Senza filtro – TANATOFOBIA GOVERNATIVA

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Tanatofobia: parola non comunemente usata, di derivazione greca, nasce dall’unione di thanatos (morte) e phobos (paura) e indica una morbosa e patologica paura della morte, nata da un atteggiamento nevrotico verso la stessa, a volte causata da eventi personali traumatici. In senso generale e traslativo, indica la paura della fine, di qualsiasi fine; e quale concetto più alto della fine ci può essere che non quello della vecchia signora in nero (pregasi di non confonderla con la Juventus, vecchia signora, sì, ma in bianconero, anche se pure lì rischieremmo di andare su concetti nefasti).

L’argomento, d’accordo, non è certo dei più simpatici, e difatti evoca spesso i più sentiti scongiuri, tanto più in un periodo come questo, in cui (a causa del Covid-19) si è avvertita una certa vicinanza con l’inarrestabile falciatrice. Che pure è un fenomeno naturale e sta nella logica delle cose, tanto che il santissimo Francesco la appellava con affetto “sorella” (“sora nostra morte corporale”) e pure il grande Totò (’A livella) ne decantava, seppur amaramente, la dote di finale pareggiatrice di tutti i conti e di tutte le effimere posizioni terrene.

Malgrado ciò, dalla questione ci si tiene ad una certa distanza, con quel misto di rispetto e prudenza che sono doti sempre meno di moda e pertanto ancor più preziose.

Ora, tuttavia, non mi stupirebbe se il nostro attuale Esecutivo dopo aver sconfitto (dicono) la povertà e dopo essersi prefigurato di eliminare la fame – no, non è una battuta, è una seria (oddio, “seria” è in questo caso parola grossa…) affermazione di un ministro dell’attuale Governo – si ponesse l’obiettivo di sconfiggere nientepopodimeno che la morte.

Il che non sarebbe nemmeno tanto difficile, se ci pensate: basterebbe che 5 o 10 minuti prima del trapasso (prevedibile sulla base dei dati diagnostici e prognostici di una malattia), o magari, in caso di incidente, anche pochi secondi prima della dichiarazione di morte, intervenisse un’èquipe specializzata a congelare il quasi-defunto: che tecnicamente non se la passerebbe tanto bene comunque, però giuridicamente non sarebbe morto, sarebbe in sospensione.

Certo, tutto questo farebbe insorgere un sacco di problemi collaterali, non è difficile immaginarne alcuni. Anche solo dal lato economico, la famiglia sarebbe bloccata, la quasi-vedova non avrebbe alcuna possibilità di risposarsi né di percepire la pensione di reversibilità (anzi, la pensione continuerebbe ad essere accreditata al marito, però non potrebbe essere materialmente percepita, mancherebbe una delega alla riscossione), gli ipotetici eredi vedrebbero tutti i beni bloccati, non potrebbero vendere o acquistare case o terreni, oppure titoli e azioni (con il rischio di svalutazione e/o di perdere affari), non avrebbero alcuna disponibilità dei beni del de cuius (anzi non proprio un de cuius, nel suo stato gelovegetativo come potremmo definirlo? Forse un … de Findus), né potrebbero realizzare le sue ultime volontà (e nemmeno conoscerle, leggere un testamento in premorienza apparirebbe poco rispettoso). Senza contare il tragico congelamento degli affetti: fosse ancora in vita, Oriana Fallaci, dopo “Lettera a un bambino mai nato”, avrebbe potuto scrivere “Lettera a un bisnonno mai morto”. Pensate poi all’energia necessaria a tenere in vita, anzi in freezer, tutti i cari criodefunti, ai problemi in caso di conservazione domestica (“è saltata la luce, se non la riattaccano presto sono un po’ preoccupato per il nonno”). Ai nostri governanti non sfuggirebbero però i vantaggi pubblici, ad esempio rispetto al bollettino giornaliero del Covid: nuovi infetti 101, congelati 9, mortalità zero (con tanto di sberleffi istituzionali a tutti gli altri Paesi del mondo e ai loro sistemi sanitari: siamo meglio noi!).

Anche nella letteratura e cinematografia fantascientifica si ipotizzavano congelamenti, con risveglio in un periodo in cui sarebbero state disponibili cure più efficaci; peccato per lo spaesamento dello scongelato, riportato in vita in un mondo di persone e cose a cui più non apparteneva, una specie di dead man walking.

Ora però smettiamo subito di fantasticare sull’argomento, per rispetto ai tanti che sono stati colpiti (anche non per Covid) da un lutto famigliare o di persone comunque care. Inoltre, non vorremmo che chi gestisce la simpatica baracca di buontemponi – che qualcuno si ostina a chiamare ancora Governo – prendesse sul serio l’idea: cari Ministri, è un’iperbole grottesca (ok?), non è un suggerimento…

Però pare proprio che questo Esecutivo abbia un rifiuto quasi patologico verso la fine, anche naturale, delle cose: no, non siate cattivi, non stiamo parlando del timore autoreferenziale che il Governo finisca e che tante belle menti se ne vadano a spasso; la tanatofobia governativa risulta evidente dalle norme susseguitesi in capo ai licenziamenti.

Il licenziamento, esattamente come la morte, è una fine e, siamo tutti d’accordo, non è certo la migliore delle cose (oddio, anche per chi crede la morte non è una definitiva chiusura, ma è solo un passaggio a “miglior vita”, però tutto rimane avvolto in un mistero che scopriremo tutti, prima o poi). Ed esattamente come la morte, è spesso, anche e purtroppo, un evento obiettivamente non evitabile.

Da tempo abbiamo smesso di pensare alla medicina come ad una scienza che conduce sempre e comunque ad un accanimento terapeutico, ad una lotta contro la morte che vada anche contro ogni senso ed ogni ragione.

Ma il licenziamento, no.

Il licenziamento deve essere evitato. A qualunque costo. Neanche fosse peggiore della morte. Già la nostra magistratura ci ha educati a concepirlo come extrema ratio, ma proprio ultimissima spiaggia, così ultimissima che anche quando sei in mezzo al mare non devi mai escludere la possibilità del naufragio su un’isoletta apparsa dal nulla (difatti, non essendosi ancora ripresi dall’orfanaggio della reintegra, i giudici cercano di riappiopparcela in ogni salsa).

Ma oggi non sfugge a questa regola nemmeno il licenziamento oggettivo, cioè quello per fatti incontrovertibili ed evidenti (oggettivi, appunto).

E così siamo passati da un decreto curativo (il divieto di licenziamento per due mesi, che ci poteva anche stare; è stato come dire: “aspetta a darti per vinto, proviamo a vedere come va”) all’accanimento terapeutico del Decreto Rilancio, per cui il divieto si è dilatato per cinque mesi (art. 80, D.L. n. 34/2020). E siccome non c’è limite all’accanimento, qualcuno ha già proposto con forza di spostare nel prossimo decreto il termine del divieto a fine anno.

Qualcuno ha anche pensato, sempre per decreto, di far risorgere i morti: i licenziamenti dal 23 febbraio al 17 marzo potrebbero infatti (a mente del medesimo art. 80, comma 1-bis) essere revocati dal datore di lavoro, con contestuale accesso alla cassa integrazione: un po’ come pigliare un defunto, rianimarlo alla meno peggio e attaccarlo alle macchine salvavita (il bello è che non è nemmeno previsto l’assenso del licenziato, si può fare e basta; d’altronde nella mente bacata del Legislatore di turno, chi mai accetterebbe di essere licenziato?): dopo “far finta di essere sani” (come dimenticare il miglior Gaber?) ora siamo al “far finta di essere vivi”. Oltretutto, piacerebbe sapere tale previsione a chi giova, cioè quale datore di lavoro potrebbe mai essere interessato a praticare una simile possibilità (se non, forse, qualcuno che ha finto un licenziamento o addirittura ha finto un rapporto di lavoro e a cui è stato offerto un comodo spiraglio per continuare a fingere).

Ma tutto questo non basta: le norme sparse in decreti, decretucoli e leggi di conversione prevedono anche altro. A cominciare dalla proroga (cioè un prolungamento della eventuale fine) dei tempi determinati e del periodo formativo dei contratti di apprendistato per il periodo di sospensione da Covid (sull’argomento si veda il bell’articolo di Alberto Borella in questo numero della nostra Rivista). Ora, il passaggio normativo in questione potrebbe anche avere un senso se formulasse una mera facoltà, cioè qualcosa che nell’interesse reciproco le parti potessero attivare: ma qui siamo all’obbligo automatico, non si può finire, tutti dentro al congelatore normativo.

La fine non è concepita nemmeno per le cessioni e trasformazioni d’azienda (che nemmeno sono una vera e propria fine, ne hanno solo, talvolta, una vaga somiglianza): un ulteriore modifica all’articolo 80 (ribattezzato articolo “senza fine”) prevede fino al 17 agosto 2020, la procedura sindacale per il trasferimento d’azienda di cui all’articolo 47, comma 1, della Legge 29 dicembre 1990, n. 428, nel caso in cui non sia stato raggiunto un accordo (cosa che prima non era obbligatoria, la procedura aveva solo una funzione consultiva), non possa avere una durata inferiore a 45 giorni. Tutto dilatato, tutto ritardato. Anche con l’art. 10 del Decreto Liquidità (D.L. n. 23/2020) il Governo aveva, e si parla di proroga pure di quel termine, disposto l’improcedibilità delle istanze di fallimento presentate tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020.

Insomma, finire, licenziare, terminare, morire non si deve, non si può.

Anche se al lavoratore non coperto da cassa integrazione (anche “coperto da cassa integrazione” è una parola grossa, ormai Inps è diventato l’acronimo di “Io Non Pago Subito”) non si sa bene cosa succede: probabilmente finirà in un limbo in cui non è licenziato, e quindi non percepisce la Naspi e non è destinatario di politiche di ricollocazione, però non prende nemmeno lo stipendio.

E l’azienda che è decotta e ha già sostanzialmente chiuso i battenti? No, non può chiudere, per farlo dovrebbe licenziare, e non può, i propri dipendenti; si nega anche la morte: eguale situazione, oltre i limiti del paradosso, riguarda gli eredi di un datore di lavoro defunto.

E che dire di altri tipi di licenziamento per motivo oggettivo? Non ci sono solo quelli di carattere economico, vi è, per esempio, quello della sopravvenuta idoneità fisica del lavoratore (lo ha ricordato, da ultimo, anche Inl con proprio messaggio del 24 giugno 2020), laddove non vi siano altre mansioni nel quale rioccuparlo. Però, vista l’inidoneità, nemmeno si può farlo lavorare. E allora che si fa? Lo si mette in cassa integrazione, magari solo lui? Ma non è un uso improprio, direi quasi discriminatorio, dello strumento? E anche qui, quando la cassa termina, come si prosegue?

Intanto si scopre che ci sono circa 20.000 persone che sono state licenziate lo stesso. E a cui certo non si potrà negare la Naspi (Inps, messaggio 2261 del 1° giugno 2020), ma già Inl ha annunciato un’intensa attività di monitoraggio (leggasi, ispezioni) in materia. Ma come si permettono, questi mascalzoni di imprenditori, di licenziare in barba alla legge? O magari addirittura di chiudere? Gravissimo: finire è severamente vietato.

Ah, chi scrive considera comunque del tutto legittimo il licenziamento per gmo intervenuto fra il 17 ed il 18 maggio, cioè in quel lasso intertemporale che è intercorso fa il Decreto Cura Italia ed il Decreto Rilancio: come la morte non fa sconti, così nemmeno la tempistica normativa, ed un Legislatore disattento ha lasciato due giorni in cui si poteva, quasi furtivamente, ricominciare a fare cose normali.

Intendiamoci: non siamo fautori del licenziamento, e non pensiamo ad allegri strumenti di macelleria sociale in un periodo così delicato; se non ci credete leggete la proposta di questo mese. Ma il congelamento tout court di ogni termine, sembra davvero un atto improprio, incostituzionale e sconsiderato. Anche perchè non vi è alcuna considerazione non solo per la libertà imprenditoriale (che è sacrosanta), non solo per i costi che tale congelamento comporta alle imprese (e che non potranno che riflettersi su nuove ricadute occupazionali negative) ma anche per la situazione dei lavoratori, che privati di forme di sostegno al reddito e alla ricollocazione (il nostro Paese pullula di navigator: quale occasione migliore per metterli all’opera in maniera seria?) arriveranno prima o poi a un punto di non ritorno.

Eh sì, stiamo congelando gli obiettivamente cadaveri (se permettete quest’ultimo necro-parallelismo) non per pietà o per lungimiranza, non con la speranza di una futura guarigione, ma semplicemente perché non abbiam posto e risorse per seppellirli adeguatamente. E allora, facciamo finta che non siano veramente defunti. Il che può avere due conseguenze: la prima è che qualcuno che arriverà dopo, semmai arriverà, si troverà sul gobbo un innumerevole massa di diseredati disoccupati (ma la scarsa familiarità italiana alla lettura dei numeri determinerà la ricaduta della colpa sul malcapitato sopravvenuto), la seconda – chiunque sia al timone in quel momento – è che scongelare, tutti nello stesso istante, rapporti di lavoro tenuti insieme fino ad allora soltanto da un improvvido passaggio normativo determinerà un contraccolpo economico ed occupazionale, improvviso ed esteso, da cui sarà arduo riprendersi e con conseguente impressionanti anche sul piano sociale.

Speriamo di non dover intitolare un prossimo articolo “la notte dei morti viventi”.

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