Senza filtro – “SVISTE”

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Capita talvolta di assistere a decisioni giurisprudenziali decisamente poco condivisibili, non solo nei primi gradi di giudizio ma talvolta anche in Cassazione, pure a Sezioni Unite.

Sovviene al riguardo quell’osservazione, spesso rievocata in corsi sulla comunicazione, rispetto alla relativa giovinezza dello sviluppo del nostro cervello rispetto ad altri organi di governo decisionale, condizionati da istinto, sensazioni ed emozioni; è come se in linea evolutiva avessimo, come specie, imparato in milioni di secoli a ragionare “con la pancia” e solo da qualche manciata di secoli ad utilizzare quella che chiamiamo ragione. Sicchè una motivazione o una spiegazione spesso non sono che il tentativo ex post di giustificare non ciò che appunto, dovrebbe essere il frutto di un equilibrato sillogismo ex ante, ma ciò che si forma in altri organi e che poi viene sottoposto ad una sorta di “maquillage razionale”.

Ed è interessante osservare anche le reazioni che suscitano le suddette pronunce, perché il meccanismo pseudologico di cui sopra rischia di continuare anche nei fruitori e commentatori di cui sopra, spesso con il meccanismo del clan, o se preferite, degli ultras, per cui viene accettato acriticamente, talvolta anche enfatizzato, ciò che porta acqua al proprio mulino, fa niente se sia giusto o sbagliato. Con il rischio, però, che l’acqua al mulino arrivi avvelenata, per la società sicuramente e talvolta anche per gli stessi gestori del mulino.

Oppure semplicemente si stratta di banali sviste (d’altronde, nessuno è perfetto), ma anche in tal caso è interessante notare come la miopia abbia talvolta un indice di diffusione peggiore della famigerata e temibile variante delta. In particolare, il meccanismo della svista rileva la sua portata in termini di conseguenze: un po’ come investire un passante che stava attraversando sulle strisce perché, appunto, si guardava altrove o si era distratti, o anche – ed è il caso più classico – perchè la concentrazione era incentrata solo su un particolare (la strada che si stava percorrendo) e non sul sistema-strada, di cui il mero percorso è solo una parte.

Esemplifichiamo con due casi non a caso. La sentenza n. 26294/2021 della Cassazione penale ha mandato assolto dal reato di esercizio abusivo della professione un centro servizi, radicato in tutta Italia, che forniva assistenza sul personale anche per attività riservate senza l’ausilio di un consulente del lavoro. In particolare, tale centro servizi era partecipato per il 70% da un’associazione di categoria e per il 30% dal soggetto che era imputato di abusivismo, ma con una ripartizione degli utili del centro servizi suddivisa in ragione dell’1% all’associazione e del 99% all’altro socio.

Ora, con tutto un ragionamento pseudologico, viene riconosciuto il ruolo e la riserva che la L. n. 12/79 affida ai Consulenti del lavoro in materia di amministrazione del personale (e su questo sono stati scritti degli apprezzamenti della sentenza incomprensibili per chi scrive, perché – come vedremo – la formale “lisciata di pelo” ha lasciato il posto, subito dopo, ad uno svuotamento di fatto della sostanza della norma). Ma viene posto in evidenza il passaggio della L. n. 12/79 per cui “ le imprese artigiane, nonché le altre piccole imprese, anche in forma cooperativa, possono affidare l’esecuzione degli adempimenti (nota: riservata) a servizi o centri di assistenza fiscale istituiti dalle rispettive associazioni di categoria. Tali servizi possono essere organizzati a mezzo dei consulenti del lavoro, anche se dipendenti dalle predette associazioni”.

Risparmiando commenti sul tema che tale previsione rappresenterebbe un’agevolazione economica per dette piccole imprese (osservazione risibile a cui basterebbe rispondere con lo slogan “se pensi che un professionista sia caro, ti accorgerai di quanto costoso possa essere affidarsi ad un dilettante”) mi piacerebbe soffermarmi sul termine “categoria”, che secondo un dizionario significa “suddivisione che si ottiene ordinando o classificando secondo vari criteri … ad es. l’insieme di coloro che, nei settori produttivi, esercitano la  medesima attività”, o secondo un altro autore che definisce “un gruppo di persone distinto secondo… l’attività che svolgono”.

Dunque, nella L. n. 12/79 la categoria è condizione fondamentale per poter attivare la facilitazione (ammesso che lo sia) ivi prevista. Ma è chiaro che qualora io costituissi un’associazione denominata A.P.I.C.A.L.E (Associazione di Professionisti Imprese Commercio Artigiani Lavoratori autonomi Eccetera notare bene l’Eccetera), se la radicassi su tutto il territorio nazionale con decine, forse centinaia, di piccole cellule di tale associazione che come unica condizione abbiano l’adesione, magari per pochi spiccioli, alla predetta congrega, avrei realizzato un meccanismo di aggiramento della L. n. 12/79 che a questo punto non avrebbe ragione di esistere o ne tradirebbe lo scopo. E cioè di affidare la delicata materia dell’amministrazione del personale solo a professionisti qualificati o, in via d’eccezione, a radicate e storiche Associazioni di categoria, perché no, magari con il requisito della maggiore rappresentatività sul territorio nazionale, e purchè siano assistiti comunque da un consulente del lavoro. Infatti quel “possono”, frutto di immaginabili mediazioni politiche sul tema, dovrebbe leggersi come un “possono se” (ragioniamoci: quando mai una legge ti specifica una mera possibilità?).

Altre sentenze, molto più correttamente, hanno notato che la costituzione deve essere a cura diretta dell’associazione, mentre nel caso di specie quello che sembra potersi ipotizzare è una mera contrattualizzazione di natura commerciale, in barba ai principi ispiratori della L. n. 12/79 (comunque da riformare profondamente). Ma il giudicante guardava solo la strada e ha steso la norma, che pure attraversava sulle strisce, dando così di fatto la patente di occuparsi di personale a chiunque, anche non dotato di competenza alcuna (per non parlare di deontologia), purchè fautore di un meccanismo perverso e di costruzione furbesca. E pure a scopo lucrativo: i proventi di tale meccanismo nemmeno restano in associazione e vengono reinvestiti per gli scopi mutualistici della stessa. Ma di quali scopi mutualistici potremo poi mai parlare, se la categoria di cui parliamo è un insieme di datori accomunati da un unico obiettivo: fai la tessera, costa poco (anzi te la scalo dalla prima fattura), così ti posso assistere a prezzi di concorrenza (sleale, tuttavia l’ANAC si distingue per un assordante silenzio quando si parla di professioni).

Ma sono sviste (innocenti? Chissà …).

La seconda miopia di cui parliamo, e qui cambiamo genere, riguarda una sentenza di merito, seppure con rito d’urgenza (per cui qui per la svista qualcuno potrà invocare la fretta…), e precisamente della sentenza n. 13173 del 30 giugno 2021 del Tribunale di Roma.

Il caso, per quanto si apprende succintamente dalle notizie di stampa e dalla sentenza, invero stringata, riguarda un lavoratore posto in Cigo Covid per soppressione della mansione a cui era assegnato. Il Tribunale adito assegna invece al lavoratore il diritto alla retribuzione per tutto il periodo, con una ricostruzione che suggerirebbe un’urgente visita oculistica.

Tutti sappiamo che durante il periodo Covid è sussistito, e in molteplici casi sussiste tuttora, un generalizzato divieto di licenziamento che ha preso in considerazione tutti (ma proprio tutti) i casi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, fra i quali sussiste anche la soppressione di una mansione.

Orbene, se di una mansione non ho più bisogno, oppure se un lavoratore è diventato inidoneo alla mansione, e non ho altre mansioni alternative da affidargli, in questo periodo non ho potuto licenziarlo, restando come soluzione alternativa … il metterlo in cassa fino alla fine dell’emergenza. Spero sia nota a tutti la correlazione fra cassa e periodo Covid, e specificamente fra cassa e divieto di licenziamento, (basta leggere i vari decreti). Ma per il giudice romano no, lui va a prendere la norma istitutiva della Cigo che però qui poco ci azzecca, come direbbero dalle sue parti da cui “si ricava che la Cigo può essere concessa esclusivamente in situazioni in cui vi sia una oggettiva difficoltà aziendale nella regolare continuazione della propria attività produttiva”. Siccome l’azienda ha dichiarato apertis verbis che nel periodo di Covid aveva aumentato il proprio fatturato, la crisi non c’era e pertanto non poteva utilizzare la cassa. Ora, al di là della discutibilità del ragionamento, pare agevole rilevare che, anche stando all’interno della logica distorta della sentenza, il divieto di licenziamento di una mansione eccedente o soppressa rappresenta una oggettiva difficoltà alla regolare continuazione della propria attività. O no?

Ancora ancora si potrebbe capire se il magistrato adito avesse fondato la propria sentenza obiettando rispetto all’asserita impossibilità aziendale di ricollocare il lavoratore (dato che qualche ombra, nelle pieghe della sentenza in commento, resta su questo aspetto).

Ma siccome tale concetto è rimasto inespresso nelle parole del magistrato (ma magari non nella sua pancia), egli ha passato il concetto assurdo che in periodo Covid non puoi né lasciare a casa un lavoratore eccedente (mercè il divieto di legge) né metterlo in cassa. Devi semplicemente man-te-ner-lo. E questo si collega al concetto di “posto di lavoro”. Quante volte avrete sentito questa affermazione: “i posti di lavoro non si toccano”? Quanta staticità c’è nel concetto di “posto di lavoro”, provate a rifletterci. Esattamente come per le poltrone parlamentari, il posto è qualcosa in cui sei seduto, abbarbicato, in cui qualcuno ti deve strappare a forza (e qualcun altro, con forza uguale contraria, si preoccuperà di rimettertici, come si è visto). Perché serve al mantenimento della persona (e questo è espresso a chiare lettere dalla sentenza) e questo prevale su tutto. Sulla responsabilità, sul dovere, sull’utilità di un posto, sull’eticità di un’impresa, sulla logica. Datemi un posto di lavoro o vi solleverò il mondo.

Ma le sviste suddette, per quanto così distanti, raccontano una storia tristemente comune, in fondo. Cioè la mancanza di una cultura del lavoro, di un concetto di lavoro che sia insieme dignitoso (però a 360 gradi) e razionale.

Per cui le pratiche del lavoro possono esser lasciate in mano a soggetti improvvisati e furbi, senza alcuna deontologia che ne contraddistingua e ne vigili l’operato. Con risultati visibili a tutti.

Per cui l’associazione e l’appartenenza ad una categoria, che sarebbero cose buone e giuste, sono ridotte alla guisa della raccolta punti del supermarket.

Per cui il lavoro è un posto, senza spazio e senza tempo, senza logica o ragione, che serve giusto ad una rivendicazione, purchessia, e che va difeso ad ogni costo, con pregiudizi ideologici ed artifici giuridici. Senza nessuna considerazione se tale difesa strenua porta ad effetti-boomerang tragici, come quando per salvare un posto se ne perdono centinaia o si sprecano risorse importanti che potrebbero essere più intelligentemente allocate per finalità occupazionali serie e non fittizie.

E in mezzo a tutto ciò, non ragionamenti pacati e utili riflessioni ma … tifo da stadio. E speculazione.

Vi confesso che fare il consulente del lavoro in un mondo in cui il lavoro non si capisce più bene cosa sia è difficile. Appassionante ancora, anzi forse adesso di più perché la riflessione sul lavoro diventa sempre più essenziale, ma difficile.

Diamoci la mano, fratelli di ogni dove e di ogni credo, per riportare un minimo di coerenza e razionalità, di dignità e di legalità, “in questi tempi sbandati”.

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