Senza filtro – L’EDICOLAIO DELLA PELLICCIA (storia di un editoriale scentrato)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Gino, il giornalaio del quartiere, ha scoperto che secondo la disciplina nazionale e regionale i punti di vendita esclusivi di quotidiani e periodici (noi umani li chiamiamo sbrigativamente “edicole”) possono destinare una parte della superficie di vendita (non superiore al 30%, l’attività prevalente deve rimanere la vendita di giornali) alla commercializzazione di prodotti non editoriali fra cui alimentari non deperibili, bevande e prodotti del settore non alimentare. Dopo un’attenta riflessione, e facendo i conti su quanto si guadagna con i risicati introiti degli aggi editoriali (ancor più risicati oggi per la concorrenza della stampa on line), il giornalaio ha pensato di aggiungere al proprio core business la vendita di pellicce di animale.

Superando la resistenza della figlia e della moglie, convinte animaliste, ha cambiato l’insegna del proprio chiosco da “Corriere e Gazzetta” a un più accattivante (e anche ambiguo) “L’edicola del pelo” e, fra riviste ed articoli simili, campeggiano colli di volpe argentata e visoni selvatici (non si comprende se veri o sintetici, e se per caso non vi sia molto lapin colorato ad hoc, qualche dubbio in merito c’è).

Solo l’intervento dei familiari e del parroco ha evitato che la pubblicità del Gino si spingesse ad una gigantografia di Cetto La Qualunque (alias Antonio Albanese) con lo slogan famosissimo “cchiù pilu pe’ tutti”.

Scontata in un primo momento la comprensibile diffidenza dei veri pellicciai, per non parlare della presa in giro degli amici del quartiere, il Gino si è infervorato e ha dato vita ad un movimento interno nel mondo editoriale, tanto che sta convincendo con dotti argomenti il sindacato di settore ad istituire un comitato apposito ed una rivista di nicchia. E non è nemmeno detto che, dai e dai, qualche competenza di massima sul tema il Gino riesca pure a farsela.

D’altronde, un solo manto di (pseudo) ocelot rende più di duemila Gazzette, vuoi mettere? Insomma, il giornalaio della pelliccia sembra avere un futuro, certo è qualcosa di assolutamente legale e quindi indiscutibile, però un po’ fa pensare: in un mondo sempre più orientato all’alta specializzazione, il fatto che tutti possano fare un po’ di tutto sa molto poco di libertà e molto di più di presa in giro (o di intrallazzi vari nelle alte sfere decisionali).

Non sappiam dire perché, ma ci è venuta un’assonanza con il commercialista del lavoro. Ma che fa il commercialista? Scorrendo le definizioni delle concrete attività esercitate (Atlante delle professioni) troviamo che esso si occupa di: tenere la contabilità del cliente, prestare consulenze in campo fiscaletributario (comprese le dichiarazioni dei redditi), effettuare le revisioni e la formulazione di giudizi su bilanci di imprese ed enti pubblici o privati, supportare le aziende nelle fasi di start-up ed organizzazione, effettuare la liquidazione di aziende o di patrimoni. A norma della Legge n. 12/79 egli può anche assistere le imprese negli adempimenti obbligatori in materia di lavoro. C’è una Legge che lo stabilisce, però – come dire – tale attività è per così dire “posticcia” a quella tradizionale. Legittima ma posticcia. E quindi quando leggiamo di qualcuno che si definisce commercialista del lavoro, a noi (scusateci, sarà un difetto nostro) il parallelismo con il Gino scatta subito.   Se sei un commercialista, perchè aggiungere anche quel “del lavoro”? Vuol dire che hai rinunciato a fare i bilanci e le dichiarazioni, dopo una formazione di studi e di praticantato orientata al 98% su quello, e che ti sei messo a fare di fatto, cioè senza esserlo veramente, il consulente del lavoro perché una legge di oltre quarant’anni fa te lo permette? Vuol dire che senti un bisogno di reinventarti? Forse vuol dire che definirti come commercialista e basta ti fa sentire …“incompleto”? O ancora, vuol dire che vendi al cliente la possibilità (e la competenza) di fare di tutto in molteplici campi, malgrado la necessità che le professioni (tutte le professioni, a cominciare da quelle tecnico-giuridiche) stiano invece riflettendo se non sia più opportuno procedere a passo spedito verso la specializzazione e la certificazione delle competenze? Ma forse anche il commercialista del lavoro avverte su di sé la diffidenza provata dal Gino, sente tutta la precarietà di quella precisazione posticcia, quasi un’appendice professionale, forse soffre anche un po’ di invidia del payroll, chissà se Freud potrebbe essere d’aiuto…

E forse sarà per questo senso di scentratura che il commercialista del lavoro, qualsiasi cosa voglia dire questa definizione astrusa, ha provato un (ingiustificato) motivo di gaudio, così pare, nella lettura della sentenza n. 26294/2021 della Cassazione Penale, di cui ci siamo già occupati nel Senza Filtro dello scorso numero di questa Rivista. O così almeno pare di capire nella lettura dell’editoriale del “Commercialista del lavoro” (si chiama esattamente così) del 5/2021, informativa periodica della Fondazione Nazionale Commercialisti.

L’esame di tale editoriale si presta a molteplici considerazioni. Vogliamo qui richiamare quella dell’amico e collega Riccardo Bellocchio che, in questa Rivista, con la consueta perizia espositiva e lucidità di analisi, insieme col commento alla sentenza rileva l’inappropriatezza giuridica di alcuni passaggi dell’editoriale in questione.

E siccome tutto possiamo pensare, ma non  che i cugini commercialisti siano sprovveduti o incompetenti, ci sembra di rilevare nelle loro parole quasi una mezza soddisfazione, come un retropensiero che suoni così: “vedi che questi consulenti del lavoro, che rivangano sempre il problema dell’abusivismo, sono stati messi al loro posto; che si diano una calmata”. E dalla soddisfazione alla scivolata di pancia, il passo è breve.

Ma è ancora più breve il passo verso l’autogol. Osserviamo a tal proposito due passaggi dell’editoriale.

Il primo passaggio meriterebbe di essere messo sotto analisi, per le pulsioni inconsce che riverberano fra le righe.

“Nella misura in cui la Corte di Cassazione ammette espressamente una deroga alla riserva di legge in favore dei consulenti del lavoro, implicitamente amplia gli ambiti di competenza dei commercialisti del lavoro della cui professionalità possono legittimamente avvalersi le imprese artigiane e le loro cooperative”. Ora, detto in un altro modo, il commercialista del lavoro (che è definizione professionale inesistente) potrà ben occuparsi di amministrare il personale di artigiani e cooperative, visto che a certe condizioni lo possono fare anche i non qualificati. Ecco, noi da commercialisti una frase così – che rivela tutta la debolezza professionale, diremmo quasi un senso di inferiorità – non l’avremmo mai detta.

Cioè da professionisti mai ci saremmo rallegrati del fatto che determinate materie che la Legge ritiene delicate tanto da farne oggetto di riserva possano essere fatte da chiunque, per poter poi aggiungere che “allora posso ben farle anch’io”. Che a noi sembra in un colpo solo sminuire la materia di cui si tratta ma anche (ecco l’autogol) la professione che in tale discutibile pertugio si infila. Ma la chiosa dell’editoriale è ancor più esplicita “nell’intenzione”.

“D’altronde, un’ipotetica riserva di legge in favore dei soli consulenti del lavoro, a discapito delle altre figure professionali, tra le quali quella dei commercialisti del lavoro, si paleserebbe

del tutto irrazionale a fronte di una legge che  prevede la medesima abilitazione professionale”. Ora, in una frase sola tante imprecisioni è raro farcele stare tutte.

Vediamo un po’:

  • la riserva di legge NON è ipotetica (esiste) né irrazionale (la materia è delicata, stiamo parlando di lavoro e soprattutto di persone);
  • il “commercialista del lavoro” NON è una figura professionale, o almeno lo è tanto quanto il giornalaio della pelliccia; è un flatus vocis, una bella invenzione, al più un’espressione che a qualcuno scalderà il cuore o aizzerà le velleità; tuttavia non è che le cose a ripeterle diventano vere;
  • ma soprattutto NON c’è la pretesa medesima abilitazione professionale. Siamo seri, Provate a sfogliare la maggior parte dei manuali in commercio per l’esame di commercialista: la parte di diritto del lavoro e previdenziale non c’è oppure, quando c’è, si riduce a qualche cenno, un capitoletto o due su trenta o quaranta. Provate a verificare le prove scritte degli ultimi anni e constatare quanta materia di lavoro c’è. Provate ad assistere agli esami di Stato e verificare quante volte compare la materia lavoro nelle domande e soprattutto, qualora compaia, con quale “leggerezza” viene trattata.

La verità è che la categoria dei Consulenti del Lavoro non sarebbe mai nata nel 1979 anche per immaginabili pressioni, e ce le hanno raccontate – senza un mantenimento dello status quo allora esistente, ovverosia la concessione a che le pratiche di amministrazione del personale potessero continuare a farle anche i professionisti che c’erano e le avevano fatte fino ad allora. Un po’ come fosse una norma – forse anche giustamente transitoria, nel senso di legata al periodo. Ma è indubbia l’estrema complessità di cui nel frattempo (sono passati più di 40 anni, densissimi al riguardo) la materia si è accresciuta, anche in forza della sempre maggior sensibilità verso i temi del lavoro.

E quindi se nel 1979 si avvertì il bisogno di una riserva, per quale motivo non dovrebbe avvertirsi oggi il bisogno di rafforzarne il perimetro?

E qui dobbiamo fare alcuni necessari distinguo finali.

a. Il nostro non vuole essere un attacco ai commercialisti, figura professionale degnissima, che quindi a nostro avviso non avrebbe necessità di appiccicarsi altri titoli

b. Non vogliamo invocare riserve e confini a vanvera, quanto porre una riflessione se ha senso, e per noi ne ha tantissimo, rivedere queste riserve e tentarne una razionalizzazione. La definizione di “commercialisti del lavoro”, ad esempio, non ci sembra una razionalizzazione ma una forzatura.

c. Le professioni hanno bisogno di specializzazioni; si può ragionare su percorsi comuni (dove si può) e su divisioni (dove è più opportuno), senza interessi di parte ma con il solo unico interesse del bene pubblico e della seria acquisizione delle competenze.

d. Fra le professioni tecnico-giuridiche ci possono anche essere percorsi paralleli o in parte sovrapponibili, fatti salvi però la certificazione delle competenze specifiche e un adeguamento (in senso di reciprocità o uniformità) delle norme deontologiche, compreso il controllo sulle attività

Siamo per la salvaguardia e la dignità di tutte le professioni. Per questo riteniamo che una professione quale che sia non possa essere esercitata da altri con un semplice schiocco di dita.

Confrontiamoci sul tema, senza pregiudizi ma anche senza forzature. Prima che il “liberi tutti” non diventi il solito pretesto per demolire il libero mondo professionale, che tanto ha ancora da dire al nostro Paese. Il Manzoni, del resto, ci ha già raccontato la fine dei capponi di Renzo.

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