Senza filtro – OCCUPAZIONE! OCCUPAZIONE!

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Chiedo perdono, soprattutto ai lettori più giovani, per un viaggio discretamente indietro nel tempo. E vado a citare “La Smorfia”, un trio fantastico di giovani cabarettisti napoletani, via via diventati giustamente famosi (Lello Arena, Enzo De Caro e l’indimenticabile e compianto – Massimo Troisi).

In un godibilissimo sketch (“Natività”, tuttora facilmente recuperabile in rete) viene messa in scena una simil-Annunciazione (di cui non vi “spoilero” il finale), con Troisi nei panni di una improbabile Madonna, Arena nel ruolo dell’Arcangelo Gabriele e la comparsa finale di De Caro come grottesco cherubino suonatore di flauto.

La vivace napoletanità della scenetta contrasta con l’atmosfera ieratica a cui ci hanno da sempre abituati, sul tema, l’iconografia di un Beato Angelico o di un Perugino. Qui, pur essendo tutti e tre bravissimi e spassosi, il vero elemento dirompente della pièce è a mio avviso un verace Lello Arena, che irrompe a tratti sulla scena battendo i piedi, soffiando in una stridula trombetta ed urlando a squarciagola “Annunciazione! Annunciazione!”. A cui aggiunge, di tanto in tanto, il criptico messaggio: “Tu, Marì, Marì, fai il figlio do’ Salvatore”.

Un messaggio salvifico, di portata cosmica ma al contempo intriso di una delicata e mistica intimità, traslato in urla e schiamazzi da mercato del pesce di Porta Nolana.

Ecco, se perdonate questo flashback (di cui, casomai avesse suscitato in voi la curiosità di vedere il filmato, è possibile che mi ringrazierete), quello che sta succedendo intorno alla ripresa, al PNRR e alla maggior parte delle iniziative annunciate intorno al mondo del lavoro mi ha fatto scattare questa similitudine, dove al posto di Arena ci sono una serie di figure che in modo rocambolesco e sguaiato urlano all’occupazione (nel senso di posto di lavoro) con formule indecifrabili e in modo plateale, ma (ahimè) con poca sostanza.

Intendiamoci, l’occupazione (così come l’Annunciazione, per chi è credente) è cosa seria e sacrosanta, investe la vita di milioni di persone e coglie i gangli vitali dell’esistenza, dal mero mantenimento in dignità alla realizzazione delle proprie aspirazioni personali. E quindi proprio per questo chi scrive ritiene del tutto stonato e grottesco (come, mutatis mutandis, nella scenetta de La Smorfia) che sull’occupazione si gridi e si strombazzi senza molto costrutto ed anzi con diversi equivoci. Facciamo qualche esempio, per capirci.

Stiamo ancora a sentir dibattere di divieto di licenziamento e dell’opportunità del suo prolungamento. È difesa dell’occupazione o accanimento terapeutico? Prima ancora che interpellarsi sulla costituzionalità della manovra e la pesante ed irragionevole limitazione della libertà imprenditoriale (che, se fosse per quello, ci sono a volte sacrifici purchè equi e mirati e non velleitari che si può anche accettare di fare tutti insieme, solidalmente), quanto male fa all’occupazione vera, solida, duratura, prospettica, il doping di ammortizzatori sociali a go go? Staccare il concetto di posto di lavoro da quello di lavoro, il concetto di retribuzione da quello di occupazione, che prospettive culturali ed economiche costruisce?

Con il doppio vincolo, per cui se licenzi non puoi fare la cassa o viceversa, con l’invenzione del contratto di rioccupazione (incentivo di sei mesi se ti impegni a non licenziare, poi se licenzi ti recuperano il contributo) o meccanismi analoghi (come la decontribuzione nel settore turismo): Palliativi, mezzucci da un passo avanti e due indietro.

Certo, un tema parallelo è quello delle politiche attive. Che però così attive non sono, suvvia, con i navigator (ma un nome migliore non si poteva trovarlo?) che navigano sì, ma a vista (non solo per colpe proprie). Con politiche territoriali spesso confusionarie o arbitrarie. Con contributi all’occupazione dati a pioggia e spesso senza una utilità reale, preda piuttosto di lobby affaristiche e di cordate di (pseduo)formazione finanziata. Con la mancanza di una chesia-una strategia (reale, non parolaia).

E vogliamo parlare, visto che abbiamo toccato il tema, delle agevolazioni per le assunzioni? Che si rincorrono, si sovrappongono, spingono verso una poco fruttuosa rincorsa al risparmio (poco) e fanno rimpiangere le vecchie agevolazioni, che quelle almeno un senso ed un legame con la realtà e con gli stati di debolezza e bisogno lo avevano.

Agevolazioni spesso così confuse che hanno bisogno di interpretazioni, agevolazioni che non arrivano per mesi in attesa di … un codice Inps o di misere istruzioni operative, contributi sospesi nell’ambito di un’autorizzazione europea o della disponibilità di fondi, pratiche e regole farraginose per (forse) ottenerli. Cioè tutto ciò che non è fluido, che non muove, che non è smart. Se non per chi ci sguazza per professione, (e mica sempre ci sguazza onestamente, per intenderci). E tutto perché? Per un dannatissimo costo del lavoro di cui si rincorre (talvolta per necessità, più spesso per cialtroneria o scorrettezza) la diminuzione, sempre più con strumenti illeciti ed indegni di un paese civile: dumping contrattuale, evasione ed elusione, contratti spuri o fattispecie illegittime, somministrazione illecita, anche lavoro nero, magari in simpatico tandem con l’ammortizzatore sociale o altre prestazioni a sostegno del reddito (non parlo del reddito di cittadinanza perché probabilmente la critica a tale misura verrà prossimamente inserita fra i reati di opinione). Che poi, se vi fosse un controllo serio su mezzi, finalità, modalità di erogazione, il sostegno del reddito sarebbe una cosa seria, importante, civile.

Ma dell’abbattimento (preferirei il termine “ottimizzazione”) del costo del lavoro non si parla mai in modo costruttivo, si rincorrono mezzi e mezzucci, come i tanti imbonitori delle “soluzioni tasse”, “libertà dal fisco”, “escapologia fiscale e del lavoro” e baggianate simili. Come quelli del welfare aziendale come “pianificazione fiscale” (chi usa questo termine associato al primo andrebbe processato per direttissima).

E gli incentivi a pioggia alle imprese? E una seria riflessione sulla formazione professionale (e su quella scolastica)? Tante parole sui “gggiovani” sempre più lasciati soli a sé stessi e immersi in un circolo vizioso di costo del lavoro al ribasso (vedi poche righe sopra).

E decreti su decreti, con nomi sempre più intrisi di farisaica speranza: dignità, sostegno, ripresa, crescita, semplificazione, ristori, ristori/bis.

Verrebbe da rispolverare il buon vecchio Guccini (“queste cose le sai, per te siam tutti uguali, e moriamo ogni giorno dei medesimi mali” Canzone quasi d’amore), non fosse che all’amarezza del vecchio cantore, pur apprezzandone il disincanto, vogliamo opporre la voglia di crederci ancora una volta. Purchè però la ripresa e la resilienza che tutti ci auguriamo in tema lavoro e occupazione non si limitino a qualche strillone che, travestito da angelo di mezza tacca e perciò propugnando miracoli impraticabili ed equivoci, si limiti al frastuono di mezze misure inconsistenti e di improvvisazioni sul tema, come un architetto che costruisse un edificio “a sentimento”, fuori da un qualsiasi ragionevole ed equilibrato progetto. O forse con il solo progetto di un tornaconto o di un immediato, superficiale, sterile consenso.

Occupazione! Occupazione! Perepeeeeeee

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