Senza filtro – Un (altro, l’ennesimo) TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

 

 

Voi ve lo ricordate, vero, “Il sabato del villaggio” dell’immenso Giacomo Leopardi? Quella descrizione – una pennellata quasi impressionista – felice e subito malinconica  di un gaio tardo pomeriggio di sabato in un piccolo borgo marchigiano, in cui per un attimo si prefigura il riposarsi dagli affanni e la speranza di una domenica gioiosa e lieta, salvo poi la delusione di una festa diversa da quella che ci si era aspettata ed un ritorno mentale alla fatica quotidiana quasi come fuga dalla disillusione.

“Questo di sette è il più gradito giorno, 

pien di speme e di gioia: 

diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato 

ciascuno in suo pensier farà ritorno.”

Versi ancora più amari in quanto assurti a metafora della (infelice) parabola dell’umana esistenza, dalla gioventù speranzosa alla frustrazione dell’età adulta. E però, non pochi fra di noi, pur nell’ammirazione sconfinata del vertice artistico ed espressivo del grande poeta, fra scongiuri vari avranno pensato: “vabbè Giacomino, però tirati su un po’ di morale, non sarà mica sempre così, dai che è solo un attimo che la vedi così grigia”. Anche il professore più accorto invitava a riflettere e a non perdersi nell’indiscutibile fascino del pessimismo cosmico ma ad accogliere, insieme alla profondità esistenziale dello sconforto leopardiano (a cui legava subitamente la biografia del poeta, giusto per stare nel programma ministeriale), una visione positiva e fiduciosa dell’avventura umana.

Però, ripensando ora a quella poesia, mai come ora Leopardi mi appare come un inguaribile ottimista, oserei dire addirittura un attivista del positive thinking; perlomeno riguardo al weekend.

Non ci credete? Allora riflettete un attimo e fate mente locale agli ultimi nove mesi (no, non sto parlando del Covid-19 e di tutta la dannata sofferenza che si porta dietro), pensate agli ultimi tre trimestri e poi contate su una mano (tranquilli: a meno che non siate stati vittima di un brutto infortunio debilitante, vi basteranno le dita di una mano sola) quanAnche qui, non sto parlando di cose personali, di cerimonie noiose a cui siete stati obbligati a partecipare o di eventi più o meno tristi o impegnativi (una malattia, un trasloco, un viaggio forzato, etc.), e nemmeno sto parlando di lavoro in sé, di quei sabati e quelle domeniche in cui quadrare i conti delle casse integrazioni che non funzionavano, delle dichiarazioni e dei versamenti e degli altri adempimenti sempre più complessi rimandati sempre all’ultima ora (come “mancetta” offensiva alla nostra seria professionalità) oppure, in altri tipi di lavori, a smaltire l’arretrato che si accumulava mercè le sospensioni e i lavori a singhiozzo procurati da questa infame pandemia.

No, ancora non ci siamo. Pensate meglio, concentratevi (mi rivolgo ai colleghi). E contate (ve l’ho detto, una mano basta e avanza) quanti weekend sono passati senza che siate stati investiti da una (o più) di queste brutte cose: D.P.C.M., Decreti legge Ordinanze regionali, Ordinanze del Ministero della salute, Circolari e Messaggi di (non in ordine di importanza) Inps, Inl, Inail, Ministero del lavoro, Ministero delle finanze, Agenzia delle Entrate, Enti bilaterali, Ministero dello sviluppo economico.

Sembra quasi che, forse per un malcelato sadismo, i suddetti Enti, o i loro responsabili, aspettino un intervallo compreso fra il venerdì notte e la domenica sera per proferire quintalate di provvedimenti da mettere in pratica il giorno dopo, qualsiasi essi siano. Notate poi la sottile perversione per cui i provvedimenti in questione vengono in qualche modo “annunciati” qualche giorno prima, la tensione si fa sempre più palpabile, i siti vengono consultati febbrilmente alla ricerca di un minimo di chiarimento (perché, sia chiaro, di questi provvedimenti tutti abbiamo bisogno, abbiamo clienti che ci chiedono cosa fare e noi sentiamo il dovere di dare loro risposte), per cui anche quando il maledetto documento non arriva il venerdì sera, eccolo arrivare in forma perversa (un’anticipazione, la bozza approvata, il “quasi-bollinato”, il “bollinato”, la stampa di prova) che aumenta in un crescendo rossiniano la tensione fino a che … zac .. eccolo, lo scioglimento dell’attesa, l’orgasmo finale, la liberazione.

Ehm … no, la liberazione proprio no, perché mentre scorrete quelle righe (quelle innumerevoli righe) subito capite che (scegliete alcune delle ipotesi seguenti secondo il caso, per ciascuna pubblicazione vi sono almeno due o tre voci applicabili simultaneamente allo stesso testo):

– sono scritte in un italiano scadente (talvolta sembra una traduzione con google-translator o altri strumenti automatici di un testo dallo swahili all’italiano, lasciando peraltro la netta sensazione che il testo in swahili fosse più comprensibile);

– sono delle vere e proprie supercazzole (cfr. “Amici miei”: “mi scusi, dei tre telefoni qual è come se fosse terapia tapioco …” );

– si capiscono, ma portano a conclusioni illogiche o scellerate;

– sono state partorite da degli incompetenti che non sanno di cosa stanno parlando;

– sono completamente fuori luogo o fuori tempo;

– sono pavoneggiamenti dell’estensore senza alcun senso pratico;

– sono già state abbondantemente superate dai fatti e quindi già morte ancor prima di nascere;

– creano infinitamente più problemi di quelli che avrebbero avuto il compito di risolvere.

Da qui la domanda: perché tutto questo?

Perché da fruitori sereni della Gazzetta dello Sport siamo passati a consultatori compulsivo-paranoici della Gazzetta Ufficiale? Perché da lettori innamorati di messaggi scambiati con l’amata (o l’amato) siam diventati attoniti e supini destinatari di strampalati (ed indesiderati nonché indesiderabili) messaggi dell’Inps? Perché invece di darci alla beneamata lettura di romanzi tipo “Va’ dove di porta il cuore” siamo passati all’amara constatazione di “Và (nel senso milanese di “guarda”) dove ti porta il pirla”?

Se non ci credete (sono quelli che non fanno il nostro lavoro che stentano a crederci, “noi consulenti del lavoro” lo sappiamo benissimo) pensate solo al metifico ma emblematico passaggio del weekend in cui sto scrivendo (esattamente il 14 novembre, ma potrebbero farsi molti altri casi simili e anche peggio).

Dopo un’eccitante serie di messaggi e circolari Inps (msg. 10/11/20, n. 4191, msg. 11/11/2020, n. 4222, circ. n. 128 del 12/11/2020) che preannunciano il “black Friday” ecco che al venerdì 13 (per la gioia dei nostri week-end) Inps emette il messaggio n. 4254, la circolare n. 129/2020, e verso sera (in sul calar del sole, come direbbe il Leopardi) il messaggio n. 4271 ed il messaggio n. 4272.

In particolare alcuni di questi ultimi messaggi sono di rara potenza.

Il n. 4271 emette un corposo Vademecum Inps sui problemi degli UniEMens (le dichiarazioni riepilogative dei contributi che trasmettiamo tutti i mesi e che hanno regole talmente complesse che Inps è obbligato a fare un riepilogo dei casi frequenti di errori e incomprensioni – beninteso, tale Vademecum non sarebbe mai nato senza l’impegno fattivo di alcuni Colleghi che in Commissione Inps si sono dati da fare) e sia benedetto il documento in questione, ma ovviamente questi chiarimenti erano attesi da tempo e quale momento migliore di comunicarli se non a ridosso di mille altre comunicazioni ed impegni?

La circ. n 129, invece, annulla e sostituisce la circolare n.128 (sì, quella del giorno prima) con una colpa residuale perché prende atto dell’Ordinanza del Ministero della Salute sempre del 13.11.2020 (vedi quando si dice black Friday …) e cerca di sistemare altre cosette poco chiare. Poco chiare perché nel giro di pochi giorni sono stati emessi il D.L. n. 137 (del 28 ottobre) ed il D.L. n. 149 (del 9 novembre) che insistono con contenuti ed espressioni diverse sui medesimi argomenti.

Ma pur se poco chiare, assolutamente urgenti, visto che si riferiscono a versamenti in scadenza … il lunedì 16 (!); e per fare le cose a puntino il 16, indovinate chi mai cercherà il 14 ed il 15 di tirar fuori un ragno dal buco di tale improvvisate disposizioni.

Se ci fossero ancora, i Ricchi e Poveri canterebbero “Che confusione!” (il solito “sarà perché ti amo”, che viene dopo, non so perché, ma in questo caso proprio non arriva spontaneo …). Forse in tema di confusione bisognerebbe rispolverare il buon Lucio Battisti (“Confusione, confusione… tu vorresti imbalsamare anche l’ultima più piccola emozione”). A noi infatti ci hanno imbalsamato i sabati. E le domeniche. E le conseguenti emozioni che fan parte della vita di tutti i giorni, dei nostri affetti, delle nostre passioni. Non hanno nemmeno bisogno di destinarci ad un qualche lockdown, visto il nostro incatenamento perenne al pc e ai documenti che lorsignori, veri geni del crimine, emanano con un’efferatezza senza eguali.

Per cui, senza nemmeno invocare il pessimismo leopardiano, passiamo direttamente dalla spossatezza del venerdì alla paura del sabato, dal giramento di scatole della domenica (dopo la lettura e la stentata interpretazione di siffatte nefandezze) all’attesa di un nuovo logorante lunedì.

Ma forse il buon Leopardi una chiave di lettura per chiudere ce la può ancora offrire. Nel “Dialogo fra la Natura ed un Islandese”, il cui il viaggiatore si lamenta della sofferenza umana, incolpandone la Natura, essa gli risponde sdegnata ed al tempo stesso imperturbabile:

“Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so”.

Sorda ed insensibile al destino dell’uomo e agli effetti infelici del suo scorrere e dei suoi meccanismi, la Natura.

Però … qui non di Natura parliamo, non di cieco, inesorabile Fato, ma di burocrazia, malgoverno, incompetenza.

E quindi al fatalismo di un destino avverso, di una complicatezza inspiegabile, di un’improvvisazione becera, crediamo giusto non arrenderci.

Ridateci i weekend. Liberi. Grazie.

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