Senza filtro – Storie di fine anno

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

 

Come ogni volta, all’approssimarsi del 31 di dicembre non finisce l’anno ma sembra che termini il mondo, salvo poi ricominciare come prima subito dopo.

Problemi dormienti da tempo, e che magari richiedevano soluzioni complesse mai affrontate, improvvisamente diventano pressanti ed indifferibili, quasi che insieme al bilancio contabile si avvertisse l’urgenza di un consuntivo più generale, di una “resa dei conti”, di guardare all’anno che arriva scaricati da determinate cose, un presentarsi “puliti” di fronte al futuro; non solo contabilità amministrativa, ma un rendiconto complessivo e programmatico su cui non ci si vuole far trovare impreparati. Sulla spinta,  magari, anche del vero e proprio bilancio e di far quadrare dei conti, si fanno manovre; la cosa interessante e strana è che capita anche alle società, spesso straniere, che hanno il “Fiscal Year” spostato, ovvero con chiusura differente all’anno civile.

In queste revisioni capita non di rado anche di assistere a ricadute sul personale. E a tal proposito, abbiamo due storie da raccontare.

La prima è quella di Gianfranco, giovanile dirigente cinquantenne, personaggio rampante in una mega-azienda rampante, la Cippalippa Spa, una di quelle famose e che hanno certificati di qualità anche per le targhette dei bagni, una di quelle attente al personale, ma così attente che ogni tanto si leggono articoli sulle loro politiche illuminate, così brillanti e “al top” che le trovi quasi sempre a concorrere nella classifica del “best place to work” o amenità simili.

Convocato dalla HR manager verso metà dicembre, Gianfranco crede sia ora di parlare del suo bonus annuale: il suo fatturato è quasi raddoppiato, forse qui ci scappa qualcosa di importante… Invece la HR, accompagnata da una non meglio identificata persona, in maniera molto secca comincia a leggere a Gianfranco, appena entrato, una lettera il cui contenuto è abbastanza lungo e fumoso, ma dove ad un certo punto compare una parola (recesso) che mette in allarme il nostro Gianfranco. Si sta per caso parlando del suo licenziamento? Beh sì, dice l‘HR, niente di personale, anzi il lavoro di Gianfranco è molto apprezzato, solo che in una politica di spending review, nella ridistribuzione dei job title, nella revisione della organisational chart (solo ora Gianfranco, che pure parla spesso così, si accorge che quando uno ti vuole fregare il giro di parole in inglese ha un effetto particolarmente devastante) l’international board (mica qui in Italia, eh, qua ti vogliamo tutti bene, sia chiaro …) ha deciso di sopprimere la sua figura

Mentre la HR comincia a parlare di possibili trattative economiche, a Gianfranco – come non capirlo – scatta una sola, semplice, domanda: “perché”? Se faccio bene il mio lavoro e faccio guadagnare l’azienda, se non mi risparmio e mi impegno seriamente, perché? E qui la HR manager comincia a balbettare: “non mi aspettavo che la prendessi così, guarda che non è nulla contro di te, sai come vanno le cose in questa azienda, io non so cosa dirti”.

Siccome Gianfranco insiste e si rifiuta di prendere in considerazione la cosa, da qui in poi la sua questione verrà presa in carico dal legale; un avvocato (di uno di quegli studi patinati e così pieni di professionisti che quando consulti il loro sito ti chiedi se per caso sei finito per sbaglio nell’elenco telefonico, con parcelle che basterebbero da sole a risolvere il problema economico di qualche Paese sottosviluppato) tratterà il suo caso, lui è diventato improvvisamente fastidioso e molesto, oppure semplicemente scomodo da trattare.

E qui comincia il solito mercanteggiare, che benchè nessuno lo voglia riconoscere non è poi così distante (numeri a parte) dalle trattative sul bagnasciuga con il vu cumprà, con un affranto Gianfranco perchè, a parte che siamo sotto Natale, la cosa lo spiazza non poco, dato che lui proprio nell’anno nuovo aveva deciso di convolare finalmente a nozze con la compagna con cui convive da tanto tempo (e beh, che c’è di strano? Se la vita comincia a cinquant’anni …. ) e ovviamente questa non-lieta novella scombina un po’ tutti i suoi piani.

C’è di buono che con la sua posizione ed il suo stipendio (e la buonuscita spuntata), Gianfranco riuscirà a costruirsi un discreto paracadute e probabilmente, anzi glielo auguriamo di cuore, cadrà in piedi, o forse non cadrà neppure.

Prima di tirare conclusioni, vorrei però raccontare in parallelo anche la storia di Patrizio. Patrizio lavora per la mitica istituzione Tizio&Caio (per questioni di privacy non sveleremo altro né dell’istituzione né delle mansioni di Patrizio). In realtà però Patrizio lavora per una cooperativa che fornisce a Tizio&Caio l’attività di Patrizio e di parecchi altri suoi colleghi e colleghe, tramite un contratto che sta in un (diremo per essere gentili) equilibrio instabile fra l’appalto e la somministrazione illecita. Ora succede che Tizio&Caio, al termine della data stabilita del sedicente appalto, vuole cambiare appaltatore. Stranamente (non succede mai …) le condizioni del nuovo appalto sono “al ribasso” rispetto a quelle precedenti, già abbastanza striminzite. Qui comincia un balletto economico-politico-sindacale-istituzionale: tante parole, tante vesti stracciate, minacce da una parte dall’altra. Il suddetto balletto si tira un po’ per le lunghe e poi si conclude, come quasi sempre, con l’accettazione da parte di Patrizio – e della maggior parte dei suoi colleghi – delle nuove, e ridotte, condizioni economiche, perché comunque bisogna campare, in attesa di meglio (sperando  che arrivi, e lo auguriamo di cuore anche a lui) o di pescare un gratta-e-vinci sostanzioso. Anche in questo caso, peraltro, nelle trattative spuntano legali e/o esperti più o meno famosi ma comunque “ben parcellati”.

Dimenticavo di precisare una cosa: per quanto non particolarmente altolocato, il lavoro di Patrizio è utilissimo ed importante, anche perchè è direttamente rivolto ad altre persone e a funzioni indispensabili alla nostra attuale organizzazione sociale; è un compito prezioso.

Ora io so che a questo punto voi direte: va beh, ma al di là della coincidenza temporale (la fine d’anno) cos’hanno in comune queste due storie? Gianfranco cade in piedi e con la sua buonuscita potrebbe acquistare ed arredare tranquillamente il trilocale ove (con la moglie, occupata precariamente, e due figli piccoli) vive Patrizio, il quale invece riesce a malapena a pagare il relativo affitto mensile; inoltre il futuro si presenta, per condizioni ed opportunità, sicuramente più roseo per Gianfranco.

Tutto vero.

Però forse più di qualche spunto in comune c’è. Proviamo a riflettere sinteticamente per punti.

  1. Il lavoro come merce.

In entrambi i casi c’è una paurosa assenza di significato, la risorsa umana è trattata sostanzialmente come una … fotocopiatrice: nel caso di Patrizio, si sostituisce con una che costa meno (anzi è la stessa, ma si mette un toner più economico), nel caso di Gianfranco ci sono misteriose decisioni dall’alto (forse contenimento di costi, forse uno spoil system aziendale, chissà …), d’altronde chi si è mai sognato di dover spiegare ad una fotocopiatrice perché deve essere sostituita o buttata via?

E se la cosa da un punto di vista emotivo colpisce soprattutto per Patrizio (una nota: smettiamola con politiche al ribasso, certe situazioni sono arrivate all’osso, poi non stupiamoci se la gente è esasperata!), fa impressione che questo avvenga pari pari nella Cippalippa Spa, un’azienda che investe considerevolmente sulla politiche di retention, sul brand aziendale nella gestione del personale, per poi trattare così un lavoratore (ma Gianfranco racconta che è una cosa comune e già vista, anche in altri posti simili in cui ha lavorato) nel pieno della sua produttività.

Ora, qui non voglio mettere in discussione le scelte, anche dolorose, che talvolta si devono fare (oddio, su qualche processo avrei da discutere), ma quantomeno le modalità di gestione e comunicazione di queste scelte: invece, ti paghiamo bene ma quando si decide si decide e tu per noi vali zero (altro che welfare e compagnia cantante). Almeno nel caso di Patrizio la crudezza della cosa è chiara fin da subito (anche se la situazione sua e dei suoi compagni non è bella ed ha ricadute che rasentano spesso l’orlo del drammatico), senza imbiancature farisaiche.

  1. La mancanza di politiche (aziendali e sociali) serie ed effettive sul personale.

Ma che ci sta a fare un HR manager che non è capace di gestire in maniera efficace queste dinamiche? Mi ricordo in passato amministratori del personale o responsabili di reparto che si opponevano di fronte a scelte assurde, o quantomeno le mettevano in discussione: ho ammirato recentemente una persona di queste che di fronte ad un taglio ha avuto il coraggio di rispondere al solito “board” internazionale: “piuttosto mandate via me, ma questo serve ed è bravo” (nessuno è stato licenziato, qualcuno in alto è stato costretto a vedere oltre i numeri di un foglio di excel). Oggi invece, insieme a tante ottime persone, vedo comparire sempre più yesman (o yeswoman).

Ma anche per quanto riguarda Patrizio, come si fa a gestire la forza lavoro, cara Tizio&Caio, con il semplice principio dell’intercambiabilità e del risparmio? Anche qui, sotto la patina della fama e del prestigio, si vede solo tanto pelo sullo stomaco. E quali politiche difensive ci sono nel nostro Paese su queste manovre, al di là delle parole e dell’appiccicare a leggi farraginose ed idiote appellativi importanti (ma in questo caso del tutto vacui) quali “dignità”, “crescita”, “rilancio”, “legalità”?

  1. Gli sprechi e le assurdità.

Beh sicuramente una cosa che accomuna invece la Tizio&Caio e la Cippalippa c’è: sono piene di persone strapagate ed intoccabili che non si capisce bene che diavolo facciano, né per competenza né per efficacia operativa. E ancora ancora (ma in certi casi anche no) se è il figlio del titolare, o se è l’amante del proprietario (non stupitevi: per l’escapologo – che ora ha cambiato nome, è un “solutore fiscale” – assumere l’amante è un consiglio fra le righe per evadere tasse, uno fra i tanti consigli strampalati ed incoscienti che provengono dalla sua masnada di delinquenziali imbonitori); ma spesso sono persone, nemmeno poche, piazzate lì da intrallazzi politici, talvolta anche sindacali, o per giri strani; sono “amici degli amici” che drenano risorse serie. Ecco, se proprio ci fosse un’esigenza di risparmio, nel pubblico come nel privato, perché non cominciare eliminando queste figure?

E perché trattar male, licenziare, o sottopagare, persone di cui poi si ha effettivamente bisogno? Patrizio ha dovuto firmare il nuovo micragnoso contratto in fretta e furia (eh beh, d’altronde, al 1° gennaio il suo lavoro malpagato era importante che continuasse). Gianfranco invece dice che alla Cippalippa è la quarta volta in due anni che mandano via qualcuno (pagando bei soldi) per poi cercare di riassumerlo dopo 6-8 mesi perché si accorgono che ne avevano bisogno (non c’è che dire: dei veri Einstein della gestione…) e forse succederà anche a lui.

  1. La disaffezione al lavoro.

Io mi chiedo, inoltre: come faranno d’ora in poi Gianfranco e Patrizio ad essere affezionati al lavoro che fanno ed agli enti a cui lo forniscono (affezione che vuol dire tante cose: impegno, professionalità, formazione, fedeltà)?

Nel mondo dorato di Gianfranco è un po’ un’abitudine, oggi sei qui, domani sei lì, non “sposi” nessuno, nel posto in cui ti trovi magari ti prepari le più convenienti uscite per andare da un’altra parte. Speri sempre di stare sulla cresta dell’onda, talvolta va bene, talvolta un po’meno, c’est la vie (ma il ragionamento brucia e mostra tutta la corda quando poi le cose vanno solo decisamente male). E qualcuno discetta drammaticamente se e quanto investire su professionalità mercenarie (cioè, prima li tratti come mercenari, poi ti lamenti se non ti sono fedeli).

Nel caso di Patrizio, più vicino alle cose pratiche, è solo un principio di dignità personale ed intrinseca che ti può spingere a far bene quel che fai, vista anche l’importanza per cui lo fai e la ricaduta sulle persone … perché a ben vedere la Tizio&Caio (la famosa e qualificatissima – sulla carta – Tizio&Caio) non meriterebbe proprio un bel niente. Anche qui, l’investimento sulle persone è scarso e nullo, oggi sei tu domani un altro. Non c’è nemmeno bisogno di un HR manager (che pure esiste, ma o è un bieco passacarte che fa parte della schiera di quelli di cui abbiam discusso nel punto precedente, oppure è anche peggio: uno messo lì proprio per fare “il lavoro sporco”).

Concludo: so bene il rischio di farmi, con le affermazioni che precedono, un discreto numero di nemici o quantomeno di attirarmi forti antipatie.

Tuttavia, vorrei riflettere con gli stimati lettori, è il caso di cominciare a pensare agli effetti di una “società liquida” e sfrontata come quella in cui viviamo: è qualcosa che ci piace veramente? È qualcosa che si può, non dico fermare (è anche il lavoro, come tipologia in sé, che è cambiato), ma quantomeno correggere nei suoi effetti più nefasti? Non penso ad antiche ricette (ormai superate, tranne che nella testa di qualche patetico nostalgico) ma di intervenire sulle cause e inventare nuove vie e soluzioni per immutati valori. Anche con scelte personali, magari impegnative: in fondo, il mondo in cui vivremo domani (anche domattina) dipende da ciò che scegliamo oggi.

Trattare il lavoro come opportunità e non come merce e considerare le persone con il rispetto e l’attenzione che meritano in quanto tali, mettere al centro del dibattito politiche di inclusione e ricollocazione seria (non di facciata), ripensare culturalmente ad un modello di società ed al significato del lavoro nel contesto di essa, capire cos’è davvero la professionalità. Il tutto con l’equilibrio di rispettare certamente anche le scelte e le politiche imprenditoriali, però costringendole nel contempo ad una maggiore razionalità ed equità. E poi: intercettare i furbi e le nequizie, da qualunque parte stiano, per affermare il passo successivo della legalità: un minimo di giustizia. Senza pensare in quale parte dell’onda, magari sulla cresta, stai nell’attuale, perche si potrebbe ribaltare in un attimo e Gianfranco potrebbe ritrovarsi Patrizio (viceversa non capita quasi mai…); e questo vale anche per gli espertoni strapagati, si intende.

Ahi, ecco che sento risuonare una voce antica a schernirmi di tanto idealismo: “Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi”.

Ma se devo scegliere una citazione per chiudere, preferisco questa di T.S. Eliot: “noi che non fummo sconfitti, perché continuammo a tentare”.

 

 

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