Senza filtro – Periferie.

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Mi reco all’appuntamento partendo dal centro di Milano, dove mi trovo per lavoro. Ho modo così di osservare il lento dipanarsi degli scenari, dalle vie eleganti del centro, ai palazzi griffati e graffianti delle nuove aree rivalutate, poi via via una qualità degli edifici e degli esercizi sempre più scemante, case e quartieri più popolari, aree più dimesse, poi ancora la teoria di tangenziali, svincoli, rotonde e strade statali o provinciali con la loro funzione centrifuga. Poi ancora, lo scialbo (salvo rare eccezioni) paesaggio dell’hinterland, costruzioni senza stile particolare e case e uffici e capannoni costruiti senza soluzione di continuità e posti in ordine sparso “là dove c’era l’erba” una volta. Entro nel paese, comunque dignitoso e a suo modo ordinato, ma seguendo il navigatore noto anche lì un deciso peggioramento man mano che mi avvicino al luogo dell’incontro.

Qui infatti i marciapiedi sono in disuso, bar e negozi inesistenti e semi-abbandonati, anche le ringhiere dei balconi delle case popolari sembrano storte, un’illusione ottica data dal senso di incuria ed abbandono che suscita il posto. Sono nella periferia della periferia, al margine estremo, al confine esteriore dell’impero, dove non osano non solo le aquile ma talvolta anche le Forze dell’ordine.

Parcheggio fra un motorino bruciato ed un’auto che è stata lavata l’ultima volta che il Milan ha vinto qualcosa di serio e, dopo qualche esitazione a riconoscere il posto, entro in quello che una volta sarà stato un negozio, con una vetrina assolutamente in linea con il resto del paesaggio.

Che ci faccio lì? Devo parlare ad un gruppetto di abitanti del posto che partecipano ad un progetto di socializzazione e riqualificazione in funzione della ricerca di un posto di lavoro, un progetto guidato da Lorenzo (che mi appare avvolto in un’aurea di santità già solo per quello che vedo) che mi ha invitato.

“Ma che posso dire”?

“Devi far capire il punto di vista delle aziende, e poi con la tua esperienza cercare di capire quali sono le difficoltà di queste persone”.

Mi trovo così in questo negozio dismesso, anche freddino perché il giorno prima si è rotto un vetro, con una serie di sedie in circolo in stile gruppo di ascolto (tipo: “ciao, sono Luigi e sono venti giorni che non …”), un luogo così diverso dalle solite aule di lezione o dai centri congresso patinati.

Ed è qui che incontro Judith, Francesco, Ilham, Bardhe, Mohamed, Emidia, Irene, Lizbeth e Mowara, con le loro storie, con un barlume di speranza ancora accesa negli occhi e la voglia di non arrendersi al degrado che li circonda, e alle esperienze di lavoro non sempre positive che li hanno portati qui, con la voglia di affermare una dignità che hanno come persone ma che non riesce a trovare sbocco in un’occupazione che a questa dignità dia alimento (in tutti in sensi, anche brutalmente materiale). Ci sono racconti che vanno ascoltati per capire, da chi ha lavorato in nero come badante e poi buttata fuori alla morte del badato senza nemmeno un grazie, a chi dorme in auto dopo una brutta separazione, a chi è stata emarginata dopo una maternità o una malattia. È commuovente Irene che è venuta anche se ha un bimbo piccolo piccolo, lo culla nella carrozzina per farlo dormire, si scusa con tutti se il bimbo talvolta si risveglia e frignucchia, ma lei non molla, vuole esserci e partecipare con una tenacia che meriterebbe ben altre occasioni.

Non sono solo venti giorni, sono di più, sono anche mesi che la ricerca di un posto di lavoro affanna queste persone. E le loro storie, superato un certo imbarazzo iniziale, cominciano a prendere corpo, c’è chi tira fuori una busta paga (sua o anche del proprio partner) per capire un po’ di più quella serie di numeri e di clausole per cui, assurdamente, ci vuole una scienza. E così dopo una serie di consigli di presentazione, come vestirsi, cosa dire e non dire, come rivalutare le proprie esperienze (anche credendoci, perché uno alla fine perde la fiducia anche in ciò che sa fare), piano piano affiorano storie di sfruttamento: lavoravo dieci o dodici ore al giorno a montare mobili ma non mi pagavano gli straordinari, sono assunta come operatrice Socio sanitaria, sulla busta ci sono scritte tre ore al giorno ma ne faccio otto e mi danno dei rimborsi spese (per la mastodontica somma di 7/800 euro al mese) e mi segnano che faccio corsi obbligatori anche se non mi mandano mai. L’ora prevista di incontro diventa un’ora e mezza, forse oltre, Lorenzo si scusa per il dilatarsi rispetto al previsto ma io capisco che bisogna ascoltare e spiegare fin che ce n’è bisogno, e forse ce ne sarebbe di più.

La prima sensazione che riporto indietro si racchiude in una parola: “bastardi”. Mi scuso con i più sensibili fra i lettori di questa Rubrica, ma non riesco a pensare diversamente (e forse potrei anche esprimermi in modo peggiore) verso tutto quel sottobosco di finte cooperative, anche sociali (anche onlus!) o di aziende senza scrupoli che approfittano della debolezza contrattuale di questa gente. Carne da cooperative (come una volta si diceva della fanteria in guerra, con un misto di disprezzo e pietà: “carne da cannone”). Maledetti bastardi. Mi sovviene una canzone sudamericana di qualche tempo fa, “Dio ti paghi”; siate ripagati con la stessa moneta falsa e truffaldina che usate, sia su di voi la condanna di Chi disse: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a Me” (Mt 25,40). E volesse il cielo che a questa condanna futura ed eterna si aggiungesse nel presente anche un po’ di giustizia quaggiù, il coraggio e l‘orgoglio di un Paese di fermarvi, di intercettare il vostro malaffare.

Appena sbollita la rabbia, c’è un insegnamento che rivolgo a me stesso (quanto spesso mi capita di accorgermi di aver imparato andando a “insegnare”, di aver ricevuto più di quanto ho dato!). Nel mio lavoro sono (di fatto) gestore di risorse umane, a fianco dei manager “HR” o dei piccoli imprenditori; e mi chiedo: se mi trovassi davanti uno di questi, come mi comporterei? Cercherei di ascoltare, di credere ad una possibilità o di affrettare la fine del colloquio, che si concluderebbe con il classico “le faremo sapere” e la sensazione di aver perso tempo ? Che spazio di ascolto – no, anzi, di accoglienza – abbiamo per queste storie, per queste vite? Certo, spesso c’è la consapevolezza che manca un’esperienza specifica, che c’è solo la buona volontà. Eppure diversi anni fa lo cantavamo anche noi, ricordate? Era una canzone famosa: “so far tutto o forse niente, da domani si vedrà, e sarà, sarà quel che sarà” (no, non aspettatevi ora il pistolotto penoso del “un tempo eravamo migranti anche noi”; a parte che c’è un senso dell’accogliere anche se non fossimo mai stati migranti, “ai margini” ci sono anche tanti connazionali, le necessità non hanno colore se non quello dello sconforto). E poi è quello che oggi capita anche a tanti nostri giovani, che si approcciano al mondo del lavoro con un fardello di speranze, con la voglia di trovare qualcuno che, semplicemente, creda in loro e non gli tiri solo “pacchi” di improbabili stage. Ma questi non sono “giovani e belli” (oddio, qualcuno giovane e anche bello c’è), sono gli abitanti della periferia della periferia, della madre di tutte le periferie. Eppure hanno la stessa voglia di trovare un ponte fra il loro presente ed un futuro meno incerto. Non è una questione di “diritti”, e nemmeno di una pietà compassionevole e pelosa. Che spazi di umanità abbiamo nella nostra società, ma non “la società” impersonalmente, noi, io e te (proprio io e proprio tu, la mia e la tua azienda)? Cosa ci affretta al punto tale da far ricadere tutto sotto la mannaia di un sempre più improbabile profitto? Vengono in mente le parole di Papa Francesco quando invita “ad andare verso le periferie, quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali”.

Quanto dobbiamo, è l’ultimo, veloce, pensiero, a persone come queste? Quanto la nostra società si fonda sul lavoro umile e spesso malpagato di tante persone, grazie alle quali troviamo ogni mattina il giornale in edicola, il fresco al supermercato, i rifornimenti di medicinali e generi di prima necessità, la pulizia di tanti posti, l’accudimento di tanti degenti, disabili o anziani? Quanto sfruttamento c’è dietro questi lavori? E quando li incontriamo, li schiviamo con repellenza, li giudichiamo con supponenza pretendendo da loro o li guardiamo con riconoscenza? Cioè, li riconosciamo? Riconosciamo in loro l’uomo, lo stesso anelito di umanità che c’è anche in ciascuno di noi?

Domande troppo grandi, forse, per una rubrica irriverente. Meglio chiudere solo con un grande grazie. Grazie Judith, Francesco, Ilham, Bardhe, Mohamed, Emidia, Irene, Lizbeth e Mowara (se ho dimenticato qualche nome, grazie anche a lui/lei). Grazie della vostra voglia di esserci. Non mollate. Mai. E dall’alto della vostra “periferia periferica” perdonateci (se potete) se talvolta non ci siamo, non vi vediamo, non vi consideriamo. Senza pensare che Voi siete i prescelti, i possessori del regno dei Cieli lassù (ma anche  di una dignità quaggiù che vale la pena di incontrare).

 

 

Preleva l’articolo completo in pdf