere nel campo del nostro zelante giornalista, pensare che per farti trovare il Fatto Quotidiano ed altri giornali in edicola alla mattina qualcuno che di notte abbia stampato e poi abbia distribuito le copie ci dovrà pur essere stato, no? Ma qui c’è un “effetto Nimby” al contrario – una retorica, questa sì, rovesciata -: si può parlare di sfruttamento e di condizioni di lavoro sempre parlando di altro, di altri (anche a sproposito come abbiamo visto), basta non pestare le croste al settore che ti dà il pane. D’altronde, ci sono così tante pagliuzze in giro, perché pensare alle travi nel proprio occhio?

A parte che una paga di 1400 euro netti al mese è paragonabile a quella di diversi altri lavoratori, davvero lavorare dalle 2 alle 9 del mattino impedisce una vita sociale? In che modo? Impedisce forse di uscire la sera? Impedisce, dopo un adeguato riposo, di andare in palestra, in libreria o di dedicarsi ad altre occupazioni, magari in momenti in cui vi è una maggior disponibilità di spazio e di tempo? E alzarsi alle 6 per tornare a casa alle 20, come molti pendolari fanno dopo essersi ammazzati, all’andata e al ritorno, di traffico o di mezzi pubblici è davvero meglio? È in fondo anche un errore metodologico pensare che ci possa essere una paga sufficiente per mettere a rischio la salute o le aspettative personali. Si possono cercare condizioni di lavoro ottimali, ove non possibile si possono individuare presidi e rimedi. Tutto questo lo sa chi si occupa seriamente del lavoro, non chi ne parla approssimativamente e a casaccio.

Si possono certamente invitare i giovani, ed i meno giovani, a cercare una propria realizzazione personale; “forse” bisognerà ricordargli anche che il tutto non avviene senza sacrificio, senza una sacrosanta fatica, senza la disponibilità a mettersi in gioco. Partire a spada tratta contro il mestiere del panettiere notturno, invitando i giovani a scegliere solo lavori comodi e, mi raccomando, ben pagati e soprattutto ad aspettarli, senza cercarli, al calduccio di un letto in cui qualcuno (i genitori “stupidi schiavi del sistema”? Lo Stato? Forse … la Provvidenza?) nel frattempo li manterrà è da irresponsabili. E poi magari si spara anche contro la grande distribuzione che affossa i piccoli esercizi; ma i piccoli esercizi sono come quelli del panettiere padovano, sono fatti di un mestiere che si tramanda, che anche nell’immaginario sociale ha un sapore buono, di tessuto sociale, di profumo che ti sveglia alla mattina, di tavola condivisa, del guadagno del “pane quotidiano”, di dignità e di onore dell’impegno personale, di “questo l’ho fatto io” ed è buono.

Infatti nell’articolo non c’è alcun ragionamento sottostante, nessuna comparazione. Sembra piuttosto la ricerca di una scusa qualunque per convogliare un discorso ideologico (tipo: per difendere a spada tratta la rischiosa e discutibile manovra del reddito di cittadinanza): si mettono quattro concetti in croce, si prende la cosa da un punto di vista “originale” (anche se sfocato) e, voilà, il gioco è fatto.

 

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