Senza filtro – Stati (Generali) DI ALLUCINAZIONE

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

“Prima o poi, proprio come il primo giorno del mondo, prima o poi impareremo a lasciarci alle spalle il passato “Sting, “History will teach us nothing”

PREMESSA (PER I NON-BOOMER1 )

“Stati di allucinazione” è un famoso film di fantascienza del 1980. La trama consiste nelle vicende di uno scienziato che, immergendosi più volte in una “vasca di deprivazione sensoriale” (una sorta di vasca-bara piena di un fluido che nella composizione assomiglia al liquido amniotico), con l’aiuto di una droga allucinogena – probabilmente un derivato della muscarina, già usata dagli antichi sciamani americani – entra nello stato di una specie di ipnosi regressiva e rivive … la storia, personale e dell’umanità. Per i cinefili e gli interessati evito di svelare altro del film (nel linguaggio degli zoomer: evito di spoilerare), ma nella storia del cinema sono rimaste famose le scene di perdita e trasformazione della coscienza, fino ad una vera e propria modificazione della realtà e della sua percezione. Non è solo per una pura assonanza che il film può rappresentare un’utile chiave interpretativa di ciò che stiamo vivendo oggi nel nostro Paese.

STATI (GENERALI) DI ALLUCINAZIONE – 1

Come non cominciare con i tanto decantati Stati Generali, la kermesse (forse è la definizione più giusta) di nove giorni a Villa Pamphili a Roma. Al di là di chi c’era e chi non c’era, di chi è stato invitato (o no) e perché, di chi proprio non ha voluto andarci, la sensazione che ha lasciato in chi scrive è sostanzialmente quella di una passerella, un red carpet di scarsa concretezza (cosa che a onor del vero ci hanno lasciato anche iniziative analoghe, magari con lo stesso nome). Intendiamoci, l’idea non era per niente male, anche se quando uno tira in ballo certe definizioni, dovrebbe fare i conti con la Storia e anche con la cabala: gli Stati Generali più famosi del passato finirono, poco dopo, con un discreto numero di teste mozzate. Insomma, la sensazione che il momento – anche Covid-19 a parte (o forse proprio grazie all’emergenza che ha fatto affiorare le molte magagne del sistema in un modo non più eludibile, per quanto evidenti da tempo) – fosse propizio per ripensare ad una fondazione di sistema radicalmente nuova per il nostro Paese è sicuramente azzeccata. Così, la chiamata a corte dei vari sistemi di rappresentanza – ammesso, e non sempre concesso, che interpretino veramente gli interessi e le esigenze dei rappresentati – poteva preludere ad un momento di sintesi, unitamente alle riflessioni che contemporaneamente il Comitato Colao ha messo in piedi per il rilancio dell’Italia.

Non vorremmo dare l’impressione che non facciamo profondamente il tifo per il nostro Paese e che non nutriamo la speranza che le cose si mettano al meglio, tuttavia alcune cose non ci fanno essere ottimisti:

– agli Stati Generali sono state invitate anche personalità “ad capocchiam”: si comprende pure la simpatia/antipatia per questo o quell’altro, ma qualcuno non c’era e qualche altro non ci stava proprio a pennello, qualcuno c’era perché più modaiolo come persona o come idee che non per quel che aveva necessariamente da dire, qualcun altro ha giocato sul classico “mi conviene di più se vado o se non vado”; insomma, immagine tanta, sostanza pochina (o, se preferite, staremo a vedere);

– tragicamente, si ha avuto a volte la sensazione che le cose buone trasmesse non trovassero dall’altra parte interlocutori in grado di comprenderle, ed ancor meno di attuarle decentemente;

– anche il piano Colao-meravigliao sa un po’ di raccolta di pie intenzioni, leggendolo si ha la sensazione di una sfilza di idee, in parte già viste e riviste, senza l’indicazione di un percorso; poi, qualcuno scopre che ci sono parti copiate e pure male da altri lavori (e ciò pare poco serio).

Lo sconforto nasce perciò dalle idee lanciate lì a caso un po’ come fossero la pastura pre-pesca: l’abbassamento dell’Iva, il Ponte sullo Stretto, la defiscalizzazione di non si sa bene cosa, il prolungamento del divieto di licenziamenti (facciamo addirittura fino all’età pensionabile e risolviamo di colpo la disoccupazione – tanto l’abbiamo già fatto con la povertà, no?), incentivazioni a non andare in Cig o ad assumere mentre fai la Cig (perché? cosa vuol dire?) e mille altre cose ancora che abbiamo sentito e che ci fanno supporre un uso non particolarmente attento degli alcolici serviti ai vari buffet, o comunque non si distinguono particolarmente dalle sparate da Bar Sport di paese.

Ma vi è anche un problema di metodo, a mio avviso: dovremmo, proprio perché la Storia dovrebbe insegnare anche dai suoi errori, trasformare questi momenti di confronto non solo nell’esposizione di cahier de doléances o di rivendicazioni di questa o quella categoria; una vera autorità al servizio del paese dovrebbe catalizzare questa funzione di servizio e, con la fiducia che esprime la propria autorevolezza effettiva, chiedere alle categorie cosa loro possono fare per il Paese (scusate la semicitazione kennedyana), chiedendo loro di interrogarsi sulle magagne della propria parte, che so (visto che qui si parla di lavoro) chiedendo ai sindacati come contrastare assenteismo, improduttività ed irresponsabilità dei lavoratori, chiedendo alle imprese come promuovere sicurezza e dignità del lavoro contrastando il malaffare e l’evasione, chiedendo ai professionisti come poter certificare questi intenti e come mettere le proprie energie intellettuali alla realizzazione di vera legalità e serietà.

STATI DI GENERALE ALLUCINAZIONE LEGISLATIVA – 2

Ne abbiamo già parlato nel “Senza filtro” scorso e non intendiamo dilungarci, anche se a volte la realtà supera la fantasia: ora non abbiamo solo il decreto sul decreto, abbiamo anche il decreto (il n. 52/2020) che corregge il decreto ancora in corsa per l’evidenza che quanto era scritto in quel decreto non fosse sostenibile.

Nota bene: non è che nessuno non glielo avesse detto, e soprattutto non è che non fosse ampiamente prevedibile anche al più sprovveduto, ma si va avanti così: non è nemmeno più una navigazione a vista, si sfascia la nave contro uno scoglio, se ne prende un’altra, la si sfascia contro il prossimo scoglio che non si riesce a vedere e così via, fino ad esaurimento della flotta.

Stiamo parlando della cassa integrazione, cioè del mantenimento di milioni di famiglie. Tuttavia, cosa sono queste banali inezie di fronte a cambiamenti epocali come … il bonus-monopattino?

Il fatto che a scrivere questi Decreti-legge siano gli stessi soggetti che si pongono come interlocutori-ricettori dei contenuti degli Stati Generali, non vi rafforza un sentimento non particolarmente fiducioso?

ALLUCINAZIONE GENERALE DI STATO (NEL SENSO DI P.A.) – 3

Non possiamo a questo punto non rivolgere il nostro pensiero all’Inps ed al suo attuale Presidente, che in quanto a contenuti allucinatori è sicuramente andato molto oltre il mero “consumo personale”.

Cominciamo con la data in cui sarebbero state pagate tutte le casse integrazioni, 15 aprile, no fine aprile, no maggio, aspetta giugno, entro il 16 o non gioco più, comunque un bel po’ ne abbiamo pagate (“quante? Mah, all’incirca l’80% di quelle pervenute. Ma pervenute da dove? E quante ne mancano? Stiamo attendendo ancora dati dalle Regioni”: in pratica, numeri a casaccio/sensazione).

Subito dopo (vi anticipo una profezia: le casse non saranno pagate tutte nemmeno a luglio) si cerca la colpa: non è certo dei lavoratori Inps che hanno lavorato giorno e notte (è vero, la colpa non è loro, ma ne parliamo dopo) e quindi non può che essere dei consulenti del lavoro, che chissà quanti errori avranno fatto, oppure delle imprese (che si sono “adagiate sulla cassa integrazione”, invece di tirar fuori gli attributi, e sì che sono state “riempite di soldi”, loro come tutti gli italiani del resto). Di fronte al fallimento si cerca il capro espiatorio. Ora, caro prof. Tridico, diciamo che i non pochi lavoratori Inps che “hanno fatto nottata” sono quelli che già di solito lavorano e hanno le competenze per farlo, gli altri (insieme a molti loro colleghi della P.A.) sono stati impegnati in un comodissimo smartworking casalingo che, in assenza di mezzi ed organizzazione, assomiglia tantissimo a ferie aggiuntive pagate, ed è inutile dare del “brutto e cattivo” al prof. Ichino solo perché si è permesso di evidenziare una verità lapalissiana. D’altronde, suvvia, non è che nemmeno in sede, prima, facessero tanto. E poi, lo dico da datore di lavoro quale in fondo è anche Lei, prof. Tridico, io sono profondamente adirato per le nottate che io e tutti i miei collaboratori e quelli dei nostri studi abbiamo dovuto fare, anche per rispondere alle insulsaggini che il Governo e Lei andavate cianciando sull’andamento delle integrazioni; e mi permetto soltanto di dirLe che se Lei avesse davvero avuto minimamente a cuore le notti e il tempo libero dei Suoi lavoratori (e anche la loro serenità mentale, perché certe modalità di lavoro ed istruzioni sono decisamente psicogene) il campanello d’allarme avrebbe dovuto farlo risuonare molto prima invece di tirare la volata al Governo ed alle scelte sbagliate che ha fatto.Fino al pasticcio finale delle casse in deroga: un po’ in un modo, un po’ nell’altro, con settimane avanzate ma perse perché non si sa più dove recuperarle. Fino al pasticcio dell’anticipo del 40%, però forse sì e forse no, ma abbiamo un messaggio di 15 giorni fa del Suo istituto che ci dice di stare tranquilli perchè uscirà presto una circolare chiarificatrice; ecco, forse è solo un nostro misunderstanding sul concetto di “presto”, che per noi poveri mortali significa “subito, “nell’immediato” e non “quando lo vorrà il Signore”.

E aggiungo: forse siamo stati educati male noi verso la considerazione delle persone, perché quale senso e quale rispetto mostra una circolare che esce dopo oltre un mese (e di sabato, perché tanto riposare di domenica è ormai un optional) e che scioglie i dubbi a metà, ed oltretutto ti dice (peraltro, non apparendo nemmeno in linea con la norma) che qualche importante adempimento scade fra … 5 giorni?

Mi taccio, per amor di patria, sulle altre dichiarazioni avventate (compresi i presunti attacchi hacker) che in questi mesi la gente che lavora (sul serio) ha dovuto subire sulla falsariga di quelle sopra ricordate.

E poi la beffa finale, apparsa sulla stampa nei giorni scorsi: come uscito dal libro di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, il Presidente del Consiglio Conte chiede a Lei, Presidente Inps, come mai questo ritardo nella liquidazione delle casse integrazioni e Lei risponde che “forse” sarebbe stato meglio avere uno strumento unico per la cassa integrazione emergenziale. Ma sapete quello che fate o, almeno, di cosa state parlando? Avete registrato che tutto ciò vi era stato detto mesi fa in tutte le lingue?

Non si può dare, ne convengo, responsabilità ad Inps per scelte assurde ed allucinanti del Governo, tuttavia nella mia ingenuità credo che un Presidente competente e non prono verso chi lo ha messo in quella importante posizione avrebbe avuto l’onere di cogliere fin da subito le criticità del sistema e avvertirne conseguentemente chi di dovere. E comunque, anche sburocratizzare alcuni passaggi interni avrebbe aiutato. Invece abbiamo avuto finora solo promesse non mantenute, incompetenza, disorganizzazione, boutade e teatrini vari.

MAGI-STRATI DA ALLUCINAZIONE – 4

Concludo con un’annotazione dell’ultima ora: la Corte Costituzionale ha deciso per l’incostituzionalità dell’art. 4 del D.lgs. n. 23/2015; per stare al passo coi tempi lo sappiamo attraverso un comunicato stampa (a quando il profilo Instagram e TikTok?). Detto in altre parole, non è consentito al Legislatore porre limiti economici certi nemmeno al licenziamento illegittimo per meri vizi di forma.

Sì avete capito bene, vizi di forma. Cioè vuol dire che il licenziamento in sé è assolutamente legittimo (cioè il lavoratore meritava di essere licenziato) ma siccome nella gestione cartaceo-documentale (spesso assai intricata, per l’incrocio di una serie di norme arcaiche e volutamente tenute fumose e complesse) non tutto è filato liscio, il datore di lavoro è condannabile a una sanzione economica (il che rappresenta un piccolo successo attuale, perché prima, in assenza di una norma simile, anche un vizio di mera forma comportava la reintegra).

Non ancora ripresisi dall’elaborazione del lutto del depotenziamento della reintegra, i nostri allegri giudici non trovano di meglio da fare che smantellare anche le norme più razionali ed incontrovertibili del Jobs Act. Ora il giudice non è più vincolato a decidere (potrà farlo quindi anche sfrenatamente) l’indennità che il datore dovrà pagare al lavoratore che riesca a spuntare un vizio di forma, magari banale, all’interno del suo licenziamento legittimo (ripeto, legittimo) e potrà pertanto dar sfogo a tutta la sete di (in)giustizia con cui si è abbeverata sino ad oggi una magistratura compiacente verso il peggior “dirittismo”, con svuotamento di qualsiasi senso del dovere e del lavoro e senza alcun rispetto per la posizione datoriale. Ma se vi è solo un vizio formale che non inficia la posizione datoriale, per me non avrebbe nemmeno senso dover pagare alcunché al lavoratore, o al massimo un’indennità minima. Possibile che la giurisprudenza sia ridotta per la maggior parte all’estrinsecazione di posizioni ideologiche o a uno sterile dibattito accademico staccato dalla benchè minima realtà? E da questo andazzo non sono certo indenni le sentenze varie che, dal primo grado fino alla Cassazione, emettono i pareri più allucinanti e contraddittori (la colpa è anche del Legislatore, ma non solo).

CONCLUSIONE

Arrivati a questo punto, chi scrive sente un forte desiderio di regressione, avverte tutto il potere ipnotico e rilassante di una bell’immersione nel protettivo grembo materno (o magari anche solo di una stasi sotto l’effetto di un rassicurante allucinogeno, ammesso che ne resti ancora dopo l’evidente uso abbondante che probabilmente ne viene fatto dai protagonisti dei paragrafi precedenti). Senza andare così lontano nel tempo, a livello consolatorio ci sia consentito rimpiangere un passato in cui un Governo aveva delle competenze, il Legislatore una scrittura comprensibile ed intenti sistematici e la Magistratura applicava le leggi invece di avocarsi il potere di riscriverle a piacimento. Solo sulla Pubblica Amministrazione ci sono pochi rimpianti (pena faceva prima, pena fa adesso…) ma almeno anni fa avevi ogni tanto la grazia di trovare qualche persona di buon cuore ed intelletto all’interno degli enticarrozzone che sistemava le cose, mentre oggi siamo imprigionati in un groviglio di algoritmi, di informatizzazione pasticciata, di circomessaggi-pareri che sono (quelli sì) pura fantascienza e di call center che rispondono con cadenze esotiche e contenuti irritanti. Ecco sì, un po’ di fantascienza consolatoria anni ’80 è forse l’unico rimedio per sopportare la “malafantascienza” odierna, dove la realtà supera la (peggior) fantasia. No, mai pensato che … “si stava meglio quando si stava peggio”: tuttavia, volendo rifarsi ai vecchi adagi, beh, se al peggio non c’è mai fine, è anche vero che l’unico pensiero (tristemente) rassicurante è che nell’attuale siamo arrivati così vicini al fondo del barile che peggiorare ulteriormente le cose appare un’impresa titanica (anche se, forse, ce la potrebbero pure fare). “Andrà tutto bene” …

Nota per i diversamente giovani (come chi scrive): con il termine “boomer” vengono definiti i nati negli anni ‘60 e dintorni pre-post (l’epoca del c.d. baby-boom); gli “zoomer” sono invece i nati nel nuovo millennio; i millenial sono più o meno i rampolli dell’ultima decade del secolo scorso. Grazie ai figli per queste perle di linguaggiovane.

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