Senza filtro – L’incredibile esperienza pre-morte del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro

Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (SO)

Si narra che in punto di morte si veda la propria vita scorrere come in un film, una sorta di time-lapse come si direbbe oggi, di ciò che si è fatto durante la nostra esistenza terrena, nel bene e nel male.

Oddio non so chi abbia potuto vivere in prima persona questa esperienza ed avere avuto anche il tempo di raccontarla, ma questa è la voce che circola e ci piace credere che così possa essere. Renderebbe più dolce il trapasso a chi in vita si è ben comportato e una piccola, crudele il giusto, punizione per chi ha fatto del male.

Si dice anche che, poche ore prima di morire, si possa assistere ad un rigurgito di vitalità. Una iperattività che porta a fare ciò che fino a qualche minuto prima non era ipotizzabile che quel qualcuno, in quelle condizioni, avrebbe potuto fare. Si narra di persone che hanno chiesto un piatto di polenta taragna e cotechino e di altri che si sono alzati dal letto e vestiti da maratoneti han fatto il giro di corsa dell’isolato. Una cosa senz’altro più credibile visto che in questo caso a riferirlo sono parenti e amici, testimoni diretti della vicenda.

Ma è pure possibile che, prima del trapasso, si registri un’attività dell’intelletto non affatto lucidissima: soggetti che straparlano o hanno visioni, il classico dialogo con la mamma morta qualche decennio prima.

Dovete anche sapere che il Cnel, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, è un organo con funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni, con competenza in materia di legislazione economica e sociale, nell’ambito delle quali ha diritto all’iniziativa legislativa.

A dire il vero il Cnel è stato oggetto di qualche tentativo di soppressione data la sostanziale inutilità di questo Ente. In effetti, salvo fungere da collettore per il deposito dei contratti collettivi nazionali di lavoro, altro non si rammenta abbia fatto.

Ora, vi chiederete, che c’entrano le esperienze pre-morte – Near Death Experiences per dirla all’inglese – con il Cnel? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.

Apprendo dagli organi di stampa che risale ai primi dello scorso aprile la presentazione di un disegno di legge ad opera del Cnel. Un unico articolo che così recita:

  1. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), in cooperazione con l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), definisce il codice unico di identificazione dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro nazionali depositati e archiviati, attribuendo una sequenza alfanumerica a ciascun contratto o accordo collettivo.

L’iniziativa dovrebbe rappresentare il coronamento in legge di quell’attività, di natura amministrativa, che da più di un anno impegna le strutture del Cnel nella realizzazione di un’anagrafe comune dei contratti collettivi. Un lavoro che si fonda sull’attribuzione di un codice unico alfanumerico ai contratti depositati nell’archivio Cnel, ed utilizzato anche dall’Inps per le proprie funzioni istituzionali. Invero non si intuisce quale sia la necessità di disciplinare questa attività in un testo di legge dato che Cnel e Inps già si parlano in questi termini, ma giammai, per questo, criticheremo tale iniziativa: in Italia una legge in più non ha mai ammazzato nessuno. O forse sì?

Più interessante sicuramente il comma 2 dove si dice che il codice alfanumerico è denominato «codice CCNL» anche ai fini di cui all’art. 1, co. 1, della Legge n. 389/1989. Ok, benissimo il codice Ccnl ma, forse, sarebbe bene capirci su cosa si voglia intendere con la locuzione “ai fini”. La norma sopra richiamata dispone infatti che “la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza sociale non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale …”.

Due parrebbero le possibili interpretazioni di questo secondo comma, che, manco a dirlo, non brilla per chiarezza.

La prima è che si tratti di un monitoraggio legale dell’applicazione di ciascun contratto che permetterebbe di dare rilevanza giuridica alla dichiarazione di utilizzo di un determinato Ccnl che già adesso i datori di lavoro fanno con il flusso Uniemens. Su questo presupposto scatterebbero i controlli verso quelle aziende che non calcolano la contribuzione sulla base dei minimi retributivi indicati dai contratti maggiormente rappresentativi (come individuare questi accordi rimarrebbe un problema aperto). Se così fosse non parrebbe un grande passo avanti: già adesso esiste questo monitoraggio e nulla vieta di utilizzarlo per attivare ispezioni mirate in base al contenuto dei flussi Uniemens.

Una seconda interpretazione la leggiamo sulle pagine del Corriere della Sera che con una certa enfasi descrive l’iniziativa legislativa a firma del Presidente del Cnel, Tiziano Treu, come il classico uovo di Colombo, incensandola come la soluzione semplice quanto efficace dell’annoso problema della “maggior rappresentatività” perché, dice il giornalista, in questo modo si potrebbero rilevare i contratti effettivamente applicati in ogni settore e individuare quelli più rappresentativi in base al numero dei lavoratori interessati.

Rileggo l’articolo. Riguardo la proposta di legge. Ma che stanno a dì! Codice unico di identificazione … contratti depositati … Inps … legge 389 … Uniemens … calcolo dei contributi … importo delle retribuzioni … organizzazioni sindacali più rappresentative …

Chiudo gli occhi per raccogliere le idee. Mi gira la capa. Non mi sento proprio benissimo. Forse sto per svenire. Anzi. Cadendo batto la testa e vengo catapultato nel recente passato. Una visione si materializza all’improvviso e tutto mi risulta chiaro.

Sono al mesto capezzale del Consiglio Nazionale dell’Economia e, ancora non lo so, ma sto per assistere ad una delle più incredibili esperienze pre-morte mai riportate dalla letteratura medica.

Guardare il Cnel nel proprio letto di morte non è propriamente ciò che si definirebbe un bello spettacolo. Le piaghe da decubito hanno devastato il corpo dimagrito e solo le flebo e la bombola dell’ossigeno, perennemente attaccata, garantiscono le principali funzioni vitali. Del resto l’agonia dura sin dagli anni ‘70 tanto che nel 1977 Andreotti decise di affidare allo stesso Cnel il compito di autoriformarsi per cercare di dare un senso alla sua esistenza: fu tutto inutile. Fallito anche il tentativo di eutanasia del Governo Renzi con il referendum costituzionale del 2016.

All’improvviso il paziente si agita, si percepisce una specie di fase rem: gli occhi si muovono velocemente sotto le palpebre chiuse. Comprendo che il moribondo sta assistendo alla proiezione del proprio vissuto. In un attimo tutto finisce: un time-lapse brevissimo, con i titoli iniziali e di coda che son durati più di tutto il resto.

Lo sento piagnucolare mentre borbotta qualcosa di incomprensibile. Probabile il rimorso per ciò che è stato e per ciò che avrebbe potuto essere.

Poi accade l’incredibile: apre gli occhi, si alza di scatto sul letto, prende una penna e comincia a scrivere qualcosa sul retro di un santino abbandonato dopo il rito dell’estrema unzione. Leggo quelle poche righe scritte in una bella calligrafia. È un disegno di legge formato mignon, composto da un solo articolo, tre commi, circa 140 parole, meno di 1.000 caratteri. Un’esperienza di creatività giuridica decisamente striminzita, ma del resto quando la morte incombe mica si può star li a spaccare il capello in quattro. Già è tanta roba se riesci a sussurrare all’amico che ti stringe la mano il classico “di’ … mia moglie … voluto bene”.

Torno in me. Riprendo la pagina del giornale con la notizia del disegno di legge a firma Cnel. Rileggo e mi scappa un mah.

Chiariamoci: se l’attività pre-morte restasse fine a se stessa o fosse talmente astrusa da risultare tale a tutti gli astanti non ci sarebbe minimamente da preoccuparsi. Se in punto di morte incensassi la teoria del terrapiattismo, anche se fossi il più grande astrofisico sulla terra, nessuno ci farebbe caso: un sorriso compassionevole accompagnerebbe all’oblio le mie ultime parole.

Il problema è quando sei Tiziano Treu, butti lì una proposta di legge e qualcuno si sente in obbligo di dare un senso ai tuoi ultimi sospiri terreni.

Rileggo ancora perché proprio non credo ai miei occhi. Davvero il professor Treu, Ministro del Lavoro e un curriculum di grandissimo spessore (rispetto al cui confronto il sottoscritto è poco più che un manovale del diritto), sta proponendo di “contare” i contratti effettivamente applicati in ogni settore per misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali a livello nazionale? Parrebbe un evidente vaniloquio, peraltro coerente con l’esperienza pre-morte a cui ho appena assistito.

Mi assale forte il dubbio che l’interpretazione sia opera del giornalista. Lo escludo leggendo la relazione al disegno di legge: si premette la necessità di individuare parametri utili a identificare contratti nazionali «di riferimento» che, all’interno di un medesimo settore, fungano da parametro, anche a fini giudiziali … di definire una sorta di «carta d’identità», fra i quali l’esatta indicazione delle associazioni di categoria firmatarie nonché delle confederazioni o associazioni nazionali di riferimento … per concludere che qui si inserisce il contributo della banca dati gestita dal CNEL.

E c’è pure un messaggio Inps, il n. 1962 del 22.05.2019, che parla di una convenzione tra Cnel e Inps che consente il collegamento tra i contratti collettivi depositati presso l’Archivio nazionale, detenuto dal CNEL, e i codici INPS che identificano, nel flusso Uniemens, il contratto collettivo nazionale che il datore di lavoro dichiara di applicare al dipendente … tale collegamento agevola l’organizzazione dell’Archivio nazionale secondo criteri di rappresentatività dei contratti collettivi nazionali.

Tutto quadra. Del resto non mi risulta che il Cnel abbia mai smentito il giornalista.

Eppure qualcosa non mi convince. Penso alle conseguenze qualora il senso del comma fosse questo. Parliamo di una procedura che, a regime, sarà in grado di rilevare i contratti effettivamente applicati in ogni settore e individuare quelli più utilizzati. Quindi il riconoscimento della rappresentatività in base al numero dei lavoratori interessati dall’applicazione di quel Ccnl. E infine le retribuzioni previste dai contratti più utilizzati che diventano il riferimento per la retribuzione minima da assumere come base imponibile per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza.

In sostanza un bel circolo vizioso: siccome la maggior parte delle aziende risulta aver applicato un determinato contratto collettivo nazionale (e non è detto che lo facciano in quanto deleganti le organizzazioni firmatarie) le restanti aziende saranno costrette a fare altrettanto, quantomeno per il calcolo dei minimali contributivi. Questo aumenterebbe il numero di lavoratori interessati e quindi accrescerebbe il (presunto) grado di rappresentatività.

Per dirla alla Tinto Brass, lo dovranno applicare perché “così fan tutte”.

Mi vien da pensare che tutto ciò risulta in contrasto con la stessa legge n. 389/1989 che parla di contratti “stipulati” e che quindi sarebbe stato più semplice proporre una modifica di tale norma del tipo: la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza sociale non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni risultanti dai Ccnl che risultano maggiormente applicati dai datori di lavoro su base nazionale. Una cavolata pure questa.

Ripenso all’idea che la maggior rappresentatività di una organizzazione sindacale possa essere collegata alla materiale applicazione di un contratto collettivo facendo la conta dei lavoratori interessati. Il mio cervello comincia a fare a cazzotti con questo pensiero. Lavoro col jab sinistro e cerco uno spiraglio sufficiente per sferrare un diretto destro. Forse c’è uno spazio.

Ma la rappresentatività non è un concetto collegato alla rappresentanza? I firmatari non lo sono in funzione di una specifica e formale delega ricevuta dalle imprese o dai lavoratori? Non capisco. Devo approfondire anche perché all’Università non è che fossi proprio un genio. I voti riportati nell’attestato di laurea in giurisprudenza lo confermano: mai la gioia di un “trentaelode”.

Ed allora che cosa mi sfugge? Apro internet e decido di consultare un dizionario online: opto per la Treccani.

Cosa è la rappresentatività? Leggo:

Il fatto, la condizione di essere rappresentativo; capacità, funzione rappresentativa.

Non basta, devo capire meglio cosa significa essere rappresentativo. Digito e dopo un click compare questa definizione:

Di rappresentanza, che ha il compito e la funzione di rappresentare una o più persone, gruppi e collettività, enti e organi … avere un mandato r., in diritto e in politica; sistema politico r., e organi r., fondati sulla rappresentanza popolare.

Non sono ancora convinto ma ho trovato un nuovo termine: rappresentanza. Via una nuova ricerca e finalmente la luce:

Il fatto di rappresentare una o più altre persone, oppure gruppi, enti e organi, istituzioni e società, ossia di intervenire in vece loro e a nome loro e di assolverne le funzioni, o di agire per conto loro:

  1. In senso generico, come intervento e assolvimento di determinati compiti in sostituzione di altri, o che comunque impegnino anche il gruppo …
  2. In diritto privato, istituto che consente, nel negozio giuridico, la dichiarazione di volontà a un soggetto diverso da quello che è titolare del rapporto … la rappresentanza si costituisce di norma mediante un atto di procura con la quale il rappresentato conferisce al rappresentante il potere di agire in suo nome (r. volontaria), ma può anche essere stabilita dalla legge (r. legale), quando il soggetto titolare di diritti non ha capacità di agire …

Mi verrebbe voglia di fare la stessa verifica su altri dizionari, ma, caspiterina, stiamo parlando della Treccani!

Devo darlo per assodato: la rappresentanza civilistica presuppone l’esistenza di una delega; la maggior rappresentatività è il grado di rappresentanza di un soggetto rispetto ad un altro per numero di deleghe ricevute; i contratti collettivi maggiormente rappresentativi sono quelli sottoscritti da soggetti muniti, in numero maggiore rispetto ad altri, di specifici poteri di agire in nome e per conto di altri.

Eppure il professor Treu ed il Cnel vorrebbero (così pare proprio leggendo l’articolo) far passare il concetto che il contratto collettivo più applicato in un determinato settore è da considerarsi allo stesso tempo il contratto collettivo stipulato dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale.

Continuo a credere che questa cosa non abbia alcun senso giuridico. Certo che ci vuole un bel coraggio per dubitare di Treu.

Riguardo l’attestato di laurea: arrossisco un poco. Riapro la Treccani: l’incarnato del viso ritorna normale. Non vedo alternativa: devo ragionarci ancora un poco.

Penso ancora al conteggio dei lavoratori ai quali l’Uniemens certificherebbe essere applicato un determinato contratto. Ma che c’entra con l’effettiva rappresentatività del soggetto firmatario? Perché contare i lavoratori – dei quali peraltro non è possibile dimostrare la sottoscrizione di una procura ad hoc – quando è il potere di rappresentanza in capo ai firmatari (ovvero le organizzazioni sindacali sia dei datori che dei lavoratori) che dobbiamo verificare?

Mi viene anche in mente che, nella realtà, l’applicazione di un contratto collettivo non avviene solo da parte di aziende iscritte alle organizzazioni datoriali. Spesso le imprese, soprattutto quelle non sindacalizzate, affidano la scelta del trattamento economico e normativo spettante al personale ai loro consulenti. Personalmente non mi capita spesso di confrontarmi con i vari datori sul Ccnl da applicare e, senza specifiche o contrarie indicazioni, applico quello “tradizionale” Cgil, Cisl e Uil pur sapendo che potrei benissimo utilizzare per tutti quello del settore “Trippa e budella”!

Si tratta di una mia scelta che ricade non solo sull’azienda ma sugli stessi lavoratori. Una decisione spesso quasi obbligata ove si intenda usufruire dei “benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e di legislazione sociale” stante la previsione del famigerato comma 1175.

Penso e ripenso. Come si dice, elucubro. Provo ad ipotizzare un contratto collettivo applicato da 10.000 imprese e riguardante 100.000 lavoratori: solo un decimo di queste aziende, 1.000 con 10.000 lavoratori sindacalizzati, sono iscritte ad una certa organizzazione datoriale chiamata Alfa. Immagino nel medesimo settore un diverso contratto collettivo applicato da 2.000 imprese – occupanti quasi 50.000 lavoratori tutti iscritti al Sindacato – ma aderenti in toto alla organizzazione datoriale Beta.

Stando al disegno di legge sarebbe l’organizzazione Alfa ad essere maggiormente rappresentativa e il suo contratto a dover essere utilizzato ai fini dell’individuazione della retribuzione da assumere come base imponibile per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza. Non ci siamo.

Tiro le somme. Ormai son convinto. La proposta del Cnel non è in linea con la legge n. 389 che parla di rispetto “degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.

È del soggetto firmatario dell’accordo che va verificata la maggior rappresentatività in termini di deleghe ricevute. Una operazione da farsi a monte. In sostanza se dimostri di avere i numeri in termini di mandato ti riconosco la maggior rappresentatività e considero il tuo contratto quale punto di riferimento. Non potrà mai essere che sia il contratto, accertato quale il più diffuso, il più applicato, a dimostrare ex post, ovvero a valle, la maggior rappresentatività di chi a suo tempo firmò l’accordo collettivo.

È trascorso ormai qualche decennio. Su quel letto di morte adesso ci sono io. So già cosa mi aspetta. Quando era toccato al Cnel ebbi la fortuna di assistere al più incredibile degli episodi pre-morte.

La mente non è affatto lucida. I momenti in cui riesco ad interagire sono sempre meno. Intravedo solo delle ombre e le voci mi giungono confuse: distinguo a malapena quella di mia moglie.

Ad un tratto sopraggiunge un improvviso vigore, la percezione di ciò che mi circonda è ora nitidissima. Ho voglia di spaccare il mondo e capisco per questo che sono i miei ultimi istanti.

Senza nemmeno chiudere gli occhi vedo il time-lapse della mia vita. Quella privata: papà, mamma, i miei fratelli, gli amici, la laurea, poi il matrimonio e le mie due adorabili figlie, le mie bellissime nipotine. Quella professionale: quarant’anni e più di lavoro “a far buste paga”, i miei clienti, i Colleghi, una lunga serie di contributi pubblicati sulla rivista dell’Ordine dei Consulenti del lavoro di Milano; qualcuno anche per Euroconference.

Uno di questi articoli – pubblicato a fine luglio 2019 su Sintesi – mi strappa un sorriso e smuove il mio orgoglio. Il titolo era L’incredibile esperienza pre-morte del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro grazie al quale riuscii a bloccare sul nascere l’iniziativa di legge del Cnel sulla rappresentatività.

Poi il dubbio: andò veramente così? Non saranno le medicine che mi annebbiano la mente?

Il pensiero corre libero e mi conduce inevitabilmente ad un machissenefrega. Sorrido ancora.

 

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